Terra malata


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Di Giacomo Galeazzi

Schermata del 2015-07-16 07:28:03Terra malata. Arriva fino alla periferia di Napoli l’emergenza Terra dei Fuochi. Il governo fa proprio il grido d’allarme dei comitati di cittadini di Caivano, ritiene fondato il rischio che l’aria contaminata si estenda alla provincia partenopea e intensifica l’opera di mappatura della contaminazione provocata da rifiuti sicuramente tossici e forse anche radioattivi.

I dati scientifici messi sul tavolo sono inequivocabili: secondo uno studio presentato dal dottor Luigi Costanzo nel distretto di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, dal 2008 al 2012 sono salite di oltre il 300% le richieste di esenzione per tumore (tecnicamente chiamate «codice 048»). A svelare l’interramento di fusti tossici e radioattivi erano stati alcuni pentiti di camorra, poi le associazioni che lottano contro le ecomafie hanno levato la loro voce portando a Roma i dati sull’aumento di tumori fino a giustificare l’allargamento delle rilevazioni dell’Agea, l’agenzia di controllo del ministero delle politiche agricole. E così ora sotto la lente degli «007» ecologici sono finite zone finora mai sottoposte a verifica.

 

LE TAPPE DELLA VICENDA

A incombere come una spada di Damocle è l’incremento dei tumori nella popolazione e i segni palesi di un inquinamento devastante. Per sollecitare più prelievi di terreni per verificare il livello di contaminazione era salito a Roma (per un vertice con il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti) don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano in prima linea nella lotta allo sversamento e ai roghi di rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi, tra le province di Napoli e Caserta. Don Patriciello ha ottenuto garanzie dal governo e dalla Regione Campania che alle attività di prelievo si affiancherà la ricerca di rifiuti radioattivi.

«Le due cose procederanno insieme perché si muore per questo scempio e chi ha sbagliato deve pagare: poche ore fa ho celebrato l’ultimo funerale per un uomo di 49 anni ucciso da un cancro fulminante a Frattaminore» afferma il sacerdote-simbolo del contrasto al degrado ambientale. Insieme al parroco anti-roghi, al tavolo con il governo, c’era anche Antonio Marfella, medico oncologo dell’Istituto Pascale di Napoli, fra le voci più ascoltate del movimento che combatte i rifiuti killer. È stato lui ad illustrare nel dettaglio al ministro dell’Ambiente la situazione in cui versa il tratto di territorio campano trasformato dalla camorra in una colossale discarica illegale di sostanze pericolose. A sostenere l’azione del parroco è stato il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe che gli ha anche conferito il premio «San Gennaro» per il suo impegno nella lotta alle ecomafie e soprattutto papa Francesco che durante la visita al centro immigrati «Astalli» ha abbracciato don Patriciello e ha benedetto la sua lotta ai clan che avvelenano la Campania. Due anni fa, fece clamore il video di un incontro nel quale il prefetto di Napoli aveva rimproverato don Patriciello per il «signora» rivolto al prefetto di Caserta Carmela Pagano considerato poco rispettoso nei confronti di un alto funzionario dello Stato. Oggi invece per il governo è «interlocutore primario». E il circostanziato dossier-choc portato al ministero diventerà «base d’azione».

È morto alle 6:43 del 19 gennaio 2014 Michele Liguori, l’unico vigile di Acerra che non si era arreso alla camorra, denunciando per anni la situazione nella Terra dei Fuochi. Questa è l’ultima intervista a La Stampa, registrata venerdì 17 gennaio

Di Niccolò Zancan

I camorristi l’avevano soprannominato in modo sprezzante: «O’ vigile chiatto co à barb». Era l’unico fuori dal giro. L’unico che non serviva per fare affari con i rifiuti tossici. «Lui non ha mai offerto coperture» ha dichiarato il pentito Pasquale Di Fiore, a proposito di Michele Liguori. Ma adesso il vigile grasso con la barba, al centro esatto della Terra dei Fuochi, sta smagrendo in maniera spaventosa.

Ha due tumori che gli divorano la pancia. Colpa della diossina, PCB 118 e PCB 126. Gli stessi agenti patogeni che avevano avvelenato le greggi ormai dodici anni fa.

Da allora nulla è cambiato. Si continua a morire ogni giorno. Non esiste un registro tumori della Regione Campania. I fusti sono ancora interrati in località Calabricito. I cavolfiori e le fragole vengono coltivati in questa stessa terra, davanti alle recinzioni. Ogni notte, la ciminiera dell’ex Montefibre sputa fiammate da cui ricadono lapilli e cenere nera, che si deposita ovunque. Un pentito ha raccontato che l’impresa edile dei fratelli Pellini, dal 1998 al 2005, è stata costruita usando cemento impastato con amianto. Non solo le verdure, la frutta, le bestie, i contadini, ci sono anche sette anni di edilizia tossica da considerare. Ma ancora nessuno ha aperto un’inchiesta per capire quali palazzi siano pericolosi per la salute pubblica.

«Il mio lavoro non è servito», dice il vigile urbano Michele Liguori con un filo di voce scura. Il suo letto è imbottito di coperte. Ha un ciondolo con un crocifisso appeso alla flebo. La moglie Maria, sempre al suo fianco. Per sette anni, è andato a vedere ogni fuoco e ogni sversamento. «Un giorno è tornato con le suole che si squagliavano sul pavimento della cucina – racconta la signora Liguori – non so dove avesse camminato, ma le scarpe erano letteralmente in decomposizione. Un’altra volta ha perso la voce all’improvviso. Certe notti lo annusavo sconcertata, trasudava odore chimico, puzzava di pneumatici bruciati». Il vigile Liguori scattava fotografie, stendeva rapporti. Denunciava. Chiedeva aiuto. Nell’epicentro del disastro, lui era l’unico agente della sezione ambientale di Acerra, il che rende l’idea. Ma per due anni è stato addirittura spostato ad aprire la porta del castello del paese, perché era considerato «troppo zelante».

Alla fine, è tornato sul campo di battaglia, a respirare veleni per altri due anni, dal 2011 al 2013. In perfetta solitudine. «A maggio si fece giallo di colpo – racconta Maria Liguori – prima si pensava fosse la colecisti, poi scoprimmo i tumori». E’ una donna con un sorriso dolce e disperato. «Sappiamo che in paese molti sono felici di questa nostra tragedia, abbiamo provato a scappare. Ma ai concorsi, Michele arrivava sempre secondo». Il vigile Liguori si rigira a fatica, ha un lampo di rabbia negli occhi lenti: «Questa è la terra di mio padre e di mio figlio – dice – non potevo far finta di non vedere. A me i vigliacchi non sono mai piaciuti». Per lui nessuna indennità, ovviamente. Neppure una telefonata di ringraziamento. E se volete verificare da vicino perché l’Italia è un Paese perduto, venite qui con in mano le sentenza del Tribunale di Napoli, Sesta sezione penale, sul caso Acerra.

Vi si racconta del maresciallo dei carabinieri Giuseppe Curcio, comandante della «locale stazione». Scriveva i verbali al posto degli avvelenatori, per non scomodarli inutilmente. Avvisava di ogni controllo, insabbiava le denunce dei cittadini onesti. Sono stati sversati rifiuti tossici persino nel parco archeologico. Hanno rimpinzato le fosse comuni dei guerrieri sanniti con scarti di fonderia. Piombo e denaro. Tonnellate di banconote della zecca, destinate al macero, sono state seppellite qui. Con amianto, materiali gassosi che innescavano fiammate improvvise, vecchi telefoni a rotelle della Sip, liquami delle industrie del Nord. Nelle intercettazioni li senti dire: «Questa roba puzza troppo. Scegli tu, dammi due o tre codici diversi». Scrivevano quello che volevano sulle certificazioni, tanto avevano contro soltanto il vigile grasso.

«Dal 1999 nulla è stato fatto per bonificare», dice l’oncologo Antonio Marfella. Lavora all’Istituto Tumori di Napoli. E’ stato il primo a far analizzare in Canada, a sue spese, il sangue del pastore Cannavacciulo, morto di tumore a maggio del 2007: «Perché gli ottocento laboratori pubblici della Regione Campania non erano attrezzati». I canadesi, invece, hanno risposto a stretto giro di posta. «Nel sangue del pastore, così come in quello delle sue pecore, c’era un livello di diossina 400 volte superiore al consentito». I livelli sono ancora alti. «Ma in questi anni lo Stato ha trattato peggio gli uomini delle bestie – dice il dottor Marfella – per comprendere cosa stia succedendo a una popolazione di 3 milioni di abitanti, a fronte di 12 milioni di tonnellate di rifiuti tossici accertati, hanno campionato 84 casi». Quando la famiglia Cannavacciulo si era rivolta a lui, l’oncologo Marfella non conosceva questa storia: «Pensavo bastasse un richiamo alle istituzioni, ritenevo che fossero distratte o molto impegnate. Ma ora, dopo sei anni di immobilismo, ho capito: erano colluse».

Acerra è un perfetto laboratorio italiano. Per i fratelli Pellini il reato di disastro ambientale è stato prescritto. E anche la condanna in primo grado per traffico di rifiuti illeciti rischia di cadere in prescrizione in appello. Il maresciallo Curcio, seppur condannato, gira per il paese a testa alta. Mentre gli unici due operai dell’impresa di smaltimento fanghi, che avevano avuto il coraggio di raccontare con quali sostanze preparassero il cemento, non vivono più. «Sono stato massacrato di botte – ci racconta uno di loro – ho il cancro. Ho paura per me e per i miei figli. Voi giornalisti del Nord dovete lasciarci stare».

All’Asl Napoli2 le «esenzioni ticket per soggetti affetti da patologie neoplastiche maligne» sono aumentate del 34,1 per cento in tre anni. Ad Acerra erano 427 nel 2009, sono diventate 774 nel 2012 (+81,2%). Il sindaco Lettieri ripete a tutti la stessa litania: «Mancano i soldi per la bonifica». Anche se la ditta incaricata di smaltire almeno i fusti interrati in località Calabricito ha già preso i soldi, senza mai eseguire il lavoro.

In pochi posti al mondo si può soffrire di solitudine come in questo pezzo di Italia-Europa. «E’ andata così – dice Liguori – la gente vede quello che succede, ma non vuole impicciarsi. Non capisce che per colpa dei veleni moriranno anche i nostri figli». La flebile luce del tramonto filtra nella camera dell’agonia. Le persiane sono ricoperte di una patina nera collosa. I limoni in giardino non danno più frutti. Alle cinque del pomeriggio, gli occhi del «vigile zelante» si chiudono per la fatica. «Tornassi indietro, non lo so. Non lo so se lo rifarei».

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