L’Isis utilizza Internet. Ma forse è meno forte di quanto si creda


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Quanto sia importante Internet nella strategia di guerra dello Stato Islamico contro l’Occidente è difficile stabilirlo con certezza. Un’entità così geograficamente disseminata come l’Isis ha sicuramente bisogno della Rete per comunicare, pianificare gli attacchi, rivendicarli. Ed è verissimo che grazie al web Raqqa e Parigi sono estremamente vicine. Tuttavia, alcune cronache relative alle operazioni online del Califfato forniscono un quadro dell’Isis probabilmente sopravvalutato in fatto di competenze informatiche.

Non ci sono dubbi circa le capacità dell’esercito islamico di rendere virali i messaggi di odio, di comunicare le proprie strategie attraverso canali crittografati, di muoversi all’interno dei meandri del deep web, dove si accede grazie a un software Tor e gli indirizzi Ip diventano irrintracciabili. Ma tutto ciò, al cospetto di quanto è emerso dal caso Snowden, sembra veramente poca cosa. Se la Nsa americana è veramente in grado di compiere azioni come quelle emerse, le preoccupazioni informatiche sul fronte Isis dovrebbero essere veramente minime. Per questo, probabilmente, è più utile concentrarsi sulle capacità comunicative, piuttosto che sulle reali competenze degli hacker di Raqqa.

Non è un caso che un rapporto interno del Dipartimento di Stato americano, pubblicato qualche settimana fa dal New York Times, si concentri principalmente sulla propaganda mediatica dello Stato Istamico. Si tratta di una sorta di ammissione di debolezza: la coalizione anti-Isis ammette di non riuscire più a far fronte alla comunicazione del Califfato, e paragona la viralità del messaggio a un’opera simile al “franchising di Starbucks”. La forza dell’Isis, dunque, non è il mezzo, ma il contenuto. Anche perché se fosse il mezzo, forse staremmo qui a scrivere di attacchi informatici ai sistemi bancari, sanitari e ferroviari di mezza Europa. Invece l’Isis attacca le nostre città facendo esplodere i propri kamikaze fra la gente.

Si è fatto un gran parlare, negli ultimi giorni, degli strumenti di comunicazione utilizzati dall’esercito islamico. Ed è emerso che i terroristi potrebbero aver usato la chat super blindata della Play Station 4 per pianificare gli attentati di Parigi. Un’ipotesi che ha fatto molto rumore ma che sembra poco credibile. La storia della Nsa ha già confermato come i server delle console siano ampiamente bucabili dai servizi di sicurezza. E la stessa Sony non ha mai fatto mistero di avere sotto controllo il suo sistema. Ciò non esclude che uomini dell’Isis possano comunicare attraverso la chat della Play Station 4, certo. Ma è abbastanza difficile che sia il canale preferito per discutere di strategie terroristiche.

Molto più probabile, invece, che le comunicazioni fra Raqqa e Parigi possano aver viaggiato su app di messagistica istantanea che fanno della crittografia il loro punto di forza. Una su tutte è Telegram, app antagonista di WhatsApp, creata da quel genio di Pavel Durov. La stessa società ha confermato l’utilizzo della piattaforma da parte dell’esercito islamico, e poche ore fa ha diffuso un comunicato nel quale ammette di aver bloccato «78 canali pubblici di Telegram utilizzati dallo Stato islamico, in 12 lingue diverse».

Un altro capitolo interessante è quello relativo ad Anonymous, collettivo di attivisti hacker che subito dopo gli attentati di Pagini ha promesso di stanare l’Isis. Qualcosa di simile era successa dopo l’attentato a Charlie Hebdo. L’impegno di Anonymous può essere importante, ma anche qui va trovata la giusta dimensione. Perché l’obiettivo non è difendersi dagli attacchi informatici di matrice islamica, poiché non ce ne sono (almeno non di particolare importanza). Ma individuare le basi da dove arrivano certi messaggi. In questo senso, scandagliare Twitter diventa di fondamentale importanza, considerato che il messaggio del Califfato molto spesso viaggia su questo social network. Sempre a proposito di Twitter, una indagine della Brookings ha classificato i Paesi dove l’Isis ha più seguaci. E il risultato è questo: Arabia Saudita, Siria, Iraq, Stati Uniti, Egitto, Kuwait, Turchia, territori palestinesi, Libano, Gran Bretagna e Tunisia. Il quarto posto degli Usa è quello che maggiormente fa notizia. Ma si tratta pur sempre di messaggio e non di azioni.
Il fronte web, insomma, va tenuto sotto stretto controllo. Ma attualmente non sembra la parte più difficile di questa guerra senza territorio.

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