Il clima è ostaggio del sistema politico americano


<fonte>

di MAURIZIO RICCI
La Conferenza di Parigi sarà un successo. La Conferenza di Parigi sarà un insuccesso. A tre settimane dall’apertura del più grande vertice sul clima degli ultimi sei anni, con quasi 200 paesi a discutere dell’effetto serra, si può prevedere un bicchiere mezzo pieno oppure mezzo vuoto. Però, dopo il flop del 2009 a Copenhagen, il fatto che da Parigi si possa uscire con un bicchiere che, comunque, contiene qualcosa sembra già un buon risultato per tutti. Per l’Europa, che, sul controllo delle emissioni si è spencolata più di ogni altro, il fatto che altri paesi si impegnino a costringere le loro industrie a ridurle è un ottimo risultato.

Sei anni di clima impazzito e di pressione dell’opinione pubblica hanno determinato differenze enormi, appianando i nodi più spinosi. A Copenhagen non si riuscì a mettere nero su bianco impegni precisi di riduzione delle emissioni. A Parigi si arriva con 140 paesi – tutti i più importanti – che presentano un elenco e una scaletta temporale di interventi per contenere l’effetto serra. A Copenhagen, l’accordo saltò perché i paesi emergenti si rifiutarono di sottoscrivere impegni che, a loro avviso, dovevano ricadere sui paesi sviluppati, responsabili storici delle emissioni. Oggi, Cina, Messico, Brasile, in qualche misura anche l’India, assumono le loro responsabilità e si impegnano a politiche di contenimento. A Copenhagen ci fu il rifiuto di un vincolo permanente di controllo sull’effetto serra.
Da Parigi si uscirà, probabilmente, con un solenne impegno a rivedersi entro cinque anni per un nuovo giro di vite sulle emissioni.

Non è una svolta da poco. Non è una svolta sufficiente. Gli scienziati sostengono che, per evitare le catastrofi del cambiamento climatico, occorre evitare che la temperatura media del pianeta salga oltre i 2 gradi a fine secolo. I conti dicono che, con gli impegni finora presentati dagli Stati alla Conferenza, il riscaldamento sarà di 2,7 gradi nell’ipotesi migliore. Di numeri, previsioni, grafici e statistiche si discuterà molto nei corridoi della conferenza. Ma la chiave è nelle grandi scelte politiche globali che non ci sono e che verranno a mancare soprattutto all’Europa che, quelle scelte, le ha già fatte.

Un intervento netto, efficace contro l’effetto serra sarebbe, infatti, l’istituzione di un mercato globale delle emissioni, come quello di cui l’Europa già dispone: chi sputa Co2 nell’atmosfera si vede assegnare un pacchetto di diritti ad emettere anidride carbonica. Se è efficiente – e ha bisogno di meno diritti – potrà vendere parte della sua quota a chi è meno efficiente e ne sputa di più. La realizzazione di questo mercato è cosa assai complicata e contestabile (in particolare, quando si tratta di determinare quali quote dare a ciascuno). Ma il punto chiave è che consente di fissare e modulare, magari secondo le pressioni degli scienziati, un tetto globale alle emissioni di Co2.

I registi francesi della conferenza hanno già fatto sapere che questa ipotesi non è in discussione. E’ un’occasione sprecata. Confermando che, spesso, non solo l’opinione pubblica, ma anche i grandi attori dell’economia sono più avanti dei governi, a reclamare un mercato delle emissioni sono proprio i petrolieri, convinti che solo con i diritti alle emissioni possono conservare un futuro ai loro combustibili fossili.

Perché, allora, non si fa e neanche si discute? In fondo, lo vogliono i petrolieri, l’Europa ce l’ha già, la Cina sta per crearlo. Il problema è che non esiste, oggi e nel prevedibile futuro, nessuna speranza che lo accettino gli Stati Uniti. Il Congresso egemonizzato dai repubblicani è impegnato in direzione esattamente opposta, a smantellare gli sforzi di Obama per restringere l’uso del carbone, il combustibile più inquinante. E i candidati repubblicani alla Casa Bianca sono rimasti gli ultimi personaggi pubblici al mondo a negare il cambiamento climatico. Il pianeta è ostaggio di un sistema politico – quello americano – ormai fuggito in una realtà parallela e illusoria.

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