Braccianti e terre sottratte ai boss: la sfida delle ‘ndrine


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GIOIA TAURO. Il meccanico che si occupava della manutenzione dei trattori è andato via senza dare una spiegazione. Le ditte che venivano chiamate per sgomberare gli agrumeti dalla legna delle potature sono tutte sparite. Da mesi anche affittare una motozappa per qualche ora di lavoro è diventato impossibile. Non si trovano più neppure braccianti nella Piana di Gioia Tauro. O meglio, non se ne trovano disposti a lavorare sulle terre sequestrate al Gruppo Oliveri.

C’è puzza di ‘ndrangheta nella storia denunciata dalla cooperativa Giovani in Vita, che si occupa di gestire i patrimoni che lo Stato ha sottratto ai criminali della provincia reggina. Un tanfo che si sente lontano un miglio e rischia di asfissiare il gruppo di ragazzi che da mesi faticano in attesa dei raccolti di gennaio e febbraio. Hanno resistito a tutto, negli anni. Sono andati avanti quando sono arrivate le minacce. Hanno continuato a lavorare quando gli hanno tagliato gli alberi e rubato i trattori. Ora però devono affrontare una strategia mafiosa tutta nuova. Nuova e, se possibile, ancora più subdola. Lo definiscono uno “stillicidio di azioni, tendenti a fare terra bruciata intorno alla cooperativa, tanto da creare serie difficoltà nello svolgimento del lavoro”. In pratica è come se fosse passato un ordine preciso. Nella “roba” che i boss considerano cosa loro nessuno deve metterci più piede.

Di olive e agrumi nei 500 ettari che la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato agli Oliveri ce ne sono tanti. I ragazzi di Giovani in Vita, per curarli e raccoglierli, pagano 240 mila euro allo Stato. Ma il prezzo non sarebbe un problema se si potesse lavorare. Contratti regolari per tutti e persino utili da reinvestire in azienda. I prodotti sono pregiati e ci sono già gli accordi per piazzarli nei supermercati del Nord Italia. Tuttavia c’è il rischio che al raccolto invernale neppure si possa arrivare. Il 12 agosto hanno rubato l’ennesimo trattore comprato dai soci, e di gente disposta ad affittarne uno non se ne trova.

Mancano le braccia, poi. E di braccia ne servirebbero tante nei prossimi mesi. Ci sono i soci, certo, e anche alcuni extracomunitari sono pronti a sfidare i segnali lanciati dai “padroni della Piana”, ma non bastano. Serve più gente per tirare giù le olive dagli alberi, ci vorrebbero almeno 70 persone. Tra gli operai e i fornitori locali nessuno si fa avanti, anzi. Quando la coop ha provato a cercarli, si sono defilati. “Terra bruciata”, la chiamano Rocco Rositano e Domenico Luppino, dirigenti della coop. I campieri dei padrini della piana di Gioia Tauro non sparano più come in passato. Niente sangue. Ora la nuova arma si chiama “isolamento”, terra bruciata, appunto

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