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Tra le varie novità della maturità 2019 c’è l’eliminazione della traccia di storia dalla prima prova. La vecchia magistra vitae resiste strenuamente come possibilità all’interno dei testi argomentativi (tipologia B) e anche, trasversalmente, in tutte le altre tracce, almeno secondo il ministro Bussetti, ma indubbiamente questa decisione ha ridotto di molto la sua presenza. Nelle simulazioni pubblicate il 19 febbraio dal Ministero, la storia compare effettivamente in molte delle tracce, specialmente nella tipologia B che richiedeva un’analisi del pensiero dello storico Arnaldo Momigliano che “considera caratteristiche fondamentali del lavoro dello storico l’interesse generale per le cose del passato e il piacere di scoprire in esso fatti nuovi riguardanti l’umanità.”

Peccato che suoni più come una scalata degli specchi dal retrogusto di contentino, anche perché non c’è alcuna garanzia che questo accada ogni anno. Naturalmente si sono levate molte proteste, con tanto di hashtag dedicato sui social network (#RiprendiamociLaStoria), le società degli storici hanno firmato un documento contro la scelta del Ministero, la senatrice a vita Liliana Segre ha lanciato un appello al ministro Bussetti per ripristinare il tema, e non è vero che gli studenti vivono la cosa come un sollievo, anzi, almeno da quanto si evince da un video di Repubblica.

In effetti il tema di storia non faceva male a nessuno. Se ne stava lì ad aspettare che arrivasse il suo momento (cosa che accadeva raramente, solo tre studenti su 100 lo sceglievano, e quando nel 2010 si era richiesto di trattare le foibe il picco negativo era stato dello 0,6%) e si accontentava di avere una piccola claque di estimatori fedeli. In effetti suona un po’ masochistico farsi correggere un tema da due professori invece che solo da quello di italiano, ma il punto non è questo, come conferma Antonio Varsori, storico e docente di storia delle relazioni internazionali all’università di Padova: “Secondo me ci si sarebbe dovuti porre la domanda circa la regione dello scarso interesse verso il tema di storia.
Per quanto non sia un esperto dei programmi degli istituti superiori, la mia sensazione è che siano spesso troppo ampi, e che ciò porti gli insegnanti a forti “tagli” o a concludere l’analisi del ‘900 interrompendo la trattazione alla Seconda guerra mondiale o all’immediato dopoguerra. D’altro canto le tracce di storia proposte agli esami avevano spesso un carattere generale – forse si potrebbe affermare generico – con riferimenti a eventi e processi relativamente recenti, quindi non trattati o affrontati rapidamente nel corso dell’anno scolastico. Lo studente quindi sceglieva argomenti che apparivano più “semplici” e che non lo esponevano al rischio di commettere errori nel ricordare date e avvenimenti. Di solito solo i maturandi che avevano compiuto letture autonome si sentivano in grado di affrontare il tema di carattere storico e con la nuova maturità si è preferito accantonare il problema invece di affrontarlo e risolverlo.”

La sensazione complessiva è che l’eliminazione del tema di storia non sia grave in sé per sé (chi la studia continuerà a farlo, chi non è interessato aveva anche prima molte alternative), ma che ci sia un problema per così dire di marketing: “Si può far passare l’idea – continua Varsori– che la storia non sia “utile”. Ma l’esame di maturità non è certo il problema più serio in questo ambito.”

Si è preferito accantonare il problema invece di affrontarlo e risolverlo Antonio Varsori

Ma, al netto dell’utilità, esiste effettivamente un disinteresse verso la storia? A giudicare dal successo di personaggi come Alberto Angela e Corrado Augias sembrerebbe che l’ostacolo principale sia più la modalità nozionistica con cui ci si scontra nello studio non specialistico: “Se dovessi basarmi sulle esperienze avute con i miei studenti – conferma Varsori – dovrei registrare la permanenza dell’attenzione nei confronti di questa disciplina. Certo c’è una tendenza a vivere inuna sorta di eterno presente, un processo favorito dalle forme piùrecenti di comunicazione e di informazione che influenzano tutti noi e che probabilmente spingono a una minore riflessione e a non tener conto della profondità, delle “radici” dei processi politici, sociali, culturali, economici. In ambito universitario si può inoltre constatare il calo del numero dei docenti di materie storiche, ma ciò è in parte dovuto al blocco degli accessi che ha condizionato negli ultimi anni il sistema universitario italiano. Alcuni temi della storia, però, continuano a suscitare interesse, come è accaduto con il recente anniversario della Grande guerra: questo pone la questione della corretta diffusione del passato, evitando la banalizzazione, quando non la distorsione degli eventi. A questo proposito inoltre la situazione è diversa a seconda delle realtà nazionali prese in considerazione: nei paesi di lingua inglese storici non accademici scrivono volumi interessanti, basati su ricerche archivistiche e sono in grado di farsi leggere; il settore delle “biografie” in Francia è particolarmente ricco ed è praticato sia da storici accademici, sia da studiosi provenienti dal giornalismo, ecc. In Italia tutto ciò è abbastanza raro, ma le ragioni sono varie; la situazione è ben più complessa di quanto non si creda.”

Tanto più che, in generale, non sembra che la storia ci stia insegnando un gran che: buona parte dei razzisti, e di quelli che pensano che bisognerebbe affondare i barconi degli immigrati o sparare ai Rom hanno studiato, o avrebbero dovuto studiare, la storia durante il loro percorso scolastico. Dicono che lo studio della storia dovrebbe impedire di commettere gli stessi errori del passato, ma l’attualità sembra smentirlo costantemente. La storia, come maestra, sta perdendo colpi?“

Come è ovvio – dice Varsori – credo che la storia vada studiata da tutti. Se essa poi insegni è difficile dirlo, in primo luogo perché non ritengo che i fenomeni storici si manifestino ciclicamente in maniera uguale; possono presentarsi delle analogie, ma è importante riuscire a separare le differenze dalle similitudini, perché altrimenti si finirebbe con il cadere in una sorta di processo meccanico di cui sapremmo già tutto. Lo studio della storia è quindi rilevante per comprendere come siamo, perché ognuno di noi è il risultato del proprio passato – individuale, familiare, regionale, nazionale e via dicendo – come anche di scelte del presente. L’uomo in fondo è un insieme di razionalità e di irrazionalità. D’altronde è proprio la complessità della storia a renderla affascinante e a spingerci per esempio a ripensare le interpretazioni già offerte e a elaborarle di nuove.”