I giapponesi non mangiano più pesce. Ma l’industria vola grazie ai sushi cinesi


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Il calo della domanda domestica si è accentuato e la carne ha effettuato il sorpasso: il Sol Levante è il primo importatore di maiale. Ma l’industria del mare ha aperto il canale delle esportazioni: in 4 ore di volo riesce a raggiungere 2 miliardi di consumatori, che hanno scoperto i pezzi più pregiati del sushi e non vogliono farseli mancare

MILANO – Il Paese che ha dato i natali al sushi si trova sommerso di pesce, visto che in casa si stanno espandendo i consumi di maiale e manzo. Ecco perché il Giappone punta ormai tutto sull’export per il suo pesce, con ottimi risultati spinti anche dall’indebolimento dello yen, che facilita le esportazioni. Un’analisi di Bloomberg mostra come le vendite oltreconfine stiano aumentando ed aziende come Yamato Holdings e ANA Holdings stiano ampliando la loro rete di consegne in tutta l’Asia, una regione che paradossalmente acquista ancora i suoi salmoni per fare il sushi dalla Norvegia: quei pesci fanno 8mila chilometri per arrivare sulle tavole d’Oriente.

L’export, nota ancora l’agenzia Usa, è stata una vera manna dal cielo per l’industria ittica giapponese: un comparto che vale 11,6 miliardi di dollari, ma che ha visto il numero di pescatori crollare del 42% dal 1995 ad oggi, da quando la concorrenza e i prezzi stracciati introdotti sul mercato nipponico da alcuni produttori esteri hanno stroncato molte imprese. Per di più, nell’ultimo decennio la domanda domestica di pesce è crollata del 20%, mentre i consumi globali stanno salendo nettamente. I giapponesi mangiavano oltre 40 chili di pesce l’anno una dozzina di anni fa, ma ora sono scesi a 27 chili. Per la prima volta nel 2006 il consumo di carne ha superato quello di pesce e il Giappone è diventato il primo importatore al mondo di maiale. Nel mondo, il consumo di pesce secondo la Fao è salito dai 9,9 chili a testa degli anni Sessanta ai 19 chili del 2012.

Ecco perché l’industria giapponese non può scappare dalla via obbligata dell’export. E i risultati si vedono: le vendite oltreconfine nella prima metà del 2015 – per il settore del pesce – sono in crescita almeno del 30%. “Possiamo offrire ai compratori al pomeriggio il pesce che prendiamo al mattino”, ha spiegato un 72enne pescatore di Inatori (150 chilometri a SudOvest di Tokyo), accogliendo come grande opportunità la vendita all’estero. La domanda crescente di capesante, così come dei migliori tranci di tonno destinati ad arricchire le porzioni di riso dei sushi, stanno trainando l’espansione: una crescita che fa invidia a quanto avviene per l’export di auto, macchinari ed elettronica che non hanno ancora recuperato i livelli del 2007, prima della crisi.

Anche il fatto che lo yen si sia deprezzato del 12% verso il dollaro nell’ultmo anno, e sia sceso anche contro le valute di Cina, Taiwan ed India, facilita il compito di piazzare sui mercati vicini il pesce del Sol Levante. Quanto sia in crescita la Cina, per esempio, è ancora dimostrato dai dati Fao, che mostrano un’espansione del 6% annuo dei consumi pro capite di pesce dal 1990 al 2010, fino a quota 35,1 chili. Per far fronte a questa domanda, la Yamato – la maggior compagnia di distribuzione rapida giapponese – usa camion refrigerati dai porti agli aeroporti, quindi in volo si può permettere di raggiungere 2 miliardi di consumatori nel giro di 4 ore, da Taipei, a Hong Kong e Shanghai.

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