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"Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale"

Cultura, Economia

Sinologie – Shanghai, porto sicuro per gli Ebrei – China Files


[fonte]

 

 

 

 

 

Dall’inizio degli anni trenta fino alla fine degli anni quaranta del 1900, Shanghai ospitò circa 20,000 rifugiati ebrei europei in fuga dal nazismo. Spesso la storia ci ha restituito una lettura acritica di quello che avvenne in quel periodo. Questa tesi fa emergere le verità circa l’atteggiamento dei funzionari stranieri, dei giapponesi e dei cinesi stessi, restituendo verità storica a un momento importante.

Gran parte della letteratura su quel periodo sostiene che: per entrare a Shanghai non fossero necessari né il passaporto né il visto d’ingresso, che i cinesi accolsero e aiutarono i rifugiati con animo generoso e che i giapponesi, pur sotto la pressione della Germania, non sterminarono gli ebrei presenti in città per spirito umanitario. La realtà è però ben diversa e la finalità di questo lavoro è stato proprio di fare chiarezza su alcune dei punti fermi della storiografia di questo periodo per fare affiorare alcune verità.

In primo luogo, le ambasciate cinesi all’estero continuarono a richiedere e a rilasciare il visto d’ingresso per la Cina anche durante gli anni della seconda guerra mondiale, ma, dal momento che circolava voce che era possibile entrare liberamente a Shanghai, molti ebrei non lo richiesero. Tale confusione deriva dal fatto che il territorio di Shanghai era estremamente frammentato dal punto di vista politico: il potere non era nelle mani dei cinesi, bensì, a partire dal trattato di Nanchino del 1842, degli occidentali (francesi, inglesi e statunitensi istituirono in città le loro concessioni), dei ricchi e influenti ebrei sefarditi e, dal 1937, anche dei giapponesi. Nessuna di queste enclaves straniere aveva il reale potere, o l’intenzione, di controllare i passaporti degli ebrei: gli occidentali avevano solo potere amministrativo e i giapponesi, pur controllando l’area del porto, non impedirono l’ingresso agli ebrei perché non volevano urtare né gli stranieri presenti in città, né la Germania, loro alleata.

In secondo luogo, i cinesi accolsero sì gli ebrei, ma solo perché, non avendo potere nelle aree in cui questi ultimi si stabilirono1, non avrebbero potuto fare altrimenti; se da un lato sono poche le testimonianze di screzi tra cinesi ed ebrei, dall’altro lato si parla più che altro di indifferenza dei cinesi verso i rifugiati e viceversa: in tempo di guerra ognuno pensava innanzitutto alla propria sopravvivenza, per non parlare poi dell’ostacolo della lingua.

In terzo e ultimo luogo, se è vero che i giapponesi non sterminarono gli ebrei di Shanghai nonostante le pressioni da parte della Germania, è anche vero che agirono più per interesse che per umanitarismo. I cosiddetti “esperti della questione ebraica” giapponesi avevano infatti una visione distorta degli ebrei: erano convinti che controllassero l’economia e i media mondiali e insistettero quindi con le autorità giapponesi perché venissero salvati, per averli poi dalla loro parte e usare la loro presunta influenza per rendere il Giappone una super potenza. Il Giappone cedette solo parzialmente alle pressioni della Germania, istituendo, nel 1943, un ghetto nell’area di Hongkou, le cui condizioni erano, peraltro, di gran lunga migliori rispetto a quelle dei ghetti europei.

Indipendentemente da quello che fu l’atteggiamento di giapponesi, cinesi e rappresentanti delle legazioni straniere in quel periodo verso i rifugiati ebrei, la verità è che più di 20000 persone riuscirono a fuggire all’olocausto rifugiandosi in Cina….

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