Il vero obiettivo della guerra di Erdoğan non è lo Stato Islamico


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La Turchia attacca per la prima volta il califfato in Siria e dopo quattro anni riprende i bombardamenti contro i curdi del Pkk nell’Iraq del Nord. Al presidente non interessa la vittoria militare ma quella politica nelle elezioni anticipate, che sta rendendo inevitabili.

La Turchia ha colpito per la prima volta obiettivi dello Stato Islamico in Siria ed è tornata a bombardare dopo quattro anni le postazioni del Pkk nell’Iraq del Nord a partire da venerdì 24 luglio.

 

Il primo ministro Ahmet Davutoğlu ha reso noto che gli F16 turchi non hanno violato lo spazio aereo siriano e che la Turchia non ha informato il regime di Bashar al-Asad delle operazioni militari. Ankara avrebbe invece contattato gli alleati della Nato prima di dare il via ai bombardamenti. In Iraq, le Forze armate turche hanno colpito magazzini, snodi logistici, alloggi e depositi del Pkk in otto differenti regioni.

 

Nel fine settimana la polizia turca ha lanciato anche una maxi-operazione nell’ambito della quale sono state arrestati 590 persone tra sostenitori dello Stato Islamico, membri del Pkk e dell’organizzazione terroristica marxista-leninista Dhkp/c. Giovedì Ankara aveva concesso agli Stati Uniti l’utilizzo delle sue basi aeree, in particolar modo quella di İncirlik, al termine di un colloquio telefonico tra il presidente della Repubblica turca Recep Tayyip Erdoğan e il presidente americano Barack Obama.

 

In 48 ore, dunque, la geopolitica mediorientale della Turchia ha subito una trasformazione radicale.Tale trasformazione è stata profondamente influenzata dagli eventi della scorsa settimana, iniziata con l’attentato di Suruç di lunedì 20 luglio. Tre giorni dopo, le milizie dello Stato Islamico hanno aperto il fuoco contro le Forze armate turche uccidendo un soldato nelle provincia di Kilis.

 

Nel frattempo, in conseguenza della fine del cessate-il-fuoco del Pkk, la regione sud-orientale del paese è precipitata nel caos. L’organizzazione terroristica curda ha rivendicato l’uccisione di due poliziotti nella città di confine di Ceylanpınar come vendetta per l’attentato di Suruç. Negli ultimi giorni, inoltre, il Pkk ha ucciso altri quattro tra poliziotti e militari a Diyarbakır e Adıyaman, dando vita ad attentati contro stazioni di polizia, sequestri di persona e blocchi stradali.

 

Commentando le prime tre ondate di bombardamenti in Siria e Iraq, Davutoğlu ha sottolineato che le ultime mosse della Turchia possono cambiare radicalmente la partita regionale. Il primo ministro ha più volte ribadito che le operazioni militari degli ultimi giorni non sono una tantum. Si tratta di un “processo” destinato a continuare.

 

La Turchia è di fatto entrata in guerra. La sua svolta ha già avuto un impatto significativo nelle relazioni con gli Stati Uniti, che sembrano essere entrate in una nuova dimensione. Ankara, infatti, non ha concessoa Washington l’utilizzo della sola base di İncirlik, ma anche dello spazio aereo nazionale e delle basi di Malatya, Diyarbakır e Batman.

 

In cambio, Obama sembra aver accolto le preoccupazioni turche circa l’espansione territoriale dei curdi siriani e le attività del Pkk. Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Alistair Baskey ha condannatoapertamente le azioni terroristiche del Pkk e legittimato i bombardamenti turchi nell’Iraq del Nord. A parere di alcune fonti, gli americani sarebbero pronti a chiudere un occhio in caso di future operazioni militari della Turchia contro i curdi siriani. Secondo quanto riporta Serkan Demirtaş, inoltre, Ankara e Washington avrebbero raggiunto un accordo per la creazione di una “zona di sicurezza” che si estenderebbe per 98 km lungo il confine turco-siriano e per 40 km all’interno della Siria.

 

Tale zona di sicurezza coprirebbe la “linea Mare-Jarablus”. La copertura aerea verrebbe garantita dai jet americani dislocati nella base di İncirlik, mentre le porzioni di territorio siriano sottratte al controllo dello Stato Islamico verrebbero affidate al Free Syrian Army, in modo da prevenire l’espansione a ovest dell’Eufrate dei curdi siriani. Non secondario, in questo contesto, il fatto che secondo alcuni commentatori Obama avrebbe intensificato gli sforzi diplomatici per costringere all’esilio il presidente siriano Asad.

 

I bombardamenti in Siria e in Iraq e l’ondata di arresti dei giorni scorsi appaiono una conferma delle speculazioni sulla volontà di Erdoğan di portare il paese a elezioni anticipate a novembre.

 

Il vero obiettivo degli F16 turchi, in altri termini, non sarebbe lo Stato Islamico e neppure il Pkk, ma i voti nazionalisti persi dall’Ak Parti a favore dell’Mhp. Secondo Fuatavni, “gola profonda” che in passato ha anticipato e svelato diversi piani del governo, l’attuale situazione sarebbe addirittura il risultato di un pianoelaborato a tavolino da Erdoğan e i suoi fedelissimi per precipitare il paese nel caos e favorire la conquista della maggioranza assoluta da parte dell’Ak Parti nelle elezioni anticipate. Fuatavni sostiene infatti che l’attentato di Suruç sarebbe stato realizzato da una delle cellule dello Stato Islamico controllate dal direttore del servizio segreto turco (Mit) Hakan Fidan, fedelissimo di Erdoğan.

 

In questo contesto, il “processo di soluzione” della questione curda rimane appeso a un filo. Negli ultimi giorni Davutoğlu ha lasciato più volte intendere che Ankara non sacrificherà la propria sicurezza nazionale sull’altare del processo di pace. “Se qualcuno voleva lanciarci un messaggio uccidendo quei poliziotti – ha tuonato il primo ministro sabato – sappia che il messaggio è stato recepito e che i nostri aerei hanno colpito Kandil. Se qualcun altro volesse lanciare un messaggio analogo sappia che ne pagherà le conseguenze”. La leadership del PKk dal canto suo ha confermato che nelle condizioni attuali il cessate-il-fuoco annunciato il 21 marzo 2013 da Abdullah Öcalan non ha più alcun senso.

 

La posizione di Erdoğan, la cui psicologia è difficile da decifrare, è naturalmente decisiva. Il presidente della Repubblica attribuisce un’importanza straordinaria al processo di soluzione della questione curda, che considera il pilastro della sua eredità politica. Negli ultimi sei mesi, tuttavia,ha fatto tutto quanto in suo potere per far deragliare i negoziati.

 

Il dubbio è se Erdoğan intenda costringere il Pkk a far saltare il processo di pace o se, più moderatamente, punti a tenere tale processo sospeso fino a novembre, cioè fino a quando l’Ak Parti non avrà riconquistato (secondo questo piano) la maggioranza assoluta in parlamento. Come fa notare Mümtazer Türköne, d’altra parte, non si può escludere che il Pkk sia caduto nella trappola tesa dallo Stato Islamico, che colpendo obiettivi curdi in Turchia sta sfruttando sapientemente i meccanismi perversi generati dalla diffusa convinzione che l’Ak Parti abbia appoggiato le milizie del “califfo”. È infatti in base a tale convinzione che l’Hdp e il Pkk hanno accusato Erdoğan e Davutoğlu di essere i mandanti, quantomeno “morali”, degli attacchi contro le sedi del partito curdo, dell’attentato di Diyarbakır del 5 giugno e da ultimo del massacro di Suruç. Ed è in base a tale convinzione, come dimostra la rivolta di Kobane dell’ottobre scorso e l’uccisione di due poliziotti a Ceylanpınar alcuni giorni fa, che il Pkk si vendica contro le forze di sicurezza turche per gli attacchi subiti dallo Stato Islamico.

 

Tale meccanismo perverso ha due principali conseguenze. La prima è che attraverso la reazione scomposta del Pkk il “califfato” sta servendo a Erdoğan su un piatto d’argento le elezioni anticipate. La seconda è che questa guerra intestina sottrae tanto alla Turchia quanto al Pkk energie preziose da dedicare alla lotta contro lo Stato Islamico.

 

Per approfondire: La tentazione pericolosa di intervenire in Siriala_guerra_di_successione_ottomana_820_515

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