Perché il Mezzogiorno non interessa più


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L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala che la crisi nel Mezzogiorno ha assunto dimensioni devastanti e che la crescita dei divari regionali continua ad accentuarsi. Questo esito è fondamentalmente da imputare alle maggiori dosi di austerità imposte alle regioni meridionali, in uno scenario nel quale il Mezzogiorno è un mercato di sbocco sempre meno rilevante per le imprese settentrionali.

di Guglielmo Forges Davanzati

L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala che la crisi nel Mezzogiorno ha assunto dimensioni devastanti e che la crescita dei divari regionali continua ad accentuarsi. Può essere sufficiente un solo dato per darne conferma: a fronte del dato generale per il quale l’Italia è stata la sola, fra i maggiori Paesi dell’Eurozona, a far registrare un tasso di crescita negativo nel 2014, dal 2008 le regioni meridionali hanno perso circa il 13% del Pil, a fronte di una flessione (anch’essa rilevante) del 7.4% per il Centro-Nord. In più, la lunga recessione meridionale si associa a un significativo aumento delle diseguaglianze distributive: l’ultimo Rapporto ISTAT sul “Benessere Equo e Sostenibile”, del 2015, certifica che il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte superiore a quello posseduto dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

Le cause dell’aumento dei divari regionali sono fondamentalmente tre.

1. In primo luogo, data l’esistenza di effetti c.d. di polarizzazione, una volta determinatasi aggregazione di imprese in una data area, tale area attrae investimenti e manodopera altamente qualificata. Il Mezzogiorno è pienamente coinvolto in questa dinamica perversa che, si osservi, si attiva spontaneamente, in assenza di interventi di istituzioni esterne al mercato.

2. In secondo luogo, le politiche di austerità hanno maggiormente colpito le regioni meridionali a ragione, fondamentalmente, del fatto che lì sono collocate prevalentemente imprese che vendono su mercati locali. In tali circostanze, la riduzione della spesa pubblica riduce i mercati di sbocco, generando, per conseguenza, riduzione dei profitti (o fallimenti), degli investimenti, dell’occupazione. A ciò si può aggiungere che, rispetto al Nord, sono maggiormente presenti nel Mezzogiorno imprese di piccole dimensioni, che, proprio per questo, sono fortemente dipendenti dal sistema bancario e pagano tassi di interesse sui fondi a prestito notevolmente più alti rispetto al resto del Paese, o comunque hanno maggiori difficoltà di accesso al credito[1].

3. In terzo luogo, i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno somministrato dosi relativamente maggiori di austerità proprio alle aree più deboli del Paese.

Quest’ultimo aspetto, di estrema rilevanza politica, sembrerebbe in prima approssimazione delineare un vero e proprio puzzle, dal momento che intuitivamente non si capisce per quale ragione, in fasi recessive, si accentua volontariamente la recessione laddove è più intensa. A ben vedere, si tratta di una decisione politica che riflette un ben preciso orientamento di teoria economica, secondo il quale, per produrre crescita economica, occorre accentrare le risorse nei poli che sono già più produttivi: in altri termini, una variante degli effetti c.d. di sgocciolamento (trickle down).

L’ipotesi, tutta da dimostrare, è che le diseguaglianze (in questo caso territoriali) generano crescita. E’ la metafora del treno: se la locomotiva parte, si tira dietro tutti i vagoni. Fuor di metafora, si ritiene che la crescita dei profitti delle imprese del Nord incentivi la domanda di sub-forniture, tipicamente rivolta alle imprese meridionali, con conseguente aumento dei profitti anche a beneficio di queste ultime. Questa ipotesi sembrerebbe essere confermata dall’esistenza di “filiere lunghe” che, in alcuni settori produttivi (tipicamente la produzione di automobili) e in alcune regioni (in particolare, Campania e Piemonte), producono strette interconnessioni fra imprese meridionali e imprese del Centro-Nord.

E’ molto diffusa, poi la convinzione che il basso tasso di crescita del Mezzogiorno dipenda dalla sua scarsa dotazione di “capitale sociale”: una convinzione che rafforza gli indirizzi di policy messi in atto negli ultimi decenni, dal momento che l’aumento della spesa pubblica nel Mezzogiorno si tradurrebbe esclusivamente in sprechi, inefficienze, corruzione.

La tesi della carenza di capitale sociale (nell’accezione estesa di carenza di relazioni di fiducia, di solidarietà, di rispetto delle norme sociali e morali) si presta a numerose obiezioni, fra le quali: i) non è esattamente chiaro cosa esattamente si intenda con questa espressione, o comunque non vi è unanime consenso sulla sua definizione; ii) per conseguenza, è estremamente difficile, se non impossibile, una sua corretta quantificazione, essendo peraltro una variabile multidimensionale. Se si ritiene che una diffusa presenza sul territorio di attività criminali sia una proxy di bassa dotazione di capitale sociale, pare che questo sia il principale argomento utilizzato per dar conto dell’arretratezza del Mezzogiorno.

Una recente ricerca[2] mostra che nei principali media italiani la parola-chiave più utilizzata quando si tratta del Mezzogiorno è appunto “criminalità”, volendo suggerire che la criminalità causa il sottosviluppo. Va tuttavia ricordato che si è in una fase di globalizzazione criminale (e che dunque la criminalità organizzata non è solo un fenomeno meridionale) e va sottolineato che molto probabilmente è semmai il deterioramento del capitale sociale è un effetto della recessione. Si argomenta anche che gli studenti meridionali, stando alle valutazioni OCSE-PISA, risultano meno preparati degli studenti del Nord, rafforzando, anche per questa via, la tesi per la quale è la carenza di capitale sociale (nella sua accezione più estesa) la causa dell’arretratezza del Mezzogiorno[3].

A ciò va aggiunta la constatazione per la quale le politiche di redistribuzione del reddito non sono mai neutrali rispetto al potere politico dei soggetti in campo – in questo caso le regioni. Ed è ormai ampiamente noto che il messaggio che viene ripetutamente trasmesso è la reiterazione dell’antico argomento per il quale la responsabilità ultima del sottosviluppo del Sud va ricercata nell’incapacità dei suoi amministratori di gestire risorse pubbliche, in particolare i Fondi Strutturali Europei. Va chiarito che il problema esiste ma che, come di norma si procede in questi casi, esso viene generalizzato per giustificare manovre di politica economica che risultano, di fatto, ulteriormente dannose per le regioni meridionali.

D’altra parte, vi è poco di nuovo in questa storia, se non un dato (rilevante) che attiene alle nuove configurazioni che ha assunto il rapporto fra Nord e Sud del Paese. Le maggiori dosi di austerità imposte al Mezzogiorno (area popolata, in larga misura, da imprese di piccole dimensioni molto dipendenti dal settore bancario) ha dato luogo a una spirale perversa così ordinabile: la riduzione della spesa pubblica ha ridotto i mercati di sbocco, riducendo conseguentemente i profitti e aumentando il grado di insolvenza delle imprese (o generando fallimenti), con conseguente restrizione del credito (o aumento dei tassi di interesse), riduzione degli investimenti, dell’occupazione e del tasso di crescita. Da parte sua, il Governo sceglie la strada più semplice di dipingere il Mezzogiorno come un’area “vitale”, nel documento introduttivo del c.d. Masterplan.

Tradizionalmente, le posizioni ‘meridionalistiche’ si sono basate sulla convinzione, esattamente opposta a quella che è a fondamento della teoria degli effetti di sgocciolamento, secondo la quale la crescita del Mezzogiorno è semmai una pre-condizione per la crescita del Paese. Con la massima schematizzazione, si è ritenuto (e si ritiene) che l’aumento del tasso di crescita al Sud implichi un aumento della domanda rivolta alle imprese del Nord e, dunque, un più ampio mercato di sbocco per queste ultime. E, in effetti, nei periodi nei quali la crescita delle aree meridionali è stata sostenuta, lo è stata anche la crescita delle altre aree del Paese. L’evidenza empirica mostra che, prima della crisi, gli anni del c.d. miracolo economico italiano e, successivamente, del ciclo di lotte operaie sono stati gli anni nei quali è stata minima la divergenza regionale.

Una possibile ipotesi interpretativa che dia conto del totale abbandono del Sud, in questi ultimi anni, può partire da questa considerazione[4]. Il Mezzogiorno oggi, come SVIMEZ certifica, è oggetto di un vero e proprio tsunami demografico: gli imponenti flussi migratori degli ultimi decenni, soprattutto di individui con elevata scolarizzazione, hanno determinato un processo di progressivo invecchiamento della popolazione residente associato a un significativo calo delle nascite. Il combinato della deindustrializzazione, e dei connessi fenomeni di ‘ritorno alla terra’, e della crescente incertezza, imputabile alla crescente precarizzazione del lavoro, ha ridotto la propensione al consumo, accrescendo i risparmi per motivi precauzionali.

Il Sud non è più, quindi, un rilevante mercato di sbocco. E peraltro lo è sempre meno se si considera che, rispetto a qualche decennio fa, la totale deregolamentazione dei flussi commerciali, unita alla notevole compressione dei costi di trasporto, rende possibile, per le imprese del Nord, individuare agevolmente mercati di sbocco in altri Paesi. L’ultimo Rapporto ISTAT-ICE certifica che la crescita delle esportazioni italiane è essenzialmente imputabile all’aumento delle vendite di imprese localizzate al Nord e che queste imprese esportano prevalentemente in Germania e Francia, all’interno dell’Eurozona, e negli Stati Uniti.

In questo scenario, le prospettive economiche del Mezzogiorno sembrano andare sempre più nella direzione di un modello di sviluppo basato su produzioni a bassa intensità tecnologica, in settori maturi (agricoltura e turismo). Avvalorando la retorica che vuole che compito dell’azione politica sia semplicemente assecondare le “vocazioni naturali” del territorio, anche se queste rischiano di accentuare e prolungare la recessione e amplificare i divari regionali.

NOTE

[1] V. il Rapporto PMI Mezzogiorno 2015 di Confindustria.

[2] S. Cristante e V. Cremonesini, La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo. Milano: Mimesis.

[3] Per una critica radicale al metodo INVALSI, si rinvia soprattutto ai numerosi interventi di Giorgio Israel (http://gisrael.blogspot.it/2015/02/contra-invalsi.html) e fra gli altri, a R.Puleo, Storia sociale dell’INVALSI, “La città futura”, Marzo 2016.

[4] Un abbandono anche, per così dire, simbolico, se si considera che all’atto dell sua formazione l’attuale Governo non aveva un Ministero per il Mezzogiorno e che l’attuale Presidente del Consiglio, nel discorso di insediamento, non ha mai fatto neppure cenno al Mezzogiorno, rinviando la questione – in sedi successive – a una non meglio chiarita “svolta culturale”.

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