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Matteo Salvini, sui social, è in crisi o no? Si tratta di una domanda che sta trovando sempre più spazio sul web e che partirebbe da alcuni dati in cui vengono messi a confronto il periodo d’oro post-elezioni del 4 marzo scorso, con quello più fiacco che va da ottobre alla fine dell’anno. Se si guardassero solo le prestazioni numeriche, come quelle pubblicate da Vincenzo Cosenza in un’analisi per il New York Times, la risposta parrebbe scontata: sì, i flussi mostrano una discesa netta delle performance dei profili social del viceministro in termini di reazioni, commenti, condivisioni. Ma il discorso non è così semplice.

Il primo periodo, infatti, è da considerarsi “straordinario”. La vittoria alle elezioni, la formazione del governo gialloverde, una politica, come scrive il giornale americano in cui si mischiano insieme “un po’ di zucchero e un po’ di spezie”, hanno favorito risultati sopra ogni media. E allora il calo di questi numeri non può che essere fisiologico. Potevamo aspettarcelo insomma. Se la Juventus di Cristiano Ronaldo dopo un girone d’andata strepitoso chiuso con 17 vittorie e 2 pareggi dovesse registrare, in quello di ritorno, qualche pareggio e persino una o due sconfitte, parleremo di crisi? Probabilmente no. Nessuno si azzarderebbe a usare quella parola. Il discorso di Salvini è simile: qualche sconfitta è arrivata, qualche pareggio al novantesimo pure, ma in testa alla classifica la capolista non è cambiata e gli altri stanno ancora tutti a guardare con il naso all’insù.

Una questione di qualità (poca) e quantità (troppa)

I motivi della flessione degli ultimi mesi sono da ricercare negli schemi di gioco che la squadra di Salvini ha messo in campo durante il campionato. Una strategia fatta soprattutto di dirette video e di selfie, di foto di cibi e tramonti, di post condivisi che hanno avallato una certa politica “incendiaria” e di attacchi personali a figure avverse, di frasi e slogan. Una panoramica di post che sono stati diffusi e moltiplicati su tutti i social a pioggia (non c’è quasi alcuna distinzione tra Facebook Instagram ad esempio). Post che, se all’inizio erano assolutamente efficaci, ora iniziano a diventare quasi abitudinari e più scontati. In generale, sta venendo meno il “fattore sorpresa” e la sua gente inizia ad assuefarsi a questo tipo di messaggi e a frequentare meno lo stadio. Gli ultrà, invece, non mancano mai (ma questo è scontato dirlo).

Quello messo in campo dal team di Luca Morisi, in fondo, è un piano editoriale che non ha mai puntato sulla qualità editoriale. Non una cura di editing particolare, poca preparazione grafica o tecnica, molta spontaneità su supporti molto semplici. Appare naturale, quindi, che di fronte a una evidente perdita di efficacia, quei famosi numeri di Cosenza, e all’assenza di prodotti di qualità, l’unica soluzione possibile fosse quella di aumentare la quantità delle pubblicazioni. D’altro canto, tra qualche mese,con le elezioni regionali ed europee, la propaganda tornerà ad essere al centro di ogni discorso. Perché quindi cambiare?

Salvini che fa cose

C’è un elemento però, in questo discorso, che non è scontato e che racconta come Salvini abbia disinnescato una dialettica social che ha travolto nel recente passato altri politici. Parlo, ad esempio, delle pagine Facebook come “Matteo Renzi che fa cose” (più di 360 mila like) o “Chiara Appendino che fa cose” (quasi 25 mila like) che tra meme, post dissacranti e prese in giro mostravano il politico di turno immerso, goffamente, nelle sue azioni quotidiane. Un modo per lederne, pian piano, l’autorevolezza generando battute e commenti tra il sagace e l’offensivo, tra l’ironia e la cattiveria più pura. Pagine simili si sono occupate anche di Salvini ma hanno registrato numeri molto più bassi e sono morte (non sono più state aggiornate) nel momento in cui il vicepremier ha amplificato la sua comunicazione diretta con i suoi seguaci su Facebook, su Twitter e su Instagram.

Da questo punto di vista, quindi, il vicepremier è rimasto inattaccabile proprio perché, effettivamente, “fa cose”. Tutti i giorni. Nessuno aveva fatto quelle cose con quella frequenza e con quella efficacia. Ovvero non separando più l’uomo, il politico e la carica istituzionale. C’è solo da vedere se tutto ciò funzionerà davvero anche nei prossimi mesi o se, anche stavolta, abbiamo parlato troppo presto di crisi.