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di Pietro Greco

 

«Io amo il mio paese, Israele. Per questo ho il dovere di criticare il governo di Benjamin Netanyahu e le sue politiche». Chi parla, nell’Aula Magna dell’Università di Padova è Achinoam Nini, in arte Noa: una cantante israeliana molto popolare. L’occasione è data dal BoCulture 2019, la serie di eventi organizzati da Annalisa Oboe – prorettrice alle relazioni culturali, sociali e di genere dell’Università di Padova – che spalancano le porte dell’ateneo alla società.

È lunedì, 12 marzo. Noa è la protagonista di una serata il cui titolo è There must be another way: ci deve essere un altro modo. Manca meno di un mese alle elezioni per il Parlamento di Tel Aviv. E i giochi, sostiene Noa, sono ancora aperti. «Possiamo ancora sperare».

Tra poco vedremo quali sono le sue speranze, che esprime con una forza e insieme una delicatezza che trovano plastica espressione nella sua voce, potente e insieme soave. Prima spieghiamo chi è Noa e perché vale davvero la pena parlarne.

Achinoam Nini è una donna nata a Tel Aviv il 23 giugno 1969, da una famiglia di ebrei yemeniti giunta in Israele tre generazioni prima. A due anni si sposta a New York, dove il padre, docente universitario, ha ottenuto un incarico. Ma a 17 anni torna in Israele per amore. Ha conosciuto Asher Barak. L’uomo della sua vita. Che sposerà e con cui avrà tre figli. Prima è arruolata per due anni nell’esercito, come vuole la legge della coscrizione obbligatoria che in Israele vale per tutti, maschi e femmine. È con la divisa che inizia a cantare.

Dimessa dallo Tzahal (l’esercito di Israele), inizia a cantare da professionista. Ed è subito un gran successo. Nel suo canto mescola con sapienza svariate tradizioni musicali. Le parole sono un esempio di contaminazione tra le culture. Sceglie, come nome d’arte, Noa: che significa “sorella della pace”. Deve essere stata un’intuizione, perché lei scopre solo più tardi l’impegno politico e diventa, per dirla con Annalisa Oboe, messaggera «di pace tra i popoli e di pace dei popoli con il pianeta».

È proprio girando il mondo da cantante che si imbatte in qualcosa che, fino ad allora, non aveva visto. Tutti le chiedono conto del conflitto tra arabi e israeliani, del comportamento del governo di Tel Aviv. Problemi che «fino ad allora non avevo visto». Viveva in Israele, era stato sotto le armi con il fucile sotto il guanciale e non si era resa conto. L’incontro con il resto del mondo fa cadere quel velo. Ora lei sa. «E se sai qualcosa non puoi fingere di non saperla». Né con gli altri né con te stesso.

Caduto il velo, pensa, è tempo di agire. E cosi il sincretismo artistico di cui è maestra si estende e la sua voce diventa così il crogiolo dove si fondono – con forza e insieme con delicatezza, appunto – musica, politica e religione. All’improvviso diventa «un’attivista politica», come lei stessa si definisce. Noa diventa davvero una «messaggera di pace».

Ma il suo è un risveglio tragico. Il 4 novembre 1995 a Tel Aviv viene assassinato il Primo Ministro di Israele e leader del Likud (il partito socialista), Yitzhak Rabin. Il generale pacifista stava partecipando a una manifestazione di sostegno a favore degli accordi di Oslo che lui stesso aveva firmato insieme al leader dei palestinesi, Yasser Arafat, che in Israele era considerato, fino ad allora, un pericoloso terrorista.

Noa è l’unica tra i cantanti popolari israeliani che partecipa a quella manifestazione. Gli altri temono che la contaminazione con la politica possa minarne la popolarità. Noa sente il rumore degli spari che abbattono quello che lei considera «un uomo meraviglioso». La persona che ha dimostrato in concreto che «c’è un’altra via», oltre la guerra tra arabi e israeliani. Gli accordi di Oslo, spiega Noa, sono stati «una cosa meravigliosa».

Vedere Rabin a terra e il suo sangue versato «fu più che traumatico, fu devastante». È il mondo – un mondo in pace – che ti crolla addosso. Il dolore non è mai passato. Ma il lutto fu elaborato. Noa dice a sé stessa che occorre «raccogliere la torcia». E la raccoglie, la torcia accesa di Yitzhak Rabin. La sua diventa una musica per la pace.

Non fu una scelta senza conseguenze. Dopo l’assassinio del generale che aveva saputo costruire un ponte di pace, Israele cambia volto. Una gran parte del popolo israeliano – spesso la maggioranza – non crede più nella possibilità di un accordo con i palestinesi. E chi, tra gli israeliani, pensa il contrario – chi la pensa come Rabin – viene guardato con sospetto quasi fosse un traditore. In breve, ricorda Noa: «divenni una personalità controversa, persino odiata». È una condizione inedita, per una star popolarissima. Sembra inaccettabile. «Ma col tempo mi sono adattata. Ora convivo con quell’odio assurdo. La pressione che subisco è enorme. Il prezzo da pagare, altissimo. Ma ciò non ha fatto diminuire il mio impegno, perché sono convinta che il prezzo del silenzio sarebbe ancora più alto». E, infatti, il suo impegno politico cresce, invece di diminuire. E si estende. Non solo usa la musica per favorire la pace tra i popoli, ma si impegna anche al tema dei cambiamenti climatici. «L’idea che il prezzo del silenzio sia altissimo – sottolinea – vale anche per il clima».

Intanto il mondo cambia. I nazionalismi, i sovranismi, gli sciovinismi e – diciamolo pure – i razzismi si espandono. Sembrano inarrestabili. «La paura si è diffusa. Ed è diventata un pericolo. Il pericolo numero uno del mondo».

Anche Israele è cambiato. Anche in Israele il sentimento di paura, abilmente manipolato da alcune forze politiche di governo, si è impadronito del paese. Tutto questo porta Noa a riflettere sulla sua identità ebraica e israeliana. Che lei rafforza, anche se la declina alla Rabin, nella ricerca senza tregua della pace. Insiste: «Un altro modo è possibile». E ancora: «Con Internet, il mondo è davanti a noi tutto il tempo. Non possiamo fingere di non sapere».

Noa non finge di non sapere. È più che mai ottimista. Perché non c’è alternativa all’ottimismo. «Simon Peres sostiene che ottimisti e pessimisti muoiono allo stesso modo. Ma gli ottimisti vivono meglio».

Il suo impegno per la pace la porta a grandi successi e a rinnovati impegni. Canta l’Ave Maria, prima artista ebraica, davanti al papa, Giovanni Paolo II. Diventa ambasciatrice della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di agricoltura.

Già, ma ora è venuto il momento di dire qual è la sua speranza di “sorella della pace”. Anche in vista delle elezioni del 9 aprile. La sua analisi è lucidissima. «All’interno dei suoi confini riconosciuti, Israele è una democrazia. Con tutti i difetti delle democrazie. Ma è una democrazia vera», sostiene. Ciò non toglie che i messaggi lanciati da un governo democraticamente eletto siano sbagliati: volti non come quelli di Rabin a costruire ponti, ma a elevare mura con il cemento della paura. «Io non sono una fan di Benjamin Netanyahu. Lui e il suo governo fanno politiche sbagliate anche entro i confini riconosciutiPrendete il caso degli arabi israeliani: sono una minoranza, ma sono cittadini israeliani. Ebbene il governo di Bibi, come chiamano Netanyahu, ha trasferito loro una montagna di danaro, come nessun altro governo prima. Ma poi li indica come nemici. Come i nemici interni. Questa politica non è giusta. È sbagliata. Si fonda sulla creazione artificiale di un sentimento di paura: gli arabi sono pericolosi, gli arabi sono il nemico. Non è vero. Non è giusto. E io ho il dovere oltre che il diritto di contestarla, questa politica. Di trovare un altro modo di rapportarci noi israeliani con gli arabi. In maniera pacifica e democratica, s’intende». 

Israele è un paese democratico con una forte partecipazione popolare. Con forze progressiste estese e ben organizzate. «A molti di voi sembrerà sorprendente, ma in Israele vi sono organizzazioni che si battono per la pace e per i diritti umani numerose e diffuse. Il loro numero “pro capite” è il maggiore al mondo. Nessuno ne ha quanto noi. E sottolineo il contributo delle donne, davvero decisivo, in questi movimenti e anche nei partiti di sinistra».

Entro i confini riconosciuti, Israele è una democrazia ricca e pluralista. Questo il mondo spesso lo dimentica, sbagliando.

E fuori dai confini riconosciuti, nei territori occupati controllati dall’esercito? Ecco lì la situazione è diversa, sostiene Noa: «Lì la situazione è inaccettabile». Lì il comportamento di Israele non è democratico. Lì c’è una condizione di apartheid. Lì, Israele deve cambiare radicalmente atteggiamento.

Rispetto a questa situazione «molti israeliani non vogliono vedere». E lei, Noa, ritiene un suo dovere di patriota, per il bene di Israele, squarciare il velo.

Già, ma la conoscenza non è fine a se stessa. Serve per agire. E quali sono gli obiettivi che Noa si prefigge?

«Vedete – sostiene – questa situazione di stallo, di conflitto a volte latente e a volte esploso, non può continuare in eterno. Dole opzioni in campo nelle relazioni tra arabi e israeliani sono quattro. Le prime due sono speculari e opposte: ciascuno vorrebbe eliminare l’altro. Mandarli via. Alcuni estremisti arabi vorrebbero eliminare Israele e alcuni estremisti israeliani eliminare i palestinesi. Ma sono posizioni minoritarie, irrealizzabili e da rigettare in toto. Poi ci sono due opzioni politiche. Una prefigura l’esistenza di un unico stato: una grande Israele, che inglobi i palestinesi. Ma è un’opzione irrealizzabile. Un simile stato non potrebbe essere democratico. Non potrebbe che essere fondato su una nuova e più drammatica apartheid. Dunque, non resta che un’unica opzione realistica: quella dei due stati. Che si riconoscono reciprocamente e basano sul rispetto le loro relazioni».

Ecco, bisogna «passare dalla paura al rispetto».

Ma è possibile farlo? Noa rivolge la domanda a se stessa. Sono decenni che Israele e gli arabi sono in conflitto. E in questi decenni la situazione, per molti versi, è peggiorata. Nessuno in questo momento vede la luce in fondo al tunnel del mero rapporto di forza. Di separazione coatta. Di stallo. Come è possibile palare di pace e di due stati?

«La pace è possibile. Basta volerla. Ben Gurion stabilì un trattato con la Germania appena dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale e della shoah, ovvero del genocidio stesso del popolo ebraico. Se lo ha fatto Ben Gurion con i tedeschi, lo possiamo ben fare noi con gli arabi. La storia delle nostre relazioni, certo difficili, non è certo tale da impedirci di parlare e di stabilire le regole per una convivenza pacifica».

La linea politica che Noa illustra è lucida razionale. È un’energia che sembra impossibile possa emanare quel corpo esile e delicato, ma che ti prende. Lei è convinta che già dalle prossime elezioni Netanyahu e il suo governo di destra possano essere sconfitti. Che si possa ritornare a parlare di dialogo per la pace.  «Vedete – sostiene – per realizzare la pace tra israeliani e arabi bisogna cambiare prospettiva. Abbandonare quella del pessimismo è abbracciare quella dell’ottimismo. Abbracciare la prospettiva che la vita è bella, anche nelle situazioni più tragiche e senza apparenti vie d’uscita».

Il riferimento a La vita è bella non è casuale. Lei è stata la voce che ci ha accompagnato nella visione del film di Benigni. «Un autentico genio», lo definisce Noa.

E a questo punto il richiamo alle parole di quella canzone è inevitabile. «Sorridi, senza ragione. Ama, come se fossi un bambino. Sorridi, non importa quel che ti dicono. Non ascoltare una sola parola perché la vita è bella così». Dalla colonna sonora del film La vita è bella di Roberto Benigni. Musica di Nicola Piovani. Testo di Noa e Gil Dor.

A questo punto Gil Dor imbraccia la chitarra e Noa inizia a cantare, come solo lei sa. Una, due, tre canzoni. L’Aula Magna dell’Università di Padova si riempie di una specie di etere. La materia della speranza.