Il mondo vacilla, ma è improbabile un disastro economico globale


e se lo dicono gli economisti😦

<fonte>

C’è una notevole quantità di rovina in una nazione. Così replicava saggiamente Adam Smith ai timori di un suo corrispondente sulla rovina che sarebbe inevitabilmente seguita ai rovesci nella guerra contro i coloni del Nordamerica. Se c’è una notevole quantità di rovina in un singolo Paese, ce n’è ancora di più nell’economia mondiale. Eppure, in qualche modo, continua a crescere.

Calcolata in parità di potere d’acquisto, l’economia mondiale dal 1946 a oggi ha registrato tutti gli anni un segno positivo, perfino (anche se di pochissimo) nel 2009, dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale. Il periodo fra il 1900 e il 1946 è stato più instabile rispetto all’era di capitalismo controllato successiva: e anche allora, in ogni caso, solo in nove occasioni l’economia mondiale ha segnato un arretramento nell’arco di un anno solare.

Il modello economico fondato sull’innovazione che è emerso alla fine del XVIII e nel XIX secolo, e si è esteso a tutto il mondo nel XX e XXI secolo, semplicemente cresce. È la sua caratteristica più rilevante. Non cresce allo stesso modo in ogni parte del mondo, tutt’altro. Non suddivide i suoi benefici fra le persone in parti uguali, tutt’altro di nuovo. Però cresce. È cresciuto l’anno scorso. E si può ipotizzare con estrema plausibilità che crescerà di nuovo quest’anno.

L’economia mondiale non crescerà in eterno. Ma si fermerà solo quando Malthus travolgerà Schumpeter, cioè quando la limitatezza delle risorse compenserà l’innovazione. Di sicuro, però, non siamo ancora a questo punto.

Dal 1900, il prodotto mondiale è cresciuto a un ritmo di poco più del 3 per cento annuo. La forza dell’interesse composto è tale che in questo arco di tempo il prodotto mondiale si è espanso di oltre trenta volte. È cresciuto relativamente piano nella prima parte del XX secolo, e relativamente in fretta tra il 1947 e l’inizio degli anni 70. È significativo osservare che è cresciuto un po’ più rapidamente nel dopoguerra, quando a predominare erano le teorie economiche keynesiane, che negli anni 80, quando Margaret Thatcher e Ronald Reagan lanciarono la riscossa conservatrice.

Andiamo ora a guardare la volatilità. La forte volatilità registrata fra il 1914 e il 1919 era dovuta alla prima guerra mondiale, quella degli anni 30 alla Grande Depressione e quella degli anni 40 alla seconda guerra mondiale. L’instabilità degli anni 70 e dei primi anni 80 era dovuta agli shock petroliferi, innescati (o ingigantiti) dalla guerra (quella dello Yom Kippur del 1973 e l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq nel 1980). L’aumento dei prezzi generato dallo sforzo bellico statunitense in Vietnam creò il contesto inflazionistico per l’instabilità, fino a sfociare nelle misure disinflazionistiche varate dalla Federal Reserve sotto Paul Volcker.

Il rallentamento del 1990 e del 1991 era causato di nuovo dalle misure disinflazionistiche e dalla prima guerra del Golfo, seguita all’invasione del Kuwait voluta daSaddam Hussein. Il rallentamento del 1998 fu innescato dalia crisi finanziaria asiatica, quello del 2001 dallo scoppio di una bolla colossale dei mercati azionari e quello del 2009 dalla crisi finanziaria in Occidente.

Questa fotografia del passato ci mostra quali sono gli eventi di cui ci si dovrebbe preoccupare. In sintesi, sembrano essere tre: guerre, shock inflattivi (legati alle guerre o a impennate dei prezzi delle materie prime) e crisi finanziarie. Questi fenomeni possono essere collegati: le guerre innescano un aumento dei prezzi se vengono finanziate con metodi inflazionistici.

Tenendo conto di tutto ciò, andiamo ad analizzare i rischi correnti. Alcuni analisti da molti anni sono convinti che un’inflazione alta sia l’effetto dell’espansione dei bilanci delle Banche centrali. Si sbagliano: le Banche centrali sono in grado di controllare gli effetti delle loro politiche sull’espansione del credito e della massa monetaria.

Un secondo insieme di rischi, anche in questo caso sbandierato a destra e a manca, è quello delle crisi finanziarie. I pericoli maggiori riguardano apparentemente le economie emergenti. Ma a livello globale è probabile che possano essere contenuti o rivelarsi gestibili. Nella peggiore delle ipotesi, gli effetti saranno verosimilmente più simili a quelli del 1998 che a quelli del 2009.

Il terzo gruppo di rischi è quello generato da turbolenze e conflitti geopolitici. L’elenco che si può stilare è inquietante: il sovraccarico della capacità di agire dell’Unione Europea; la possibilità che il Regno Unito abbandoni l’Unione; lo svuotamento dell’alleanza occidentale; l’ascesa delle formazioni populiste nei Paesi ad alto reddito, evidente nel successo di Marine Le Pen in Francia e di Trump negli Stati Uniti; l’incertezza sul futuro economico e perfino politico della Cina; l’ascesa del jihadismo globale e in particolare dell’Isis, l’«organizzazione terroristica più potente del pianeta»; il revanscismo russo; le contese fra le grandi potenze, in particolare fra Russia e Stati Uniti e Cina e Stati Uniti; le tensioni in Medio Oriente, in particolare fra Iran e Arabia Saudita; le incapacità degli Stati; gli imponenti flussi di profughi; la ritirata degli Stati Uniti dal loro ruolo egemonico.

Oltre a tutto ciò, abbiamo un declino di legittimazione ed efficacia in molte democrazie ad alto reddito, la fragile presunzione di molte altre potenze e il caos in buona parte del pianeta. Ma tutto, al tempo stesso, si riduce alla necessità di una governance globale efficace in un mondo integrato e interdipendente.

Le ragioni per preoccuparsi non mancano. Ma per quanto riguarda l’economia, quello che conta non è tanto se il mondo sarà gestito bene (non lo sarà): conta soprattutto se si riuscirà a evitare un disastro.

Cos’è che si definisce come un disastro? Per esempio una guerra fra grandi potenze. O per esempio l’elezione di un semianalfabeta bellicoso alla Casa Bianca. Una guerra fra l’Iran e l’Arabia Saudita sarebbe un disastro. Un altro sarebbe l’Isis che prende il potere scalzando il regime saudita. Un altro ancora sarebbe una guerra nucleare fra India e Pakistan. E ancora un altro sarebbe il collasso dell’Unione Europea.

Le probabilità che almeno uno di questi disastri si verifichi sono maggiori delle probabilità che ciascuno di essi si verifichi singolarmente. Ma di sicuro sono più elevate le probabilità che non se ne verifichi nessuno. Ricordate: c’è una notevole quantità di rovina nell’economia mondiale.
Copyright The Financial Times 2016
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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