Le manovre di Israele contro un Medio Oriente “normale”


come_israele_puo_colpire_iran_820<fonte>

L’accordo sul nucleare iraniano è per Netanyahu una sconfitta non solo politica ma personale. La battaglia israeliana contro la legittimità internazionale di Teheran continuerà secondo la solita logica: “i nemici dei miei nemici sono miei amici”.

L’accordo sul nucleare iraniano per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non è solo un tracollo politico-diplomatico: è anche, per certi versi soprattutto, una sconfitta personale.

 

“Bibi l’americano”, l’uomo che aveva sfidato Barack Obama contestandone apertamente nel Congresso Usa l’apertura nei confronti dell’Iran, ha perso. L’azzardo non è riuscito e oggi Israele è più solo, più isolato internazionalmente, con una capacità di persuasione fortemente incrinata anche quando le sue preoccupazioni sono fondate.

 

Sull’Iran, Netanyahu paga i tanti No che hanno segnato la politica estera dei suoi ultimi governi: lachiusura a qualsiasi concessione alla leadership palestinese di Mahmud Abbas (Abu Mazen), le polemiche contro un’Europa accusata di “filo arabismo”.

 

Più che un Nemico, l’Iran per Netanyahu è diventato una ossessione, l’Ossessione, al punto di affermare che mai e poi mai Israele sosterrà una campagna militare contro lo Stato Islamico se ciò significherà un rafforzamento del regime di Teheran. Il premier ha vinto a sorpresa le elezioni del marzo scorso, cavalcando abilmente i sentimenti che oggi permeano la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana: l’insicurezza, la diffidenza verso un mondo, non solo arabo e musulmano, considerato ostile.

 

Netanyahu non ha vinto delineando una strategia per il futuro, ma riattualizzando demoni che restano incardinati nella identità nazionale dello Stato ebraico: il demone della Shoah, anzitutto, evocando un secondo Olocausto, stavolta nucleare. Paura e diffidenza possono garantire voti, far vincere elezioni, ma in politica estera non creano alleanze, non producono solidarietà. Dopo l’accordo di Vienna del Gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) con l’Iran, un accordo che va ben oltre il tema del nucleare, Israele si sente ancor più accerchiato.

 

La sua leadership politica reagisce arroccandosi ulteriormente, mantenendo sul tavolo l’opzione militare ma sapendo che oggi quest’arma è spuntata perché metterla in pratica significherebbe sfidare l’alleato americano. “Ora il mondo è molto più pericoloso”, dichiara il premier israeliano, sottolineando che l’Iran “insiste nel volerci distruggere”. La viceministro degli Esteri Tzipi Hotovely si spinge oltre: “Questo accordo è una resa storica da parte dell’Occidente verso l’Asse del Male con l’Iran in testa. Lo Stato di Israele agirà con tutti i mezzi per tentare di impedire la ratifica di quell’accordo”.

 

“L’Iran ha ricevuto licenza di uccidere. Il fatto che a Teheran si festeggi dimostra che si tratta di un accordo negativo per il mondo libero e per l’umanità”, le fa eco il ministro dell’Istruzione Miri Regev. Ora Bibi punta a influenzare il voto del Congresso statunitense, forte del sostegno trasversale della potente lobby israeliana negli Usa. Un nuovo capitolo nella sfida senza fine fra l’uomo di Tel Aviv e l’inquilino della Casa Bianca.

 

Nel frattempo, Israele si guarda attorno e prova ad attualizzare su scala mediorientale il famoso assunto secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. Per questo Gerusalemme si orienta verso Riad. I silenzi pesanti che hanno fatto seguito all’annuncio dell’accordo di Vienna da parte dell’Arabia Saudita e delle petromonarchie del Golfo delineano una possibile alleanza fra gli “sconfitti di Vienna”. Un Iran sciita sdoganato e protagonista nei vari scenari di crisi che segnano il Grande Medio Oriente (dalla Siria all’Iraq, dalla guerra all’Isis all’Afghanistan) viene percepito come una grave minaccia dai regimi sunniti come da Israele.

 

Il contenimento di Teheran è il comun denominatore che unisce Israele e Arabia Saudita: un’alleanza che potrebbe allargarsi a un altro insoddisfatto di questa riabilitazione: il generale-presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Per questo la diplomazia sotterranea è in azione h24 fra Gerusalemme e le più influenti capitali arabe-sunnite. Non sarà mai un matrimonio d’amore quello fra il governo di destra-destra israeliano e la dinastia dei Saud, ma certamente può determinarsi un matrimonio d’interessi. Al quale certamente non sarà invitato quello che Netanyahu e i monarchi sauditi considerano il grande traditore: Barack Obama.

 

Per il momento, Israele gioca di rimessa. “Israele chiede che ogni accordo finale con l’Iran includa un chiaro e non ambiguo riconoscimento del diritto di Israele di esistere”, ripete Netanyahu. “Voglio chiarire una cosa a tutti – ha proseguito il premier – la sopravvivenza di Israele non è negoziabile. Israele non accetta un accordo che consente ad un paese che vuole annientarci di sviluppare armi nucleari”. Netanyahu, a questo proposito, ha ricordato che solo pochi giorni fa “nel mezzo dei negoziati di Losanna il comandante della forze di sicurezza Basij in Iran ha detto: ’la distruzione di Israele non è negoziabile”…

 

Per questo nell’entourage del primo ministro si spera senza confessarlo che nello scontro apertosi da tempo nel regime iraniano a prevalere siano i duri e puri. Gli intransigenti, quelli che si sentono rappresentati dalla Guida spirituale della Repubblica Islamica, l’ottuagenario e malandato Ali Khamenei. L’accordo sul nucleare con le grandi potenze non cambierà la politica iraniana nei confronti “dell’arroganza” del sistema americano: parola di Khamenei.

 

La massima autorità politica e religiosa della Repubblica Islamica ha chiarito che Teheran rimarrà all’opposizione degli Usa in Medio Oriente: “Che sia approvato o meno il testo dell’accordo sul nucleare, non smetteremo di sostenere i popoli oppressi di Palestina, Yemen, Siria, Bahrein e Libano”. Musica per le orecchie dei falchi israeliani, perché possono alimentare l’idea che nulla è cambiato e che la scommessa dell’Occidente si rivelerà un pericoloso, irresponsabile cedimento ai “negazionisti” guerrafondai di Teheran.

 

Khamenei, Assad e prima di loro Ahmadi-Nejad, Assad padre, Saddam Hussein… sono una rassicurazione per l’Israele che vive nella paura e che si nutre di paura. Finché a comandare saranno loro, nulla cambierà. Per coloro che a Gerusalemme hanno come unico orizzonte politico il mantenimento perpetuo dello status quo, i veri nemici sono i giovani iraniani, come lo erano i loro coetanei di Piazza Tahrir, perché non sono animati da un odio antisionista, non bruciano bandiere con la stella di David. Chiedono “normalità”, la globalizzazione dei diritti. Per tutti.

 

È proprio l’idea di normalità a fare davvero paura ai seguaci del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, ai propugnatori di Eretz Israel, a quanti non hanno smesso di coltivare una visione messianica del ruolo del popolo ebraico e del suo focolaio nazionale nel mondo.

 

Una linea che ha assestato ferite mortali al sogno sionista – quello di un paese “normale” – molto più che la minaccia nucleare di Teheran.

 

Per approfondire: La radice quadrata del caos

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: