Il Multirazziale, il Multireligioso, il Multietnico, il Multinazionale, il Multiculturale.


girotondoLo scenario di un inganno.
Di Costanzo Preve
1. Introduzione. I “molti” che nascondono l’ “Uno”. La realtà confezionata dalle oligarchie a misura dello sradicamento degli intellettuali.
2. La società multirazziale. Genesi classista e proprietaria dell’ideologia razzista ed unità filosofica del genere umano.
3. La società multireligiosa. Considerazioni sul rapporto fra religione ed identità comunitaria, sul laicismo e sull’ateismo contemporaneo.
4. La società multietnica. Etnia, nazione ed etnogenesi storica delle nazioni.
5. La società multinazionale. Nazione, presunte “comunità immaginarie”, valore culturale, politico e geopolitico delle nazioni oggi.
6. La società multiculturale. Realtà quotidiana ed individuale, positivo incontro fra culture, ruolo inestimabile della conoscenza culturale reciproca, funzione negativa dell’ideologia del multiculturalismo.
7. Conclusioni. La necessità di acquisire un meditato punto di vista individuale al di là delle
manipolazioni del ceto politico, del ceto mediatico e del clero intellettuale universitario.

Vi è oggi un’ampia discussione, sia pure giornalistica, manipolata e superficiale, su un nodo di “multi” : ilmultirazziale, il multi religioso, il multietnico, il multinazionale ed il multiculturale. Si tratta di bencinque “multi”, variamente intrecciati ma anche separabili analiticamente per poterli discutere edanalizzare meglio.Bisogna prima di tutto sapere che si tratta dello scenario di un inganno e di una manipolazione. Edallora lasciamo discutere Maroni e Berlusconi, i vescovi ed i preti, gli editorialisti virtuosi strapagati ed inegozianti sull’orlo del fallimento. Ancora una volta, seguiamo l’aureo detto del grande Hegel: «Nellostudio la via regia ultima è pensare da se stessi». E non vi è alcun dubbio che in questo mio studio hocercato di pensare da me stesso. Il lettore potrà essere d’accordo oppure – come è più probabile – indisaccordo.Ma una cosa è sicura. Che quanto qui ho scritto l’ho pensato da me stesso.

1. Introduzione. I “molti” che si nascondono dietro l’Uno. La realtà confezionata dalle oligarchie a misura dello sradicamento degli intellettuali

Spesso per affrontare il problema della definizione di un concetto è sufficiente rivolgersi allalessicografia. Se apriamo il Devoto-Oli, il termine “multietnicità” è definito come “il riconoscimento e lavalorizzazione di differenti componenti etniche all’interno di una comunità”. E che cos’è inveceun’etnia? Un’etnia è “un aggruppamento fondato sulla forte affinità di caratteri fisico-somatici, culturali,linguistici, eccetera”. Io sono un lettore accanito e sistematico di vocabolari, in specie etimologici,perché ho sempre pensato che buona parte della filosofia non è altro che elaborazione storica a partireda una etimologia originaria, modificatasi sulla base degli sviluppi dei marxiani rapporti sociali diproduzione, sviluppi che stanno alla base della genesi delle ideologie e di quel raffinato metodo storico,da me ampiamente coltivato, che si chiama deduzione sociale delle stesse categorie del pensiero. Questavolta, però, il Devoto-Oli non ci aiuta. E non ci aiuta perché i due buoni lessicografi non si immaginanoneppure che i significati semantici dei termini sono sempre subordinati alla manipolazione ideologicadei termini stessi. E questo, appunto, è il problema.Quando chiesero a Gandhi che cosa pensava della Civiltà occidentale, lui rispose cautamente chepoteva essere una buona idea. Per stare fermi alla sua espressione, io penso invece che sia una cattivaidea. Magari non pessima come quella di una società di cannibali e di sacrifici umani rituali macomunque una cattiva idea. E tuttavia, per non limitarci a buttare lì questa impegnativa valutazionesenza discuterla ulteriormente, bisognerà pur sempre motivarla brevemente. Per poterlo fare bisogneràfare prima una breve storia dell’Uno; seguire la dialettica storica dell’Uno dal cielo alla terra o, se sivuole, in linguaggio filosofico dalla trascendenza all’immanenza; percorrerne la parabola dallalegittimazione religiosa a quella economica; indagare spregiudicatamente il passaggio da sacerdoti adintellettuali; ed infine in conclusione constatare il rovesciamento dialettico del progressismo innarcisismo, accompagnato dalla deriva dell’impegno in sradicamento, e quindi del ceto intellettualedall’egemonia degli impegnati alla egemonia degli sradicati. Alla fine si avrà la chiave interpretativa dellaattuale triplice gestione (ceto politico privo di coscienza infelice ed interamente professionalizzato, circomediatico del quotidiano spettacolo manipolato, clero universitario sradicato) dei cinque “ismimolteplici” da discutere (multirazziale, multireligioso, multietnico, multinazionale e multiculturale). Illettore abbia pazienza se sarò necessariamente sintetico per ragioni di spazio. Da tempo sonorassegnato a non essere letto e a non essere creduto, per cui sono caduto in quella particolare patologiaparanoico-depressiva consistente nel non fare neppure più attenzione alla forma espositiva, esoprattutto alla citatologia di sostegno.Pur all’interno del pluralismo empirico immediato delle loro esperienze sociali e comunitarie –pluralismo empirico che provocò le prime forme politeistiche di culto (animali totemici, eccetera) – gliuomini ben presto approdarono in modo evolutivo ad un’unificazione simbolica del mondo naturale esociale che prese spontaneamente la forma di Dio. È curioso che i sostenitori fanaticidell’Evoluzionismo, interpretato come argomento principe in favore dell’ateismo, non si rendano contoche è esistito anche e soprattutto un evoluzionismo nel campo della filosofia la cui struttura portante èstata il passaggio dai Molti (animali totemici, forze naturali, caratteristiche psicologiche differenziate)all’Uno. E questo Uno, in un primo momento, non poteva essere che Dio. Qui si vede subito lasostanziale erroneità di chi interpreta il concetto unificato di Dio in termini di ignoranza, disuperstizione, di inganno dei preti, di copertura alla divisione in classi di sfruttatori e sfruttati, eccetera.Non nego che queste quattro forme siano state più o meno presenti in forma mescolata, ma l’essenzialeè un altro, e cioè la necessaria unificazione simbolica della sintesi sociale in un unico concetto di Uno.L’Uno, infatti, è la necessaria rappresentazione (Vorstellung) dell’assoluto dell’unità sociale o, se si vuole,l’identificazione di Dio e della Natura, e cioè di un Microcosmo sociale e di un Microcosmo naturale.Chi conosce la storia della filosofia si renderà agevolmente conto che preferisco la soluzione data alproblema da Spinoza e da Hegel piuttosto della pur onorevole soluzione dell’Umanesimo ateo(Feuerbach, Marx, Sartre, eccetera), o dell’altrettanto onorevole applicazione alla teologia dellaMetafisica di Aristotele (Averroè, Tommaso d’Aquino, eccetera).Per non farla troppo lunga, l’unificazione simbolico monoteistico-trascendente della sintesi socialecomunitaria umana, in cui l’Uno è comunque sempre Dio (e poco importa se teista, deista o panteista,dimostrabile oppure indimostrabile, oggetto di fede oppure di ragione, eccetera), dura fino a quandonon nasce una Nuova Religione, materialmente e socialmente in grado di sostituire la precedente nellasua funzione sociale di raddoppiamento della unitarietà della sintesi sociale. Per nuova religione, tuttavia(lo dico subito per chiarire ogni possibile pittoresco equivoco), non intendo affatto il cosiddettopassaggio dal Politeismo al Monoteismo (lo stesso politeismo – vedi i due esempi greco ed indiano – èsempre orientato ad una unificazione filosofico-astratta della divinità, che si esprime in numerosemanifestazioni apparentemente – ma solo apparentemente – pluralistiche), e neppure le successioni diebraismo, cristianesimo ed islam. Per nuova religione intendo esclusivamente la nuova ed ineditalegittimazione terrestre ed immanente della Società su sé stessa, sulla base della nuova Trinità IdolatricaEconomia-Storia-Scienza (l’ordine non è storico, perché se fosse storico dovrebbe essere invertito, malogico, e cioè in ordine d’importanza).Il passaggio dalla vecchia alla nuova religione conserva unicamente un solo elemento della vecchia, ecioè l’Uno. Non è infatti assolutamente vero, infatti, che si passi dal Monoteismo al Politeismo deivalori, come ritengono i confusionari seguaci del martellatore Nietzsche oppure del suo traduttore inlinguaggio universitario moderato politicamente corretto, e cioè Max Weber. Non è vero per niente.L’Uno, e cioè la legittimazione monoteistica della Società, resta assolutamente intatto, masemplicemente passa dalla Trinità cristiana (Padre-Figlio-Spirito Santo), in cui Hegel vide correttamentela forma simbolica del movimento dialettico dell’autocoscienza storica (In Sé-Fuori di Sé-Per sé), allanuova Trinità capitalistica, e cioè Economia (fondata su se stessa al di fuori di ogni fondazionefilosofica e politica esterna, tipo diritto naturale e contratto sociale), Storia (e cioè radicaleimmanentizzazione dello scorrimento del tempo, unificato sotto la categoria ideologico-inesistente diProgresso), ed infine Scienza, concepita non come una legittima ideazione umana per la conoscenzadella Natura (e solo della Natura, intellettualisticamente pensata come esterna e precedente la Comunitàumana), ma come unica forma conoscitiva valida del mondo, tribunale supremo ed inappellabile diqualsiasi pretesa di valutazione sociale delle cose.L’Uno, come si vede, rimane, ma rimane in forma pienamente idolatrica, nella forma, già preannunciatadal testo biblico veterotestamentario, del Vitello d’Oro. Ma siccome gli antichi greci si mangiavano ininsalata gli antichi ebrei in elaborazione filosofica, la filosofia greca classica non si limitò ad evocaresimbolicamente il Vitello d’Oro, ma scese nel merito razionale delle ragioni della dissoluzionecrematistica della Comunità, di come il suo fattore più importante fosse l’infinito-indeterminato delpotere e del denaro (apeiron), e di come questo richiedesse un freno (katechon), e di come questo frenofosse la capacità di ripartizione armonica delle ricchezze e del potere su base aritmetico-geometrica(logos).Il moderno capitalismo occidentale, per dirla con Gandhi, non è una buona idea, perché ha trasformatol’Uno in dominio crematistico unificato ed incontrollato. L’Uno resta, appunto, ma rovesciato.Dal momento che i vecchi sacerdoti dell’Uno trascendente hanno perduto ogni potere ed autorità dilegittimazione sociale (se non ancora in alcuni benemeriti paesi residui, tipo l’Iran, ma non è ancorachiaro per quanto tempo ancora), e sono stati derubricati ad assistenti sociali e/o a moralisti pedanti edel tutto impotenti, è del tutto evidente che i cosiddetti “intellettuali” ne sono divenuti gli eredi. Perquesta ragione il termine “intellettuale” non deve essere esteso e retrodatato a quando era ancora infunzione la legittimazione religiosa della società (e per questo Dante o Machiavelli non eranoassolutamente “intellettuali“), ma deve essere impiegato a partire da quando questa legittimazionereligiosa diventa marginale, viene “liberalizzata” (il che significa che non conta più niente – le cose checontano non vengono mai liberalizzate – ad esempio oggi la negazione dell’Olocausto ebraico –peraltro realmente avvenuto – o la denuncia della sanguinosa impostura dei cosiddetti “diritti umani”),e con questo privata di qualsivoglia efficacia.Gli intellettuali sono i sacerdoti del progresso e della modernità, e quindi sono automaticamentesoltanto di “sinistra“. I cosiddetti intellettuali di “destra“ non esistono, in quanto sono un gruppoereticale, e quindi non sacerdotale, di non-credenti nel progresso e nella modernità. Nella loro primafase evolutiva, gli intellettuali (i cui principali Padri della Chiesa sono Voltaire e Kant) sono i sacerdotidella fede nel Progresso e nella Modernità, e praticano il cosiddetto Impegno, equivalente laicizzatodella Carità cristiana e musulmana. Ad un certo punto, però, insorge il Dubbio, che non li portaovviamente a dubitare di Dio (in cui non avevano mai creduto), ma a dubitare del Progresso (per cui siattaccano a tutto, da Nietzsche a Lyotard). Il progressismo si rovescia quindi in narcisismo, e l’impegnoin sradicamento.Nell’attuale fase, lo sradicamento degli intellettuali si esprime nella generalizzata contestazione dell’ideadi Verità, vista come pericoloso strumento ideologico di legittimazione retorica della coercizione, nellapreferenza per il Relativismo, visto come cornice dell’arbitrio individualistico più assoluto, ed infine nelNichilismo non tanto come negazione dell’ontologia, ma come Ontologia Rovesciata, in quanto ilNulla, da contestazione prometeica dell’ordine contestato (prima fase nicciana, seconda faseheideggeriana), diventa nuovo principio di legittimazione dell’individualismo più scatenato.L’individualismo è quindi il fondamento non solo psicologico (narcisismo), ma ontologico (relativismonichilistico) del nuovo occidentalismo crematistico senza confini. Oggi l’Uno è questo, o megliosoltanto questo. Questo Uno sociale, sempre per dirla con Gandhi, non è affatto una buona idea, ed èanzi una pessima idea. Esso pone il valore di scambio, ed il differenziato potere di acquisto e di accessoche comporta l’appropriazione privata del valore d’uso (il termine “privato“ deve essere declinato inmodo transitivo, e cioè che “priva“ altra gente, mentre originariamente era un verbo passivo, in quantoil “privato“ era l’individuo privato dell’accesso tribale-comunitario all’ager publicus), come unicofondamento della società. Oggi l’Uno è per ora questo, e soltanto questo.Domani chissà. Toccherà anche a noi (o più esattamente ai nostri discendenti, per il presente non nutromolte speranze) cambiare le cose. Ma ora mostriamo come l’Uno, per ingannare meglio, si nascondaipocritamente dietro i molti, anzi i “multi“

2. La società multirazziale. Genesi classista e proprietaria dell’ideologia razzista ed unità filosofica del genere umano.

Il modo politicamente corretto tradizionale di affrontare oggi il concetto di Razza è quello di affermarevirtuosamente che si tratta di un Pregiudizio, a vari livelli di pericolosità. Si va da un minimo dipericolosità fastidiosa ma sostanzialmente innocua (i negri sono più dotati per il bello che per lo studio),fino ad un grado di pericolosità estrema e criminale (gli ebrei sono una razza maledetta che vuoledominare il mondo, e che deve essere annientata). Concordo pienamente sulla pericolosità estrema esulla infondatezza radicale del pregiudizio razzista, ma mi permetto di osservare che l’insistenza sul suocarattere di pregiudizio è una cattiva medicina per la patologia in questione, in quanto il razzismo non èaffatto un pre-giudizio ma, semmai, un post-giudizio, legato ad un’altra questione fondante da cuideriva, e cioè alla proprietà privata dei mezzi di produzione nella fase dell’ “accumulazione primitiva delcapitale“, colonialistico prima, ed imperialistico poi. Ma spieghiamoci meglio, perché ne vale proprio lapena.Giuliano Gliozzi, intelligente filosofo italiano morto prematuramente nel 1991 (e mio caro amicopersonale), studiò parallelamente la teoria della razza e le teorie della proprietà privata nella cosiddettamodernità, termine universitario manipolato per indicare l’accumulazione capitalistica primitiva dalcinquecento al settecento. Non discuto qui per brevità i particolari dei due libri in cui Gliozzi espose lesue osservazioni, ed invece mi limiterò a riesporle in modo assolutamente personale ed originale. Il mioconvincimento può infatti essere brevemente riassunto in questo modo: lungi dall’essere un pregiudizio,il razzismo è a tutti gli effetti un post-giudizio, in quanto avviene dopo che si èpreventivamente compreso che può servire da legittimazione per l’impadronimento gratuito diproprietà collettivo-comunitarie, considerate appunto come tipiche di “razze inferiori“, oppure diproprietà finanziarie private, considerate come tipiche di una razza malvagia ed invasiva (gli ebrei,appunto). In entrambi i casi siamo di fronte a post-giudizi, e non a pre-giudizi. Il bambinesco concettodi pre-giudizio, tautologico e moralistico, serve unicamente da cortina fumogena di tipo ideologico pernascondere agli sciocchi ed ai superficiali le radici del razzismo stesso, che stanno in un post-giudiziopreceduto da strategie politiche, economiche e militari di impadronimento di proprietà di tipocollettivo-comunitario da trasformare in proprietà feudali (spagnoli, portoghesi), finanziarie (olandesi),individuali (primi coloni americani), o decisamente capitalistiche (impero inglese, ed oggi impero USA esatelliti).Mi permetto ora una breve parentesi personale. È di moda oggi dare la parola agli scienziati, cheavrebbero irrefutabilmente “dimostrato“ su basi biologiche e genetiche che le razze semplicemente nonesistono. È quindi scorretto dire che le razze esistono, ma sono invece “eguali“, ed ognidiscriminazione è infondata. Mi permetto di non condividere questa ennesima fiducia aprioristica versoi cosiddetti “scienziati“. Cento anni fa erano tutti d’accordo a dire “scientificamente“ che le razzeesistevano. Oggi sono tutti d’accordo a dire “scientificamente“ che le razze non esistono. Fra centoanni, in condizioni storiche oggi ancora del tutto imprevedibili, potrebbero diventare tutti d’accordo asostenere che le razze riesistono. Al di fuori della loro limitatissima specializzazione, alla corporazionedegli scienziati personalmente non darei da gestire neppure una cartoleria in un paesino di campagna.Dopo questa scandalosa e politicamente scorrettissima dichiarazione, premetto che anche per me lerazze non esistono, e tutti gli uomini sono assolutamente eguali, indipendentemente dai tratti somatici edal colore della pelle, ma non lo sono certamente per ragioni “scientifiche“, ma per questioniesclusivamente filosofiche (oppure anche religiose, ove la religione venga intesa in termini popolari difilosofia umanistica per le grandi masse). Credo infatti nell’unità filosofica del Genere Umano, e nelprimato assoluto dell’Uomo sul denaro, i due elementi che Luca Gracchi definirebbe correttamentecome umanesimo e come critica comunitaria alla crematistica. Ho in antipatia ogni tentativo di spezzaresofisticamente questa unità del genere umano, non solo nella forma hard del razzismo del colore dellapelle, ma anche nella forma soft del femminismo differenzialistico del cosiddetto gender sceltodall’individuo, in assenza di qualunque natura umana comune di riferimento. Il fatto che la “sinistra“fischi sonoramente il razzismo ed applauda freneticamente il femminismo di gender non mi riguarda, mariguarda solo gli ingenui ed i mal consigliati che lo fanno. E con questo, chiudo questa pittoresca manecessaria parentesi personale. Torniamo alla dialettica della proprietà, da cui sgorga l razzismo comesuo specifico post-giudizio.Iniziamo dall’esame etimologico e filosofico del termine “proprietà privata“. Esso non è affatto ovviocome sembra. Il grande Hegel avrebbe detto che ciò che è noto, in quanto noto, non per questo è giàconosciuto. Il termine “proprietà“ non è affatto cattivo o da evitare, in quanto indica correttamente ciòche è “proprio“, e perciò connota singolarmente la mia specifica individualità personale, e personalenon in quanto “maschera di carattere“ (Charaktermaske), come diceva Marx, ma come particolaritàirripetibile. L’universale non è staccato dalle particolarità irripetibili, ma vive solo in intimo rapportocon queste (accetto qui brevemente la critica di Aristotele a Platone). Del resto Marx, per indicare ilComunismo, utilizzò le duce categorie di libera individualità e di proprietà individuale. So che questo èpoco noto, ma non ho qui lo spazio per tutta la citatologia di servizio e di accompagnamento.Se analizziamo la diade “proprietà privata“ non più dal punto di vista della “proprietà“, ma da quellodel “privato“, ci accorgiamo che questo termine latino ha un significato passivo anteriore, ed unsignificato attivo posteriore. Come significato passivo anteriore, il “privato“ era l’individuo sradicato daogni appartenenza tribale comunitaria, che era quindi escluso dal godimento comunitario dell’agerpublicus, che era appunto la forma corrente di appropriazione tribale comunitaria. Come significatoattivo posteriore, il proprietario privato priva (terza persona presente del verbo transitivo “privare“)della sua proprietà individuale il debitore, che a volte viene addirittura schiavizzato per debiti (lafilosofia greca in un certo senso nacque per reagire a questa oscenità umana), e priva della loroproprietà collettiva e comunitaria le tribù che egli conquista e sottomette. All’interno di questaespropriazione “privata“, il privato scopre che il post-giudizio razzista gli è molto utile per legittimarequesta espropriazione. Gli inferiori, in quanto razzisticamente inferiori, non hanno il diritto di adire ingiudizio, e quindi di opporsi a questa espropriazione. Il razzista infatti usa sinonimi animaleschi(scimmia, cane, bestia, eccetera) non certo per pre-giudizio, ma per meditato post-giudizio, perché lescimmie non possono effettivamente essere titolari di una proprietà legittima, e neppure difendere intribunale i propri diritti. Il razzismo sionista verso i palestinesi, ad esempio, non è affatto un pregiudizio,ma un post-giudizio, perché bisogna togliere ai palestinesi il diritto legale di opporsi alla loroespropriazione, in nome dei diritti biblici e/o dell’espiazione dell’Olocausto. Chi non ha ancora capitoche l’Olocausto (che peraltro è realmente avvenuto) non deve essere negato non certo per ragioni di“memoria storica“, ma per ragioni di post-giudizio proprietario razzista, può solo barrare due caselle: labuona fede degli sciocchi o la malafede dei mascalzoni. Il lettore barri la casella che preferisce, o che ilricatto del politicamente corretto gli consiglia di barrare per opportunismo o quieto vivere.Il post-giudizio razzista, tuttavia, è storicamente limitato al periodo della occupazione colonialistica delmondo da parte delle potenze feudali e/o capitalistiche (le prime furono sempre meno distruttive delleseconde, come la storia comparata dal 1492 al 1914 mostra a chi vuole imparare dai fatti). Una voltarealizzata compiutamente l’integrale occupazione capitalistica del mondo (la famosa globalizzazione),non esiste più ragione di distinguere gli agenti della produzione capitalistica in bianchi, neri, gialli,biondi e bruni. A questo punto la corporazione subalterna degli “scienziati“, debitamente preavvertita,scopre improvvisamente che le razze, che prima erano date per scontate, improvvisamente nonesistono più, con profluvio di tabelle biologiche e genetiche e linguaggio tecnico incomprensibile ainormali pecoroni.Non si tratta ovviamente di una benevole concessione volontaria. Si tratta della dolorosa presa d’attoche, nonostante Hiroshima, ormai gialli, neri ed “abbronzati“ (uso qui la categoria scientifica propostadal grande biologo Silvio Berlusconi) sono in grado di sviluppare il capitalismo da soli, e la dinamica diarraffamento non può più essere differenziata sulla base del colore della pelle.È questa la base ideologica del fatto che la casta degli intellettuali, al di fuori di qualche residuosimpatizzante nazista (specie che dovrebbe essere protetta come i panda per salvaguardare la varietàecologica della natura – non vengono forse protette anche le tigri, i ragni e gli scorpioni?), si èimprovvisamente convertita ad un antirazzismo frenetico. Avendo smesso di rappresentare gli interessidei disoccupati e dei salariati locali, diventati antipatici perché “populisti“, i nuovi sradicati si rifanno labuona coscienza con l’esaltazione del migrante, del diverso, in una parola del “buon selvaggio“. Storiavecchia. La storia del buon selvaggio c’era già nel Settecento. In mezzo c’era stata la storia, oggidimenticata, dell’abolizione dello sfruttamento.Concludiamo. Il razzismo è filosoficamente una negazione dell’unità filosofica del genere umano. Perquesto è da respingere senza condizioni e senza giustificazioni sofistiche. In quanto agli scienziati, se sisono decisi a sostenere che le razze non esistono, tanto meglio per loro. Mi raccomando, continuatecosì.

3. La società multireligiosa. Considerazioni sul rapporto fra religione ed identità comunitarie, sul laicismo e sull’ateismo contemporaneo.

Prima di cominciare la discussione, è bene chiarire preventivamente che cosa possiamo intendere consocietà multireligiosa a livello del linguaggio comune.In primo luogo, si può intendere una società in cui ogni culto religioso è giuridicamente libero egarantito e, nello stesso tempo, è garantito il diritto pubblico di riconoscimento integrale dell’ateismo,con connessa dichiarazione pubblica di ateismo, e diritto a non essere costretto a giurare su testireligiosi di alcun tipo. Questo comporta la presenza di chiese protestanti, ortodosse, cattoliche, disinagoghe ebraiche, di moschee musulmane, di templi buddisti ed induisti, eccetera.In secondo luogo, si può intendere una società in cui le minoranze religiose non siano soltanto daprefisso telefonico (esistevano infatti moschee a Genova e Venezia e chiese al Cairo anche nelCinquecento, senza che quelle società fossero già multi religiose), ma in cui siano presenti religioniminoritarie consistenti, visibili ed organizzate.In terzo luogo, si può intendere una società “laica“ nel senso europeo-occidentale del termine (termineche non coincide con il termine anglosassone di “secolarizzata“, che spesso viene usato scorrettamenteal posto di “laico“), in cui ci può essere una religione ultramaggioritaria, addirittura del novantacinque opiù per cento, ma questa religione maggioritaria gode degli stessi diritti pubblici di una religione dellozero virgola zero uno per cento(ad esempio, la setta buddista Soka Gakkai).C’è, infine, il problema del ruolo pubblico della religione organizzata in una società ampiamentesecolarizzata, unito al distinto problema della valutazione filosofica della natura della secolarizzazione.A partire da questa base terminologica-concettuale, si può iniziare la discussione.È bene però stringere subito il nodo della questione: una società multireligiosa comincia ad esisteresoltanto quando le religioni cominciano a non contare più niente, o meglio a non contare più comelegittimazione primaria della sintesi sociale in atto, e vengono derubricate ad agenzie ideologiche diassistenzialismo caritativo e/o di supporto psicologico delle difficoltà personali della vita. La tolleranzainizia infatti sempre con l’irrilevanza. Ovviamente, non sto affatto auspicando il ritorno all’intolleranza.La tolleranza mi sta benissimo. Sto soltanto cercando di partire da una constatazione realistica. Delresto Voltaire, quando dovette scappare in Inghilterra dopo essere stato fatto picchiare da un nobilefrancese, constatò che nella Borsa Valori regnava la massima tolleranza, e nessuno faceva caso al fattoche si fosse cristiani, ebrei o musulmani. Non si tratta allora di rimpiangere il Bel Medioevo dei roghidegli eretici. Si tratta solo di capire l’essenza della questione.Il gergo universitario non è in grado di capirlo, e neppure di accostarvisi. Si usa ripetere a pappagalloche la modernità è caratterizzata dalla secolarizzazione. I più sofisticati vi aggiungono che ècaratterizzata dal politeismo dei valori e dal disincanto del mondo. I più ideologizzati, scuotendomestamente il capo, aggiungono che la modernità si compie nel dominio anonimo della Tecnica, nellaFine della Storia, nel Disincanto rispetto alle grandi narrazioni, nello Scetticismo Liberale, eccetera. Ilfatto curioso è che ci siano degli ingenui che pensano che sia vero, e non si tratti invece soltantodell’elaborazione sofisticata di una ideologia universitaria per intellettuali narcisisti.Se invece traduciamo le espressioni sapienziali in linguaggio ordinario tutto diventa immediatamentepiù chiaro. Dire che la modernità è caratterizzata dalla Secolarizzazione significa che la societàcapitalistica, a differenza di quella precedente, non ha più bisogno di una legittimazione religiosacomplessiva, perché la connessione individualistica dei modelli di consumo nel Mercato può fare ameno di una religione. Il monoteismo del Mercato, infatti, non ha bisogno di appositi edifici di culto,ma si realizza direttamente nei giganteschi edifici di vendita (mall). Certo, c’è sempre bisogno di unaintegrazione psicologica, ma essa viene esercitata da professionisti a pagamento (psicologi laureatiiscritti all’Albo), oppure gratuitamente (sacerdoti di ogni tipo).Prendiamo gli USA. Essi possono essere definiti come una società iperreligiosa senza religione. Tutti siriempiono la bocca con la parola Dio, e nello stesso tempo non c’è neppure una copertura sanitariauniversalistica, che c’è persino in Patagonia, ed è considerato del tutto naturale che ci siano moltissimisenza casa che dormono sui marciapiedi (homeless). La teoria della secolarizzazione è del tutto impotentea spiegarlo, e non mi raccontino ancora una volta la storiella insensata del rapporto fra protestantesimoe capitalismo. Non ci credo più. Si tratta di un fenomeno di pigrizia inerziale, simile alla storiella delmessianesimo marxista, frutto di una secolarizzazione di una escatologia ebraico-cristiana nel linguaggiodell’economia politica. Bisogna voltare pagina.A suo tempo Heidegger individuò nella cosiddetta “sdivinizzazione” l’allargarsi dello stato di incertezzarispetto all’esistenza di Dio o delle divinità. Qui ci avviciniamo già di più al problema. L’indecisionerispetto a Dio o agli dei si accompagna ovviamente all’esperienza religiosa psicologica personale,variante colta e sensibile del narcisismo diffuso, con la ricerca storiografica e psicologica sul Mito, edinfine con l’ossessivo interesse per la vita “terrena“ di Gesù e per il contenuto sociale del suoinsegnamento, ovviamente sempre censurato dai preti.Lo stato d’indecisione rispetto all’esistenza di Dio o delle divinità si accompagna generalmente alladiffusione dell’ateismo. In generale si pensa che l’ateismo sia lo stato di incredulità prima, e dinegazione poi, della esistenza cosale e materiale nel tempo e nello spazio di un’entità onnipotenteimmaginata sulla base di una proiezione antropomorfica, dotata cioè di opinioni veritative e di capacitàdemiurgiche materiali. Di qui, ovviamente, le simulazioni spettacolari del conflitto fra evoluzionisti ecreazionisti. Simulazione insensata, perché l’evoluzionismo ed il creazionismo non sono simmetrici, enon si muovono sullo stesso piano. L’evoluzionismo è infatti un’ipotesi scientifica (cui fra l’altro iopersonalmente aderisco, per questo ne posso capire, che è assai poco), mentre il creazionismo è unmito mesopotamico, poi “copiato“ sfrontatamente prima dagli ebrei, e poi dai cristiani e dai musulmani.Personalmente, ritengo questa definizione di ateismo valida soltanto per le interminabili discussioniadolescenziali se Dio esista o no (personalmente, le ho fatte con l’amico di infanzia Giuliano Gliozzi frai 14 e i 16 anni). Concordo invece con la definizione di Hegel, per cui l’ateismo è la perdita d’interesseverso l’accertamento della Verità. L’ateismo non è quindi né un nichilismo (Ratzinger), né tantomenoun umanesimo (Althusser), eccetera. L’ateismo è una situazione storica in cui si è perduto ormai ogniinteresse, privato e pubblico, per il conseguimento di una credibile verità comune. Di fronte allageneralizzazione dell’ateismo, come direbbe Heidegger, solo un Dio potrebbe ancora salvarci.Di laicismo si parla molto, soprattutto nei Paesi a maggioranza cattolica. Nei paesi protestanti se neparla meno, in quanto in essi la lettura diretta e personale della Bibbia ha causato una strana dicotomiafra una maggioranza d’increduli totali ed una minoranza di fanatici lettera listi. Nei paesi ortodossi se neparla poco, perché in questi paesi la religione difende la comunità nazionale, e non mira a pelosiuniversalismi astratti. Nell’ebraismo non esiste una netta distinzione fra atei e credenti, in quanto tutti edue condividono in varie forme un sentimento comune di eccezionalità e di superiorità su tutti gli altri(non si tratta di una calunnia antisemita, ma della razionale convinzione di Freud in Mosé e il Monoteismo).Nell’Islam, infine, non si è ancora per fortuna (ripeto: per fortuna) compiutamente realizzata laseparazione integrale fra politica e religione, e questo, lungi dall’essere un deplorevole ritardo nel fatalecammino della modernità, è per me una inestimabile risorsa per la resistenza all’approfondimentosociale e politico dell’individualismo capitalistico (che il connubio mediatico-universitario chiama ingenere “modernizzazione“).Se infatti esaminiamo l’ateismo sotto il punto di vista della perdita di interesse verso la verità, essoperde ogni carattere scientifico-cosmologico o umanistico-immanentistico, ed anche l’ossessione perl’accertamento o meno di una cosalità spazio-temporale onnipotente. L’ateismo deve infatti esserecorrelato alla legittimazione o meno di una sintesi storica e sociale. In proposito, l’esperienza delcomunismo storico novecentesco realmente esistito (1917-1991), l’unica società umana organizzata chesi è legittimata sulla base di un ateismo esplicito (di tipo sostanzialmente positivistico – chi scrive haletto attentamente molti manuali di “ateismo scientifico“ sovietico in lingue accessibili), è statafallimentare. Sono profondamente convinto, anche se non ho ovviamente qui lo spazio perargomentarlo, che se l’URSS avesse scelto la legittimazione religiosa ortodossa e la Cina lalegittimazione filosofica confuciana, anziché la spiacevole idiozia positivistica del cosiddetto“materialismo dialettico“, sarebbero probabilmente oggi ancora comuniste entrambe. L’insostenibilitàtotale del materialismo dialettico, infatti, non può che rovesciarsi dialetticamente in nichilismoindividualistico di massa.Altra cosa, appunto, è il cosiddetto “laicismo“ occidentale. Qui è necessario prima di tutto capirci, eduscire dalla commedia degli equivoci. Se il laicismo consiste nel fatto che tutti i cittadini hanno paridiritti e doveri, del tutto indipendentemente dalla religione (o dall’ateismo esplicito) che professano,allora il laicismo è ovviamente sacrosanto. Il primo che chiarì concettualmente le cose fu il franceseBodin, alla fine del Cinquecento e delle guerre religiose fra cattolici e calvinisti in Francia. Bodin notòopportunamente che lo Stato non può pretendere la conversione dei sudditi, perché la conversione èfrutto di un convincimento interiore, e se il convincimento interiore non c’è, perché l’argomentazionenon può giungervi in alcun modo, bisogna potervi rinunciare esplicitamente. E quindi, di conseguenza,la cittadinanza non può dipendere da argomentazioni, convincimenti o conversioni.La magistrale impostazione di Bodin è oggi dimenticata da chi pretende una sorta di conversioneforzata alla nuova religione occidentalistica per senza Dio di oggi, basata su tre nuovi dogmi, non si sapiù se ripugnanti, assurdi o schifosi. Essi sono: superiorità del modello di occidentalismoindividualistico su tutte le altre forme di cultura mondiale; teologia interventistica dei diritti umani ebombardamento selettivo, apertura alare asimmetrica, e punizione giudiziaria degli sconfitti, conconseguente apoteosi dei vincitori; religione olocaustica dell’eccezionalità assoluta del Male diAuschwitz, imparagonabile per principio a qualunque altro crimine umano. Questa nuova religione nonha peraltro neppure più bisogno di preti. Basta il ceto politico, l’ordine giudiziario, il circo mediatico edil clero universitario.Al di fuori della razionalità dell’impostazione di Bodin, il laicismo è diventato oggi una religione settariadel codice illuministico europeo, ritenuto l’“ultima parola“ della Civiltà umana. Questo codice terminacon Kant, e tutto ciò che viene dopo (soprattutto Hegel e Marx, i nemici assoluti del laicismo) deveessere considerato una deplorevole degenerazione ideologica. Qui siamo ovviamente del tutto al difuori dell’impostazione di Bodin. Il codice illuministico europeo, infatti, è una religione come le altre.C’è chi la considera l’unica religione universalizzabile del mondo, ma c’è anche chi la considera, perdirla con Fichte, la manifestazione culturale di un’epoca di scetticismo, relativismo, nichilismo o di“epoca della compiuta peccaminosità“. Personalmente, prima di essere razionalmente convinto del fattoche Voltaire è stato il culmine estremo del pensiero umano, preferisco prendere sul serio uno sciamanosiberiano.Viva quindi la tolleranza multireligiosa, dunque. Pienamente d’accordo sul fiorire di chiese, disinagoghe, di moschee, senza dimenticare il diritto degli atei di dichiararsi pubblicamente tali. Questasocietà, infatti, è già da tempo totalmente atea: e questo non perché i libri della scuola elementarecominciano con il Big Bang e con i milioni di anni di amebe, dinosauri, mammut, primitivi, palafitte,eccetera, tutta roba poco compatibile con il Dio creatore, vasaio od orologiaio o tecnico di computer chesia, ma perché non ha più nessuna legittimazione religiosa, ed è caratterizzata da tempo dalla piùsovrana indifferenza verso il problema della verità. Anzi, il circo universitario è dominato da duecorrenti. L’una che identifica la verità con l’accertamento empirico della correttezza dell’accertamentodi dati materiali esterni all’osservatore (“piccolezze“, aveva correttamente affermato Hegel), e l’altra checonsidera la verità una premessa pericolosa, in quanto potrebbe essere usata per legittimare comandicostrittivi verso le minoranze.Ha ragione Fichte. Siamo da tempo entrati nell’epoca delle compiute peccaminosità. Solo un Dio puòancora salvarci.

4. La società multietnica. Etnia, Nazione ed etnogenesi storica delle Nazioni

Che l’Italia sia ormai diventata una “realtà multietnica“ sembra un’ovvietà che non richiede alcunadimostrazione. In Italia sono ormai presenti numerose comunità linguistico-religiose di origini romenomoldava,marocchina, albanese, ucraina, nero-africana, latino-americana, eccetera, che hanno raggiuntoormai una tale consistenza demografica ed economica da non poter più essere considerate in termini diinsiemi di individui migranti separati.Per i giovani questa è un’assoluta ovvietà. Per i più anziani è invece una relativa novità. Riferisco qui unmio ricordo d’infanzia, ormai indelebile dopo più di mezzo secolo. Mia nonna (nata nel 1877 e mortanel 1960) mi portava a spasso da piccolo, e mi insegnava il francese indicandomi le cose e facendomeleripetere, dal momento che nella sua educazione fine-ottocentesca il francese era per lei l’unica lingua delmondo degna di essere parlata dalle persone per bene. Per me quello era il momento della felicitàassoluta, situazione esistenziale perduta quando si smette di essere bambini. Una volta incrociammo perstrada un nero, probabilmente africano, e mia nonna cominciò ad indicarmelo, gridando: “Guarda! UnMoro! Un Moro!”, come se fosse stato Otello. Non lo fece certamente per razzismo, ma per mostrarmiuna novità inconsueta. Ricordo che mi vergognai come un ladro, percependo la scorrettezza di questogrido ad alta voce. Ma il “moro“ non se ne ebbe a male, ed anzi mi sorrise, consapevole che non sitrattava di un grido razzista, ma dell’eccessivo entusiasmo di una nonna che erudiva il suo nipotino.Alla fine degli anni quaranta ed all’inizio degli anni cinquanta questo era ancora possibile. Nel mioprimo viaggio a Parigi, fatto all’età di diciotto anni, mi resi conto che i “mori“ erano talmente numerosida non poter essere più contati. Ho commesso molti errori politici e culturali nella mia vita, ma maiquello di considerare i “mori“, i cinesi, gli arabi, eccetera, come soggetti da discriminare. L’unità delgenere umano rappresenta infatti il fondamento principale della mia considerazione filosofica delmondo.Detto questo, l’Italia è una società multietnica?

Dipende da come la vogliono connotare le oligarchiedominanti ed il codazzo di loro servi colti, gli intellettuali di “sinistra“ politicamente corretti. L’Italia,dal mio punto di vista, è il luogo della nazione italiana, con presenza garantita di due minoranzenazionali (la tedesca e la slovena), con garanzia costituzionale di protezione di dialettofonie varie(sarda,friulana,albanese,eccetera). Per quanto mi concerne, non è assolutamente una nazionemultietnica, anche se fra alcuni secoli potrebbe nascere una nazione nuova, sulla base di una etnogenesistorica nuova, per ora assolutamente imprevedibile, com’è stato il caso per la nazione italiana modernastessa a partire da Carlo Magno in poi. Per ora l’Italia è il paese della nazione italiana, e basta, e le cosenon cambiano assolutamente con l’integrazione progressiva di migranti (auspicabile, e meritevole diessere favorita dai poteri pubblici con l’insegnamento gratuito della lingua italiana, da ritenereindispensabile per l’integrazione).E allora, multi etnicità o integrazione? Qui bisogna capirsi sui termini che impieghiamo e sul lorosignificato. Integrarsi significa diventare cittadini italiani, con tutti i diritti e doveri connessi. È anchepossibile vivere in Italia solo temporaneamente, per lavoro o studio, o anche solo per turismo coltoprolungato, ed in questo caso il problema della cosiddetta “integrazione“ non si pone, se non in terminidi pacifica convivenza prolungata. La badante moldava che si occupa di anziani non è affatto obbligataad “integrarsi“, ed ha invece diritto ad un trattamento retributivo ed assistenziale assolutamente eguale aquello dei cittadini italiani, ed anzi addirittura di più, data la sua situazione di disagio e di lontananzadalla famiglia.Come si vede, la parità dei diritti, l’ospitalità, l’integrazione, eccetera, non hanno assolutamente bisognodella teoria della società multietnica, che trova la sua origine e soprattutto la sua funzione ideologicaaltrove, ed esattamente nella strategia ideologico-culturale di sradicamento, di negazione della sovranitàdello stato nazionale, e di adeguamento alla globalizzazione in corso. È bene impadronirsi saldamentedi questa consapevolezza, perché moltissime persone oneste e sensibili vengono ingannate e sidichiarano sinceramente favorevoli ad una “società multietnica“ per non essere confusi con i razzisti econ i localisti xenofobi.Nel giro di tre generazioni gli immigrati entrano a far parte interamente in una comunità nazionaleattraverso il lavoro, i matrimoni misti, l’assimilazione completa della lingua, eccetera, ed il lororiferimento alla etnia di provenienza diventa necessariamente “mitico“. Mentre le nazioni non sonoassolutamente “comunità immaginarie” (lo discuteremo nel prossimo capitolo), il riferimento alla etniaoriginaria diventa assolutamente “mitico” per l’immigrato integrato di terza (e spesso anche solo diseconda, ed addirittura in alcuni casi di prima) generazione. Altro che società multietnica!Ovviamente, l’immigrato nell’Italia cattolica conserverà spesso la religione originaria (ortodossa e/omusulmana nella maggioranza dei casi), ma anche qui i matrimoni misti porteranno ad un fortissimoannacquamento dei riferimenti simbolici originari. La conservazione della lingua resterà nell’immensamaggioranza dei casi puramente elettiva e legata esclusivamente a strategie culturali familiari (è il casodell’arabo, del romeno, dell’albanese, ed anche di vecchie comunità etniche come gli armeni, fra cui ilpossesso sicuro della lingua originaria è fortemente minoritario). La cucina diventa ovviamenteanch’essa “etnica”, ma dire che i ristoranti etnici sono la prova dell’esistenza di una società multietnica èun’evidente sciocchezza.L’Italia non è, e non deve diventare, una società multietnica. Date le curve demografiche in corso, èbene che il popolo italiano, restando tale, venga arricchito da componenti demografiche provenienti dalmondo intero. Viva le culle con i neonati cinesi, arabi e romeni! Si alle conservazione culturale libera edelettiva di elementi dell’etnia di provenienza! Ma la società multietnica è soltanto il sogno di intellettualisradicati, di sociologi confusionari e di oligarchi globalizzanti.Fra i concetti di etnia e di nazione, ovviamente, non esiste separazione netta, ma continuità processualeomogenea. Una nazione ha avuto una etnogenesi storica data, quasi sempre perfettamente ricostruibilein epoca storica, mentre diventa necessariamente incerta in epoca preistorica (ad esempio, l’originegeografica degli indoeuropei). Una nazione è dunque sempre e solo un’etnia che si è storicamentestabilizzata, perché se in alcuni casi non è riuscita a costituire uno stato nazionale (ad esempio i curdi e ibaschi). In definitiva, etnia e nazione sono la stessa cosa. Chi sono, ad esempio, i lapponi svedesi? Sonocittadini di nazione svedese e di etnia lappone, o sono persone di nazione lappone e di cittadinanzasvedese? Si possono tranquillamente usare entrambe le formulazioni, ma ciò che conta è la situazione,non la terminologia.La famosa questione nazionale non può certo essere “risolta“ in queste poche righe. Ma almeno nelprossimo paragrafo potremo cominciare a discuterla pacatamente.

5. La società multinazionale. Nazione, presunte “comunità immaginarie“, valore culturale, politico e geopolitico dellenazioni oggi.

L’Italia è una società multinazionale? Ma neppure per sogno! L’Italia è la nazione-stato, o piùesattamente lo stato-nazione degli italiani, che ha al suo interno due minoranze nazionali riconosciute,la tedesca e la slovena. In Valle d’Aosta il francese è un residuo storico, e tutti sanno in Valle d’Aostache i soli a parlarlo bene sono i professori di francese locale. Altrove ci sono delle benedettedialettofonie opportunamente salvaguardate. L’Italia è la nazione degli italiani. Chi ritiene, magari inbuona fede, che l’Italia sia un paese multinazionale (magari perché presenta l’immigrazione stabile dietnie particolari, dai romeni agli albanesi, dai marocchini ai peruviani, eccetera) mostra soltanto unapittoresca e scusabile ignoranza di che cosa siano le società e gli stati realmente multinazionali.La Svizzera, ad esempio, è una società multinazionale, in quanto lo stato svizzero è composto di quattronazionalità riconosciute. Il Belgio ne ha tre. La Finlandia ne ha due. La Russia ne ha molte, non soltantola russa, e ci sono anche i tartari ed i mongoli buriati. E potremmo continuare. Ma ciò che conta èconoscere la storia.Se per caso si conosce la storia, si saprà che fino al 1918 sono esistiti due benemeriti stati multinazionalicon capitali, rispettivamente, Vienna e Costantinopoli. Quelli sì che erano stati multinazionali, noncerto l’Italia, la Francia, gli attuali paesi balcanici, gli attuali paesi scandinavi, eccetera. Qui non c’èovviamente lo spazio per scendere negli infiniti dettagli, oppure per aprire una discussione seria suglistati nazionali con minoranze, o con etnie protette, eccetera. La discussione si può ovviamente fare, epuò anche essere molto produttiva, ma ha un presupposto, e cioè che le nazioni esistano, che sia unbene che esistano, che abbiano nell’essenziale un’origine etnica precedente, che non siano affatto“comunità immaginarie”, inventate da poeti, scrittori e lessicografi e, soprattutto, che coloro che lenegano (e cioè intellettuali globalizza tori cosmopolitici ed intellettuali pseudo-marxisti sradicati edadoratori della religione sociologica proletaria, dall’altro) vengano correttamente individuati come tali, esoprattutto vengano cortesemente ma fermamente contrastati, anziché lasciare loro il monopolio dellaquestione.Esiste una leggenda metropolitana particolarmente diffusa in Italia (paese in cui la sconfitta ideologica emilitare del nazionalismo fascista fra il 1943 ed il 1945 ha finito con il diffamare e con il delegittimarel’idea di nazione italiana, cui il fascismo aveva legato i propri progetti colonialistici ed imperialistici), percui la Nazione sarebbe di destra e la Classe di sinistra. Niente di più inesatto. Se questo è stato vero, lo èstato soltanto per non più di due decenni, nel contesto della prima guerra mondiale imperialistica 1914-1918, in cui la causa della nazione fu messa integralmente al servizio del conflitto inter-imperialistico suscala mondiale. E che il nazionalismo sia uno dei maggiori nemici della nazione, è un fatto ormaistabilito e largamente noto.Fino al 1871 circa (guerra franco-prussiana) il concetto di nazione era di sinistra, ed anzi di estremasinistra (il 1848 insegna). Bismarck fu il primo, negli anni sessanta dell’Ottocento, che strappòletteralmente il concetto di nazione dalle mani della sinistra del tempo. Il successivo nazionalismorazzista ed imperialista, che fiorì a partire dal periodo della Grande Depressione 1873-1896, non haassolutamente nulla a che vedere con la questione nazionale, ma ne è invece un nemico diretto edassoluto, e la stessa cosa può essere detta per il nazionalismo fascista e nazionalsocialista. Ilnazionalismo USA, uno dei nazionalismi più pestiferi ed invasivi, non si lascia talvolta riconoscere cometale, perché si nasconde dietro le vesti di un universalismo messianico eccezionali stico, e quindi nonviene talvolta riconosciuto come tale, grazie anche alla tradizionale stupidità dei gruppi intellettuali, chepotremmo definire l’unico gruppo sociale del mondo che scambia sistematicamente il lupo conCappuccetto Rosso, laddove il bambino medio non cadrebbe mai in questo errore, come è del restolargamente noto.Il comunismo storico veramente esistito si è sempre strettamente intrecciato con la questione nazionale,dove l’ha rispettata ha vinto, e dove l’ha violata ha perso (pensiamo all’inutile annessione dei paesibaltici all’URSS, fatta in palese contrasto con la volontà della stragrande maggioranza dei lituani, deilettoni e degli estoni, antipatici o simpatici che costoro ci possano essere, eccetera). Il gruppoparassitario dei cosiddetti “intellettuali di sinistra”, avendo deciso per circa un quarantennio (prima dellaloro conversione posto moderna, lamentosa e narcisistica) di adottare una nuova religione, il Culto delsoggetto sociologico proletario di fabbrica, concepito come integralmente sradicato e snazionalizzato,senza altra bandiera che non fosse la catena di montaggio fordista, ha contribuito a negare la questionenazionale, e quando ha completato il suo impadronimento degli apparati universitari, li ha riutilizzatiper promuovere l’idea che le nazioni non esistono, non sono mai esistite, sono state completamenteinventate(un po’ come le razze e le religioni, e cioè scienziati pazzi + sacerdoti fanatici), non hannoalcuna origine etnica, e sono solo “comunità immaginarie” (sic!). Non discuto qui la buona o la malafede di chi lo ha fatto, e neppure la loro competenza professionale (ad esempio Eric Hobsbawm, unodei promotori di questa sciocchezza, è certamente uno storico informato e competente), ma mi limitoad applicare la teoria marxiana delle Ideologie come forme di falsa coincidenza sociale organizzata. E sel’applichiamo ne risulta che il ceto intellettuale, deluso dall’impegno e dal precedente culto delProletariato salvifico, ha trasformato il precedente internazionalismo in cosmopolitismo, senza affattomodificare la sua penosa visione del mondo di sradicati professionali.Si potrebbe pensare che almeno la Destra abbia continuato a difendere l’idea di Nazione. I vari Fini eLa Russa in Italia se ne riempiono la bocca. Ma non è così. All’interno del suo approdo mercati staintegrale, la Destra si è suicidata esattamente come la Sinistra, e la “nazione“ resta una pura risorsasimbolica per galvanizzare i nostri soldati inviati in missioni di “pace”, e cioè di guerra al servizio degliinteressi geopolitici dell’impero USA. L’ipocrisia e la menzogna possono durare a lungo, ma non persempre. La storia in proposito è ricca d’insegnamenti.L’Italia non è una società multietnica, e neppure multinazionale. Il fracasso della manipolazionemediatica può confondere a lungo i dati elementari della questione, ma alla lunga i significati dei terminiriemergono. E sono sicuro che prima o poi riemergeranno.

6. La Società multiculturale. Realtà quotidiana ed individuale, positivo incontro fra culture, ruolo inestimabile dellaconoscenza culturale reciproca, funzione negativa dell’ideologia del multiculturalismo

Se al concetto di società viene tolto ogni elemento di aggregazione e di solidarietà comunitaria, e se lasocietà stessa viene concettualmente ricostruita come semplice aggregato di individui, colti, semicolti edincolti, ne risulta che effettivamente ognuno di questi individui, se preso isolatamente, è multiculturale.Lo stesso format di trasmissioni per deficienti come il Grande Fratello e L’Isola dei Famosi non è per nullaautoctono, ma viene dall’Olanda. La famosa trasmissione Lascia o Raddoppia di Mike Bongiorno, chesegnò l’incontro degli italiani con il nuovo mezzo televisivo, non fu che l’applicazione italianasubalterna di un modello televisivo americano. Non esiste al mondo un individuo che non sia inqualche modo apparentemente “multiculturale”, al di fuori di qualche tribù dell’Amazzonia o dellaBirmania (ed anche su questo punto nutro alcuni ragionevoli dubbi).Se prendo me stesso come individuo, dal momento che amo i romanzi polizieschi ben scritti, miaccorgo che ho sul tavolino Mankell (svedese), Markaris (greco) e Mc Bain (americano). Passando sulcosiddetto “serio”, sono in fase di rilettura presenile di quanto avevo letto da adolescente, da MadameBovary (francese) a Davide Copperfield (inglese) ad Effi Briest (tedesco). E potrei continuare. La Letteraturaitaliana contemporanea mi dà fastidio, per il suo carattere narcisistico ed intimistico. Si ascoltano ingenerale i tedeschissimi Bach e Beethoven, più vari russi, finlandesi, eccetera. In definitiva, se siconcepisce la società come somma d’individui, e si parte dalla propria individualità biografica equotidiana, il multiculturalismo non è un problema, ma un’elementare ovvietà indiscutibile.È chiaro che il multiculturalismo non può essere questo, se no saremmo tutti per definizionemulticulturali. Ma neppure i dizionari possono aiutarci, perché danno tutti per scontato che ci sianooggi, nel mondo detto “globalizzato“, degli intrecci culturali ormai inestricabili, che hanno fatto venirmeno ogni precedente profilo culturale presunto “unitario”, e ci hanno gettati nel grande oceano dellamulticulturalità. Come resistere a questo Tsunami culturale? Inutile resistere. È meglio piuttostoaccettarlo come risorsa, anziché tenerlo lontano con sospetto “nazionalistico”.È evidente che l’intera questione deve essere “rimessa sui piedi”. A livello di individui, in una societàdei viaggi facili, delle traduzioni abbondanti (non abbondanti però negli USA, il paese menomulticulturale della terra, che gli ingenui ritengono invece tale perché confondono la multiculturalitàcon la diversa origine etnica degli immigrati), e del collegamento immediato via Internet, lamulticulturalità sembra un’ovvietà, e non certamente un problema. Ma non è così.In genere sfugge all’osservatore poco attento il fatto che il cosiddetto multiculturalismo non è affattoun profilo pluralistico di fattori intrecciati e dialoganti l’un l’altro (se così fosse, sarebbe ottimo, e nonmi sognerei affatto di polemizzarci contro), ma è un profilo ferreamente unitario, quasi totalitario, chesi pone come unico codice culturale di accesso alla cosiddetta “globalizzazione”. In proposito, nonfacciamoci illusioni infondate. La globalizzazione neoliberista ha certamente avuto alcune (purtroppoassai leggere) battute d’arresto in campo economico a causa della crisi scoppiata nel 2008, ma la cupolaoligarchica che domina il mondo è rimastra pressoché intatta, ed a proposito del profilo culturale dellaglobalizzazione (di cui ovviamente il Multiculturalismo è il pezzo forte, come il re nel gioco degliscacchi) non è cambiato assolutamente nulla, ma proprio nulla. I cantori e gli ideologi delmulticulturalismo non sono stati toccati dai fallimenti bancari, e continuano ad avere il monopoliopressoché assoluto della comunicazione simbolica e culturale.Questo monopolio assolutamente non scalfito può certamente essere spiegato dalla sociologia deigruppi intellettuali e dell’educazione. Il fatto che il multiculturalismo sia un profilo culturale ferreamenteunitario, e si ponga anzi totalitariamente come il solo codice d’accesso alla cultura mondiale di oggi, èlargamente spiegabile con metodi storici, ideologici e sociologici.Storicamente, si tratta della ricaduta culturale (fall out) della fine del dualismo culturale precedente, in cuiesisteva ancora un polo socialista che in qualche modo si opponeva al polo capitalista, per cui nessunoavrebbe parlato a quei tempi di multiculturalismo (ed infatti nessuno ne parlava), pur essendoci giàallora milioni di individui (a mio avviso, molto più numerosi mezzo secolo fa di oggi, basti pensare adAlessandria d’Egitto nel 1956 e nel 2006) dotati di ricchissime competenze multiculturali. Se unamacchina del tempo ci potesse portare nella Costantinopoli del 1910, saremmo di fronte ad una praticamulticulturale che è oggi assolutamente impensabile. Dunque non sta qui il problema.Sul piano ideologico, rimando a quanto ho detto nel capitolo precedente, in cui il vecchiointernazionalismo degli intellettuali di sinistra, oggi delusi ed in preda ad una crisi esistenziale enarcisistica di ripensamento “globale” (si veda l’abbondante memorialistica dei “sinistri invecchiati” dioggi, basata sull’elaborazione letteraria della proiezione nel mondo esterno del proprio ombelicotolemaico), si è rovesciato in una sorta di irrefrenabile voluttà di autoannientamento, che prende laforma del postmoderno in filosofia e della teoria delle “comunità immaginarie” in campo nazionale,integrate dalla riproposizione dell’ateismo illuministico come frontiera della civiltà contro la barbarie edella scoperta dei migranti come nuova frontiera del significato sociale del mondo. Sul pianosociologico, infine, il multiculturalismo è la bandiera culturale identitaria dei nuovi ceti universitari postsessantotteschi,portatori di un profilo culturale basato sull’autoannientamento nazionale esull’identificazione con l’America Progressista (Obama, Hannah Arendt, eccetera).Il cuore del problema sta nel capire che il modello multiculturale, proiezione ideologica subalterna delmodello della globalizzazione neoliberale (in termini marxisti, potremmo dire che la globalizzazioneneoliberale è la struttura, mentre il multiculturalismo è la sua sovrastruttura), è un nemico del dialogointerculturale e della indispensabile comunicazione fra culture. Esso infatti predetermina a priori unasorta di terreno obbligatorio preliminare (siamo già comunque multiculturali, ormai, lo si voglia oppureno), laddove il dialogo fra culture è per definizione aperto ad ogni possibile esito. Si può infattiaccogliere, modificare, respingere una proposta culturale, mentre invece se si postula che esiste già unmulticulturalismo da cui partire questa “apertura di possibilità” non è automaticamente più possibile.Ma temo che, nella attuale congiuntura culturale, si tratti di ciò che a suo tempo Luigi Einaudi chiamò“prediche inutili”.

7. Conclusioni. La necessità di acquisire un meditato punto di vista individuale al di là delle manipolazioni de cetopolitico, del circo mediatico e del clero universitario.

Una comunità di ricerca e di studio che si richiama ad una versione comunista del comunitarismo nondeve ovviamente dotarsi di “verità identitarie obbligatorie“, elaborate da una sola persona, ed estese poicarismaticamente a tutti gli altri. I tragicomici esiti dissolutivi di tutti i gruppi settari che imboccanoquesta via suicida (ma anche ridicola più che suicida) sono sotto gli occhi di tutti. Non è dunque questoil problema. Io non mi formalizzo affatto, e neppure mi irrito, se qualcuno all’interno del gruppo noncondivide in tutto o in parte quanto ho brevemente cercato di dire.Vorrei soltanto segnalare che oggi noi siamo costretti ad andare controcorrente. Prima o poi la canoa incui siamo imbarcati incontrerà finalmente una corrente che ci trasporterà agevolmente. Ne sonoconvintissimo, in quanto il nostro principio è pensare, ancora in pochi, delle cose che possono trovarein tempi non biblici l’interesse di molti. In questo momento i cinque “multi” che ho illustrato sono“bevuti” dalle maggioranze come si bevono delle bibite pubblicizzate in televisione. Bibite piene diadditivi, coloranti e conservanti. Spero che quello che diciamo sia invece considerato come un belbicchiere di acqua fredda. Tutti sanno che è alla fine quello che disseta di più.

Torino, maggio 2009

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