Come tenere la Grecia nell’euro e accontentare la Troika dopo il “No”


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Carta di Laura Canali

Sul bilancio pubblico e sul debito il governo di Tsipras e i creditori internazionali erano più vicini di quanto sembrasse anche prima del referendum. Difficile che il resto dell’Eurozona accetti la ristrutturazione – ma c’è una soluzione simile, politicamente più appetibile. Il ritorno alla dracma non funzionerebbe.

La vittoria del “No” al referendum del 5 luglio non cambia le fondamenta del confronto tra la Grecia e i creditori internazionali (Fmi, Bce, Commissione Europea, d’ora in avanti “Troika”) .

 

Atene non ha un settore manifatturiero di rilievo: esporta le materie prime energetiche che ha importato, ma la raffinazione ha un valore aggiunto modesto.

 

La Grecia ha il turismo e un’industria di trasporti marittimi di notevole peso. Un’industria che però ha un importo limitato sul suo pil: i marinai non greci sono, infatti, numerosi e i profitti esteri degli armatori non sono tassati in Grecia.

 

Per queste ragioni la Grecia non potrebbe avere una ripresa trainata dalla svalutazione della moneta, come avvenne in Italia dopo la crisi della lira nel 1992.

 

Insomma, assente un vero settore esportatore, la dracma non spingerebbe il pil alla crescita, mentre si alzerebbe l’onere del debito, che è espresso in euro. Se la dracma non è una soluzione, la crescita può tornare a manifestarsi solo attraverso una minor compressione del bilancio pubblico in deficit, un ritorno della fiducia dei privati, con una qualche ricombinazione degli obblighi debitori.

 

Il governo greco e la Troika hanno lungamente discusso il primo punto. I greci, ma anche il Fondo Monetario, sanno che devono avere un surplus primario (le spese dello Stato inferiori alle entrate che riducono l’ammontare del debito) ma sanno anche che un surplus primario eccessivo frena la ripresa. Su questo punto si ha una qualche convergenza nel negoziato. La compressione delle spese passa attraverso la riforma del sistema delle pensioni. Queste anche secondo Atene vanno riformate, ma una riforma troppo veloce potrebbe avere delle ripercussioni negative sui consumi. Pure su questo punto si ha una qualche convergenza nel negoziato.

 

Non è perciò il bilancio pubblico la vexata quaestio, ma la combinazione del bilancio pubblico con il debito. Come ricordato, il debito è all’80% nelle mani della Troika e costa ai greci solo il 2% – come il debito pubblico tedesco, la metà di quello italiano. Perché mai è un problema? Esso scade quasi tutto nel futuro, ma le sue scadenze immediate sono pesanti per una economia povera e in crisi come quella greca.

 

Il debito pubblico detenuto dalla Troika – per andare sotto controllo – può essere rinnovato alla scadenza ma in cambio di riforme visibili. Oppure può essere ridotto di molto al valore facciale (haircut), come avvenuto con i privati nel 2012: un’obbligazione con valore facciale di cento è rimborsata a molto meno. Oppure, infine, può essere ulteriormente allungato.

 

La prima soluzione è quella in corso di negoziato. La seconda farebbe immediatamente emergere la perdita dei creditori e perciò non è vendibile. Come – direbbero gli elettori degli altri governi dell’Eurozona – hai prestato i soldi ai greci e questi alla fine ti tagliano il valore del tuo credito?

 

La terza soluzione (allungare le scadenze, con la sospensione del pagamento degli interessi per un periodo iniziale) è da un punto di vista finanziario molto simile alla seconda – il valore attuale del credito infatti si riduce – ma non emerge contabilmente.

 

Perciò la seconda soluzione non è accettabile dai rigoristi, la prima è in corso di negoziazione, la terza potrebbe emergere se il negoziato non arrivasse a buon punto.

 

Oppure, esclusa la seconda soluzione, si possono combinare la prima e la terza. La Grecia si riforma, i partner europei la rifinanziano subito, mentre per il debito futuro si ha l’allungamento con la sospensione temporanea degli interessi.

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