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Con un debito pubblico di oltre 2.300 miliardi e una ricchezza finanziaria delle famiglie stimata in 4.400 miliardi (10mila miliardi comprendendo abitazioni e terreni), l’Italia si posiziona «finanziariamente» al top in Europa per vizi pubblici e virtù private. Le due grandezze, ipotizzando che continuino a procedere come rette parallele destinate a non incrociarsi mai, potevano anche rappresentare un’invidiabile “materia prima” per costruire un’industria finanziaria a livello europeo o globale nella gestione dei debiti pubblici e del risparmio. Ma non è stato così e ormai probabilmente è tardi perché accada in futuro.
Anche senza tornare indietro ai tempi della privatizzazione della Borsa Italiana, ceduta a Londra insieme al mercato per la negoziazione dei titoli di Stato (Mts), giova ricordare gli inutili tentativi – siamo negli anni 2006-2007 – del comitato per la Piazza finanziaria istituito da Tommaso Padoa Schioppa per promuovere strategie e rilancio del risparmio gestito in Italia. Iniziativa meritoria che, a parte una serie di convegni, è però evaporata nel nulla per la tendenza dei singoli operatori domestici a procedere in ordine sparso e per il disinteresse dei Governi che via via si sono succeduti in Italia nel promuovere una vera city finanziaria con base domestica e proiezione internazionale. Il tema va ben oltre il sovranismo o l’autarchia degli ultimi anni. L’occasione sprecata è stata la mancata valorizzazione delle risorse finanziarie che l’Italia aveva e ha (anche la gestione del debito può esserlo) per creare sul mercato dei capitali un polo che fosse attrattivo per asset manager, broker, analisti, società di ricerca, di rating e di consulenza. Migliaia di posti di lavoro qualificati, un’occasione persa.

Nel frattempo il sistema finanziario francese ha creato un colosso dell’asset management di dimensioni europee grazie alla iniziale alleanza tra Crédit Agricole e Société Générale in Amundi, che successivamente è diventata grande con l’acquisizione di Pioneer dalla UniCredit di Jean Pierre Mustier. E se ora in Germania Deutsche Bank sarà costretta a vendere Dws, come sta emergendo negli ultimi giorni, già si parla di un’acquisizione «casalinga» da parte di Allianz. Se le dimensioni del business lasciano prevedere che alla lunga ci sarà spazio solo per i colossi americani, in Europa ci sono sistemi-Paese che provano a restare in partita.

In Italia risale a oltre dieci anni fa il tentativo fallito di fondere i grandi player controllati dalle due grandi banche domestiche: Eurizon (Intesa Sanpaolo) e Pioneer (UniCredit). A far saltare l’ipotesi di aggregazione, le solite divergenze sulla governance dell’eventuale gruppo unico. Più recente, anche se solo abbozzata, l’ipotesi di unire Eurizon con Generali Asset Management nel tentativo derubricato a «case study» di alleanza tra Intesa e Generali. La strategia di creare un grande polo italiano dell’asset management è ormai relegata alle opportunità di aggregazione che Eurizon riuscirà a cogliere all’estero, compresa la Cina dove il gruppo di Intesa Sanpaolo si sta espandendo. Si vedrà se Anima Sgr, unico polo indipendente di taglia media, riuscirà a coagulare altri player domestici o finirà nelle braccia di qualche gruppo estero. Insieme ad Arca Sgr e a Kairos, pur con specificità diverse, Anima è uno dei tre player del settore al centro di un riassetto che può rappresentare l’ultima opportunità per mantenere in Italia quel che resta della produzione nell’industria del risparmio gestito.