A pranzo con Ben Bernanke, l’uomo che ha salvato gli Stati Uniti (e il mondo) dal disastro


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Ben Bernanke (Reuters)

All’orario concordato, le due del pomeriggio, sono seduto in un séparé al McCormick & Schmick di Chicago, un ristorante specializzato in pesce e carne. Il mio cellulare suona: è l’assistente di Ben Bernanke. Viene fuori che non sono nel posto giusto: il McCormick & Schmick è una catena di ristoranti e io sono andato in quello sbagliato.
Fortunatamente ci vogliono solo cinque minuti per arrivare nel posto giusto. Il ristorante è abbastanza vuoto. A parte la musica di sottofondo, è tranquillo. L’arredamento è scuro e pesante.

Bernanke, 61 anni, mi sta aspettando. Indossa un completo marrone e una cravatta gialla. L’ho incontrato spesso da quando diventò uno dei governatori della Federal Reserve, nel 2002. Ha sempre questo suo stile accurato e rigoroso da accademico. È stata una grossa fortuna che questo studioso, noto per i suoi lavori sulla Grande Depressione, sia stato a capo della banca centrale degli Stati Uniti durante la crisi finanziaria più grave dall’inizio degli anni 30. Il suo nuovo libro, The Courage to Act, offre un affascinante resoconto degli sforzi intrapresi per salvare il mondo da un’altra catastrofe come quella.

Comincio chiedendogli quanto durerà il tour di presentazione del libro. «Più o meno tutto il mese», mi risponde. Mi immagino che sarà felicissimo quando avrà finito. «Assolutamente sì», concorda. E che cosa farà dopo? Mi snocciola un impressionante elenco di conferenze accademiche. Nel frattempo fa base alla Brookings Institution, un think-tank di orientamento centrista di Washington. Fa anche un po’ di consulenze e vari interventi qua e là.

La cameriera prende i nostri ordini. Io scelgo pesce spada scottato in padella con patate, cipolle e cavoletti di Bruxelles. Lui opta per un halibut grigliato con fagiolini, gorgonzola e purè di patate. Gli chiedo quanto tempo gli ci è voluto per riprendersi dopo aver lasciato la Fed, lo scorso anno. «Ventiquattr’ore circa», dice. «Sollievo è una parola un po’ forte, ma sono molto felice di essere tornato alla vita civile. Seguo da vicino quello che succede nell’economia, quello che succede nella Fed. Ma non ho più la responsabilità di prendere quelle decisioni difficili. Era un grosso fardello».

E desidera dare consigli ai suoi successori? «No, no. Ho un’enorme fiducia in loro e sono sicuro che prenderanno delle buone decisioni. Ma sono stato coinvolto in tutto questo per otto anni, ed è stato un compito che ha comportato anche scelte molto complicate. Ho esaurito quasi completamente l’interesse a fare una cosa del genere».
Gli chiedo che effetto gli hanno fatto gli attacchi demagogici contro di lui (il governatore del Texas Rick Perry, quando era in corsa per la nomination repubblicana, arrivò addirittura ad accusarlo di alto tradimento). «A livello personale non mi ha colpito più di tanto», risponde. «Sapevo che erano solo frasi sparate a casaccio. Quello che mi preoccupava era la possibilità che la Fed finisse pesantemente sotto attacco da parte dei politici, o che perdesse la sua indipendenza. Personalmente non mi sono mai sentito in pericolo in alcun modo».

Bernanke è sposato con due figli. Tutta questa ostilità che effetto ha avuto su di loro? Mi risponde che hanno la loro vita. «Ma mia moglie ha cercato di aiutarmi a scaricare la tensione e ha fatto in modo che avessi piatti buoni da mangiare e un po’ di tempo libero di tanto in tanto. E ho cercato di tenermi in forma fisicamente».
Gli chiedo dell’ostilità verso l’idea stessa di una Banca centrale negli Stati Uniti. «Non è una situazione unica. In Svizzera, per esempio, e in qualche altro Paese, ci sono state reazioni populistiche alla crisi. Negli Stati Uniti abbiamo avuto altri episodi: il più recente è la disinflazione di Volcker all’inizio degli anni 80. Nel mio ufficio avevo un pezzo di legno che i contestatori spedirono a Paul Volcker [allora presidente della Fed], dicendogli: taglia i tassi di interesse. «Una delle funzioni fondamentali della Federal Reserve è agire in modo rapido e deciso quando il processo legislativo è troppo lento. E originariamente la Fed fu creata per affrontare le crisi di panico finanziario, non per fare la politica monetaria. Insomma, è parte delle sue mansioni.

«Detto tutto questo, l’ostilità riguarda me. Ho cercato di fare del mio meglio per far arrivare la nostra versione dei fatti al grande pubblico. Vorrei essere riuscito a fare di più. Forse, a posteriori, avrei dovuto fare di più. Ma ero troppo indaffarato a cercare di spegnere l’incendio. Perciò non so che dire. Era abbastanza prevedibile. Negli anni 30 la Federal Reserve fallì. Penso che ce la siamo cavata molto meglio di allora».
Nel frattempo i piatti sono arrivati e stiamo mangiando. Il mio pesce spada è sodo e succoso. Bernanke mangia senza fare commenti, concentrandosi sulle risposte alle mie domande.
Molte persone accusano la Fed di aver salvato i ricchi e i banchieri lasciando colare a picco la gente comune. Come risponde? «La crescita della disuguaglianza è un problema importante per gli Stati Uniti», dice, «ma è una tendenza di lungo periodo, che risale almeno agli anni 70. E l’idea che la Fed abbia in qualche modo arricchito i ricchi facendo crescere i prezzi delle attività non sta davvero in piedi, per almeno due ragioni: una è che la Fed sostanzialmente ha riportato i prezzi degli asset al trend; l’altra è che i prezzi delle azioni sono alti perché i rendimenti sono bassi.

«È paradossale che le stesse persone che criticano la Fed per aver aiutato i ricchi la critichino anche per aver danneggiato i risparmiatori. Sono due cose in contraddizione fra loro. Ma qual è l’alternativa? La Fed non dovrebbe cercare di sostenere la ripresa?».
Continua, accalorandosi: «Se la gente non è contenta degli effetti dei tassi di interesse bassi, dovrebbe fare pressione sul Congresso perché faccia di più sul piano delle politiche di bilancio, perché ci sia minore squilibrio fra politica di bilancio e politica monetaria. Questo è il quarto o quinto argomento che viene sollevato contro l’allentamento quantitativo, dopo che tutti gli altri si sono dimostrati infondati. E non è certo una ragione perché la Fed non faccia nulla e lasci che la disoccupazione rimanga al 10 per cento».

Altri detrattori sostengono, faccio notare io, che l’intervento della Fed ha impedito gli effetti catartici di una depressione vera e propria. Lui mi prende in giro rispondendo che ho una straordinaria capacità di mantenere un’espressione seria mentre riferisco opinioni che lui, palesemente, considera delle assurdità.
Aggiungo che molti continuano a prevedere un’imminente esplosione dell’inflazione. «Noi eravamo piuttosto sicuri fin dall’inizio che non ci sarebbe stato nessun problema di inflazione. E ovviamente il problema maggiore finora è stato far crescere l’inflazione fino all’obiettivo. Quanto a lasciare che l’economia tracolli, questa è la stessa tesi che sosteneva l’allora segretario al Tesoro Andrew Mellon negli anni 30. E ritengo che sia una tesi priva di qualsiasi credibilità, almeno fra gli economisti seri. Una Grande Depressione non promuoverebbe innovazione, crescita e prosperità».

Non posso dissentire, visto che anch’io considero queste affermazioni delle assurdità. Ciononostante, osservo, bisogna riconoscere che né lui né la Fed hanno previsto il tracollo. La colpa di questi errori è della politica monetaria pre-crisi, in particolare la scelta dell’obiettivo di inflazione, a cui lui è strettamente associato? Nella prima metà degli anni 2000, i tassi di interesse non vennero tenuti troppo bassi per troppo tempo?
«Per rispondere bisogna innanzitutto chiedersi se la politica monetaria ha contribuito significativamente alla bolla immobiliare e a tutto quello che è successo. Studi seri sull’argomento hanno concluso che non è così. Persone come Bob Shiller [un premio Nobel che attualmente insegna economia a Yale], che ha moltissima credibilità su questo argomento, dice che la colpa non è stata assolutamente della politica monetaria, ma di una mania, un fenomeno psicologico che è partito dal boom dell’high-tech e si è trasferito al settore immobiliare».
Bernanke continua: «La seconda argomentazione generale è che sì, io ritengo che la Fed qualche ruolo nella crisi l’abbia avuto, ma non tanto nella politica monetaria quanto nel fatto di non aver tenuto sotto controllo, insieme agli altri organismi di regolamentazione, l’erogazione di mutui inadeguati e l’eccessiva assunzione di rischio che stava pervadendo il sistema. Questo, insieme alle vulnerabilità strutturali dei mercati della raccolta fondi e così via, ha portato al panico».

Quindi la colpa è stata di una regolamentazione troppo lasca. Il problema è stato risolto? «È uno sforzo che prosegue», risponde lui. «Non si può sperare di individuare in anticipo tutte le vulnerabilità, perciò tutto quello che si riesce a fare per rendere il sistema più resistente può essere utile. Se dovessi scegliere un unico cambiamento che ci ha messo nella giusta direzione, probabilmente sceglierei l’incremento del capitale nelle banche più grandi, che le mette nelle condizioni di reggere meglio agli shock».

Il compianto Hyman Minsky, sottolineo, sosteneva che «la stabilità destabilizza». Significa che il concetto stesso di una «grande moderazione» ha provocato i comportamenti imprudenti?
Lui replica che «un comportamento individualmente razionale può essere collettivamente irrazionale. Per questo i regolatori devono fare tutto il possibile per tenere sotto controllo i comportamenti individuali: per evitare che portino a esiti collettivamente irrazionali».
Qualcuno sostiene che il settore finanziario è disseminato di incentivi perversi: responsabilità limitata, eccesso di leva finanziaria, banche «troppo grandi per fallire» e una serie di garanzie esplicite e implicite. Fino a che punto è d’accordo? «Io penso che ci sia stata, per ragioni razionali o irrazionali, un’impennata dell’assunzione di rischio. E se tu ti prendi rischi, io dovrò prendermi gli stessi rischi per non restare indietro».
«Ci sono due modi per risolvere il problema del too big to fail. Uno è avere tantissimo capitale. L’altro è l’autorità di liquidazione prevista dalla legge Dodd-Frank [che consente di riorganizzare le finanze di una banca in fallimento senza bisogno di un intervento di salvataggio da parte dello Stato]». Ma, aggiunge, «se si riducono le banche alle dimensioni di una banca locale, si perde notevolmente in funzionalità. E non si blocca necessariamente il panico finanziario, perché negli anni 30 casi di panico finanziario ci furono».

Ma allora quanto capitale dovrebbero detenere le banche? Alcuni economisti – Anat Admati di Stanford, per esempio – ritengono che dovrebbe essere pari al 20 per cento delle attività, o addirittura a un terzo.
«Tim Geithner era molto favorevole a una capitalizzazione maggiore», risponde Bernanke. «Io di sicuro ero favorevole a una capitalizzazione maggiore. Penso che abbiamo fatto grossissimi passi avanti. Ma lei sa che questi sono dibattiti e decisioni a livello internazionale. Altri Paesi erano meno inclini a incrementare la capitalizzazione. Comunque non punterei su una cifra arbitraria. La cosa importante secondo me è condurre prove di stress, perché l’ammontare del capitale da detenere dipende dal tipo di attività e dal tipo di operazioni che ha una banca. E se è un indice di leva fisso, allora la banca avrà tutti gli incentivi a sovraccaricarsi di rischio».

Gli chiedo se pensa che il miglioramento della capacità di resistenza delle banche sia adeguato. «A prevedere che tutto andrà bene c’è solo da rimetterci, perché o tutto va bene, e in questo caso nessuno si ricorda della tua previsione, oppure succede qualcosa, e in questo caso…». Si ricordano della tua previsione, intervengo io.

Bernanke continua: «Il mio mentore, Dale Jorgenson, di Harvard, diceva sempre (e lo diceva anche Larry Summers) che “se non perdi mai un aereo, significa che trascorri troppo tempo negli aeroporti”. Se escludi assolutamente qualsiasi possibilità di una crisi finanziaria di qualunque genere, probabilmente significa che stai riducendo troppo il rischio, in termini di crescita e innovazione dell’economia».

La cameriera ci chiede se vogliamo qualcos’altro. Io ordino un doppio espresso. Bernanke chiede un tè. Il tempo sta per finire, ma io insisto ancora sui costi della liberalizzazione finanziaria. Lui ammette che guardando l’andamento dell’economia negli anni 50 e 60 «non penso si possa escludere che un sistema finanziario più represso garantisca un compromesso migliore tra sicurezza e dinamismo».
E l’idea che se le Banche centrali espandono eccessivamente il proprio bilancio sarebbe più efficace dare i soldi direttamente in mano alle persone, invece di operare attraverso i mercati delle attività?
Essendosi guadagnato il soprannome di «Helicopter Ben» per aver suggerito una politica del genere, è largamente edotto di questa teoria, ma risponde così: «Non è necessario metterla in una forma così sgradevole. Io penso che una combinazione di tagli delle tasse e allentamento quantitativo faccia più o meno la stessa cosa». Teoricamente corretto, a patto che l’allentamento quantitativo sia giudicato permanente.

Mentre pago il conto gli chiedo se vista l’importanza che attribuisce alla regolamentazione ritenga che sia davvero possibile regolamentare le megabanche globali ipercomplesse di adesso. «Sì», risponde. «La Federal Reserve recentemente si è mossa nella direzione di rafforzare la vigilanza sulle controllate estere e le banche estere situate negli Stati Uniti. Una certa tendenza verso il cosiddetto trattamento nazionale c’è. Le banche si lamentano che in questo modo si balcanizzeranno i mercati dei capitali. Ma come ha detto splendidamente Mervyn King [l’ex governatore della Banca d’Inghilterra], le banche vivono globalmente e muoiono localmente. Anche solo questa mi sembra una buona ragione per consentire agli organismi di regolamentazione di vigilare sulle controllate di società estere, oltre che sulle banche nazionali».

Per finire gli faccio la domanda forse più importante a proposito della crisi. Sarebbe stato possibile evitare il fallimento della Lehman nel settembre del 2008? «No», risponde fermamente. «Era assolutamente inevitabile. Senza un compratore, non c’era nessuno che garantisse le loro passività e nessuno gli avrebbe prestato un soldo. Tutti i creditori, le controparti, i clienti le stavano addosso. E se avessimo prestato soldi alla Lehman, e in qualche modo fossimo riuscito a inventarci qualche garanzia fasulla, violando la legge, la società sarebbe diventata di nostra proprietà, ed era una società non solvibile».
Aggiungo che fu solo grazie al fallimento della Lehman che il Congresso finalmente concesse i poteri necessari per il salvataggio (attraverso il Tarp, troubled asset relief program). «Alla fine, qualcosa sarebbe successo», concorda lui.
Sotto la guida di Bernanke la Fed, a prescindere dagli errori commessi prima della crisi, ha contribuito a salvare gli Stati Uniti e il mondo da un disastro. L’umanità dovrebbe essere riconoscente, penso mentre me ne vado. L’umanità, essendo umana, in maggioranza non è riconoscente.

Martin Wolf è il principale editorialista economico del Financial Times
Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti
)

 

 

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