Dalla critica al progetto. Note a Romano e Pini


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L’agosto 2014 è stato un mese in cui l’incertezza geopolitica, innegabile dopo la creazione del nuovo Fondo Monetario per i BRICS, apre presumibilmente degli spazi analitici e politici che forse sta cogliendo anche il Presidente del Consiglio italiano, che tra i consueti “ma” e “però” tipici dei retori impegnati a non scivolare sugli specchi, mette di fatto in discussione la politica fiscale e monetaria europea.

Anche gli economisti mainstream nostrani, freschi dei fallimenti analitici che caratterizzano i tanti editoriali accumulati nell’ultimo decennio, sembrano supportare le critiche ovvie che si colgono non solo nelle parole confuse di Renzi, ma anche nelle uscite prudenti di Mario Draghi. In questo contesto Romano e Pini scrivono che “ridursi a criticare il pareggio di bilancio, l’insensatezza della riduzione del debito o della esasperata flessibilità del lavoro, l’austerità espansiva … per ultima la precarietà espansiva, è un esercizio di buon senso e necessario”.

Segnalano tuttavia la mancanza di un progetto alternativo, progetto che essi ci ricordano invece chiaro nel pensiero dei grandi maestri. Tra i maestri richiamati da Romano e Pini vengono nominati Kalecki, Robinson, Sraffa, Caffé, Garegnani, Sylos Labini, Graziani, Pasinetti, Leon. Con l’eccezione di Piero Sraffa, che persegue la strategia del silenzio – quanto meno in “Produzione di merci a mezzo di merci” – mostrando così i confini della teoria economica, è vero che gli economisti gravitati intorno alla Cambridge anglosassone all’ombra dell’ormai trapassato J.M. Keynes (di cui fanno parte Garegnani e Pasinetti, ma anche Leon) concepivano l’economia come come “a blend of economic theory with the art of statesmanship”. Con le non lievi differenze che caratterizzano il pensiero dei grandi, la categoria analitica comune all’interno dell’opera dei Cantarbridgensi e al centro della riflessione di Federico Caffé, di Augusto Graziani e di Paolo Sylos Labini è quella di domanda effettiva. Siamo certi però che questi pensatori concepissero la domanda effettiva allo stesso modo? Le conseguenze in termini di politica economica sono diverse se ad esempio si ritiene che la variabile più importante su cui agire per trasformare la capacità produttiva potenziale in prodotto sono i consumi rispetto agli investimenti privati. Noto inoltre che i rivoluzionari di Cambridge furono capaci di mettere sotto scacco la teoria economica mainstream negli anni ’60 e ’70 senza tuttavia mai riscuotere molti successi sul piano delle politiche economiche attuate anche in quegli anni (e non solo in Italia).

Richiamarsi ai lavori di Paolo Sylos Labini – come propongono Romano e Pini – costituisce una scelta precisa. Presuppone – mi pare – che all’interno della domanda effettiva si ponga particolare attenzione all’analisi qualitativa oltre che quantitativa degli investimenti, in una prospettiva di dinamica economica strutturale. Siamo in un contesto che va oltre il Keynes dellaGeneral Theory dove il ragionamento sulla domanda effettiva viene sviluppato “in un dato stato della tecnica, delle risorse e del costo dei fattori per unità di occupazione”. Ciò lascia aperti non pochi problemi. Ne nomino solo alcuni: qual è ad esempio l’impatto delle politiche monetarie e creditizie sull’evoluzione degli investimenti (un problema molto rilevante nel contesto teorico privilegiato soprattutto da Graziani)? Questi dipendono solamente dal confronto fra tasso di interesse monetario ed efficienza marginale del capitale (come si legge nella General Theory) oppure ciò che occorre indagare innanzitutto è la produttività (come per esempio mi pare suggerisca Sylos Labini)? E ancora, alla luce della critica sraffiana soprattutto nell’accezione che essa ha nei lavori di Garegnani, riferirsi all’efficienza marginale del capitale o alla produttività è lecito? Se sì entro quali confini teorici, e cosa comportano questi confini teorici per la definizione delle grandezze statistiche e per i problemi di contabilità nazionali? Mi pare che queste domande ridimensionino l’affermazione di Romano e Pini secondo cui “tecnicamente dovremmo avere molti più strumenti degli economisti mainstream per disegnare un futuro migliore per i nostri nipoti”. Abbiamo molti strumenti, ma non abbiamo un paradigma teorico alternativo coeso e in grado di imporsi significativamente nel dibattito di politica economica. Il peso da assegnare alla critica degli assetti istituzionali europei o la posizione da assumere rispetto all’uscita dall’Unione Monetaria Europea, dipende in parte anche dal modo in cui queste domande vengono affrontate, oltre che dal modo in cui si vuole concepire e analizzare la domanda effettiva.

È vero che “l’Italia deve assumersi delle responsabilità nuove e inedite se vuole rimanere un paese moderno, sia per quanto riguarda le politiche economiche interne e sia per quanto riguarda le politiche europee”. Tuttavia: siamo certi che la declinazione di una politica industriale che faccia perno sulla ricerca e sviluppo pubblica, insieme ad una intelligente politica creditizia che tenga conto della necessità di programmare la dinamica economica strutturale sostenendo l’occupazione nei settori a maggiore contenuto tecnologico e cognitivo, possa essere messa in atto in questa Unione Monetaria Europea caratterizzata da una BCE che non è prestatore di ultima istanza, dal Fiscal Compact, da una legge bancaria unica che una volta in atto rischia di dare il via ad un immenso processo di concentrazione dei capitali che acuirà il peso dei vincoli esteri di natura tecnologica che caratterizzano le bilance commerciali dei PIGS?

19 agosto 2014

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