Non è Boko Haram la vera minaccia per la Nigeria


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L’espansione dei jihadisti nel Nordest del paese è solo il sintomo di problemi più grandi che nascono a sud, presso il Delta del Niger. La democrazia ha peggiorato la situazione. La sfida del neopresidente Buhari.

di Ewa Cholewa e Andrea Romoli

La vittoria di Muhammadu Buhari, che nelle elezioni presidenziali in Nigeria del 28 marzo scorso ha sconfitto il capo di Stato uscente Jonathan Goodluck, è stata accolta dalla comunità internazionale come un passo importante verso la stabilizzazione del paese africano. Il partito di Buhari, l’All Progressives Congress (Apc), ha anche riportato una significativa vittoria nelle elezioni per i governatori dell’11 aprile e controlla adesso più Stati del rivale People’s Democratic Party (Pdp) di Goodluck Jonathan.

 

La Nigeria per la prima volta vede un cambio di governo democratico. Buhari e il suo Apc sono riusciti a guadagnare il favore della popolazione promettendo la lotta alla corruzione e la definitiva sconfitta delle milizie islamiche di Boko Haram.

 

Il presidente eletto si trova però ora in una posizione difficile. Sia mantenere lo status quo, sia introdurre le promesse riforme potrebbe avere effetti destabilizzanti. D’altro canto la situazione sociale della Nigeria e la congiuntura economica internazionale rendono di fatto impossibile continuare a “comprare la pace” con fiumi di denaro come fatto finora da Goodluck e dai suoi predecessori.

 

Buhari, un ex dittatore militare convertito agli ideali democratici, potrebbe trovarsi prigioniero di una paralizzante contraddizione. Da una parte la necessità di cambiare radicalmente un paese fortemente diviso dal punto di vista etnico, politico, sociale, economico e religioso, ormai corroso dalla crescita esponenziale della corruzione, dal banditismo interno e dalla violenza settaria. Dall’altra, l’impossibilità di farlo senza minare quel delicato sistema di pesi e contrappesi di fatto che per ora ha scongiurato che la Nigeria tutta precipitasse in un conflitto interetnico e interreligioso aperto e violentissimo.

 

L’attenzione degli analisti internazionali si sta concentrando sulle atrocità di Boko Haram e sulle capacità del neopresidente di sconfiggerli. È un errore di prospettiva: nonostante le azioni dei jihadisti abbiano portato all’uccisione di oltre 13 mila persone e generato un milione e mezzo di sfollati, la loro rapida espansione nel Nordest è solo un sintomo, non la causa dei problemi interni della Nigeria[1].

 

La vera sfida che attende Buhari è nel sud del paese. Punto nevralgico della crisi è infatti il Delta del Niger, che per ricchezza di risorse naturali e posizione strategica è l’obiettivo di tutte le oligarchie e i potentati criminali del paese. Da questa zona arrivano infatti l’80% dei proventi della Nigeria, che è il 1° produttore di petrolio africano e il 12° al mondo.

 

I profitti della sua estrazione hanno finito per arricchire solo l’elite politica, mentre il Delta del Niger è rimasta una delle regioni più povere del pianeta. Proprio per il controllo delle risorse dell’area si è sviluppata una vera e propria battaglia tra governo centrale, potentati locali e bande armate con linee di demarcazione tra le tre parti non sempre definite.

 

Questa battaglia si è almeno formalmente conclusa nel 2009 con un armistizio economicamente molto oneroso per il governo centrale. Abuja, impegnando un fiume di denaro (almeno 500 milioni di dollari l’anno), ha di fatto comprato una fragile pacificazione con i diversi gruppi criminali e i loro capi senza però riuscire a risolvere le cause di un conflitto che per anni ha destabilizzato l’intera Nigeria, contribuito all’aumento dei prezzi globali di petrolio e fatto del Golfo di Guinea la più pericolosa area di navigazione del mondo.

 

La fine della dittatura militare nel 1999 e l’arrivo della democrazia hanno fatto esplodere le tensioni.Negli anni Novanta i gruppi di attivisti locali hanno cominciato una serie di proteste per chiedere una più equa redistribuzione delle risorse petrolifere. Le proteste hanno presto assunto un carattere violento in nome della “liberazione” del Delta. La spinta ideale della rivolta si è spenta presto e le milizie armate si sono trasformate in vere e proprie gang criminali dedite al furto e al contrabbando di petrolio.

 

Durante le elezioni “democratiche”, i diversi candidati hanno iniziato a impiegare i loro servizi per assicurarsi la vittoria. In competizione per il controllo di territorio e risorse, le milizie criminali hanno cominciato a combattersi tra di loro. Contemporaneamente hanno intensificato gli attacchi contro gli impianti di produzione petrolifera, che di fatti a partire dal 2004 ha avuto un vero crollo[2].

 

Il Mend (Movimento per l’Emancipazione del Niger Delta), nasce nel 2005. È una sorta di “cartello militare” che riesce a unire le varie bande migliorandone in maniera significativa l’efficienza criminale. L’economia illegale – soprattutto furto di petrolio e rapimenti – e il continuo supporto dei politici locali, soprattutto durante le elezioni, forniscono i fondi per le armi. Grazie a questi nuovi e più sofisticati armamenti e a una più efficace azione di comando e controllo, tra il 2008 e il 2009 il Mend riesce con le sue razzie a far calare di quasi un terzo la produzione di petrolio nel Delta.

 

Emergono le figure di uomini come Tompolo, Asari Dokubo e Tom Ateke che da feroci capobanda riescono ad assurgere al rango di rispettati uomini politici e imprenditori legati a filo doppio con il governo nazionale di cui sono diventati fedelissimi sostenitori.  La loro fortuna cresce con l’amnistia presidenziale e il successivo programma di “Disarmament Demobilisation and Reintegration” iniziato nel 2009. Un programma che – oltre a coprire d’oro gli ex leader della guerriglia per cessare le loro attività criminali e consegnare le armi, spesso sostituite con altre più moderne proprio grazie ai fondi ottenuti per il disarmo – li trasforma in punto di riferimento politico per la gestione del Delta.

 

Lo sbandierato successo del programma è in realtà assolutamente discutibile, dato che ha lasciato inalterate le vere cause del conflitto nell’area. Circa 30 mila miliziani di più basso livello vengono pagati circa 420 dollari al mese per ritornare alla legalità. Molte altre migliaia, ugualmente pericolosi, sono stati completamente ignorati e esclusi dal programma.  Sostanzialmente inutili sono i corsi di qualificazione professionale cui vengono inviati i pochi fortunati, dato che nel Delta del Niger il tasso di disoccupazione media sfiora il 50% tra la popolazione giovanile di sesso maschile, quella maggiormente a rischio di essere reclutata o coinvolta in azioni violente. Questa enorme massa di ex miliziani e potenziali nuovi criminali finisce quindi per rientrare nella sfera di influenza dei vecchi leader.

 

Grazie all’amnistia, i freedom fighters possono riprendere la loro attività di sottrazione di petrolio razziando in assoluta tranquillità, anzi spesso con il consenso più o meno tacito delle autorità di polizia, dell’esercito e dei governatori locali. La connivenza con questi poteri viene assicurata condividendo i profitti delle ruberie e continuando a garantire la rielezione ai politici collusi tramite una sistematica opera di intimidazione degli elettori.

 

Il fenomeno del furto del petrolio, calato durante il primo periodo dell’armistizio, ha ormai ripreso pieno vigore. Si calcola che la Nigeria perda circa 100 mila barili al giorno di petrolio. La politica nazionale fa poco o nulla per arginare il fenomeno: essa è ormai legata a filo doppio con gli ex comandanti del Mend, che con le loro nuove patenti di legittimità sono diventati attori di primo livello e sono persino in grado di rifornirsi di armamenti strategici in Occidente con la piena acquiescenza di Abuja.

 

Tompolo ad esempio è riuscito a farsi vendere 7 navi da guerra norvegesi di classe Knm Horten. Ufficialmente l’ex guerrigliero ne ha giustificato l’acquisto con la necessità di equipaggiare meglio la sua compagnia di sicurezza navale nella lotta contro la pirateria. Affermazione abbastanza paradossale, visto che Tompolo è accusato di essere uno dei principali registi delle attività di pirateria nel Golfo di Guinea.

 

Si calcola che nel Delta del Niger si registri almeno un attacco a settimana ma i numeri sono forse anche superiori perché molte aggressioni non vengono nemmeno denunciate, dato che si tratta di operazioni condotte proprio contro i contrabbandieri di petrolio rubato che si guardano bene da denunciare i loro furti (Africa Confidential, ICC). I risultati del controverso programma d’amnistia e della legittimazione politica degli ex capi guerriglieri hanno portato paradossalmente all’allargamento della base sociale della violenza. Migliaia di giovani attraverso tutte le regioni del Delta hanno imparato che “il crimine paga” e nuovi leader vogliono essere coinvolti nella spartizione dei proventi dell’oro nero, decisi a ricattare le compagnie petrolifere per ottenere protezione e pronti ad essere reclutati dai politici come milizie armate per truccare le elezioni.

 

Uomini violenti e sbandati sono più difficili da controllare dei vecchi leoni della guerriglia antigovernativa ora “istituzionalizzati”. Gli stessi Tompolo e Asari rischiano di esser in difficoltà a contrastare questi nuovi miliziani e criminali, decisi a scalzarli o quanto meno ad affiancarli nella spartizione della ricca torta dei proventi del petrolio del Delta.

 

Con questa intricata jungla criminale Buhari dovrà adesso venire a patti per impedire che il paese precipiti nel caos. I suoi predecessori hanno usato la leva economica per assicurarsi il favore delle bande, mitigandone gli eccessi, che minavano la credibilità economica e politica della Nigeria, ma nel contempo tollerando la loro sostanziale appropriazione di parte del paese.

 

Mantenere lo status quo e continuare a “comprare la pace” è un’opzione che Buhari rischia di non poter sfruttare per almeno tre motivi: le alte aspettative che le sue promesse di cambiamento e legalizzazione della vita politica hanno creato nella comunità nazionale e internazionale; la consapevolezza che un presidente musulmano in un paese sotto attacco dall’integralismo deve agire con estrema prudenza in un’area a maggioranza cristiana come il Delta del Niger; soprattutto, il continuo calo del prezzo del petrolio che riduce in maniera significativa le risorse disponibili per garantire la pace sociale.

 

Inoltre, il Pdp – grazie forse ad azioni intimidatorie e brogli elettorali – è riuscito a mantenere il controllo del Delta del Niger alle elezioni per i governatori appena concluse (ha preso oltre il 90% dei voti nel ricco Stato del Rivers). Il futuro governatore del Delta State, Ukowa, è uomo di fiducia di Tompolo che ha anche piazzato suo cugino come vice governatore. Altri noti ex-miliziani sono stati eletti nell’Assemblea di Rivers State durante le elezioni di aprile. Impossibilitato a continuare nelle prassi di governo dei suoi predecessori e privo degli strumenti politici e militari per imporre un vero cambiamento, Buhari potrebbe vedere  in pochi mesi precipitare il paese nel caos se non agisce con prudenza.

 

I segnali ci sono tutti: già pochi giorni dopo le elezioni sono ricominciati gli attacchi agli oleodotti nel Delta del Niger con il rapimento di cinque operai delle compagnie petrolifere. Oltre una decina di membri dell’Apc sono stati uccisi da un commando non identificato. Asari ha dichiarato che l’elezione di Buhari è una chiara indicazione che il paese è manipolato da élites del Nord che cospirano contro il Delta. Egli aveva più volte manifestato tutta la sua ostilità a Buhari minacciando di cancellare con la guerra la malferma unione tra Nord e Sud della Nigeria in caso di sua vittoria elettorale. “Non ci sarà pace né nel Delta del Niger né nel resto del paese se Goodluck non sarà rieletto, risponderemo alla violenza con la violenza”, aveva dichiarato. Resta da capire se e come concretizzerà le sue minacce.

 

In realtà nessuno – nemmeno gli ex miliziani e i leader del Delta del Niger, fino al giorno prima delle elezioni stretti alleati di Goodluck – vuole la guerra contro il nuovo governo. Tutti aspettano le prime mosse di Buhari per capire se deciderà o meno di continuare a finanziare il programma di reintegrazione degli “ex” guerriglieri che dovrebbe finire a maggio, tollerando nel contempo il perpetuarsi delle loro lucrose attività criminali. Molti, non solo tra i capi delle milizie locali, temono che il nuovo presidente riduca i fondi che la regione riceveva durante i mandati di Goodluck Jonathan e magari provi davvero a smantellare con la forza il sistema dell’economia criminale. Se Buhari decide di intraprendere questo passo, rischia di destabilizzare una regione dove sono presenti milioni di armi leggere, migliaia di criminali pronti a tutto e un’enorme massa di disoccupati disperati con nulla da perdere – quindi un potenziale bacino di reclutamento per i miliziani al soldo di vecchi e nuovi signori della guerra.

 

Buhari ha impostato e vinto la sua campagna elettorale sulla sostanziale diversità del suo modo di agire rispetto alle “cattive pratiche” dei suoi predecessori. Adesso deve realizzare quanto promesso senza precipitare la Nigeria in una violenta guerra civile. Come detto, la sfida lanciata da Buhari contro le milizie di Boko Haram non è la battaglia decisiva su cui si misurerà il successo o il fallimento della sua presidenza.

 

L’esercito nigeriano, seppur demotivato, scarsamente addestrato e con un armamento obsoleto, sarebbe facilmente in grado di spazzare via le poche migliaia di guerriglieri integralisti operanti nel Nordest, tra l’altro senza alcun supporto dalla popolazione locale [3]. Riportare la legalità, ripulire le Forze armate e il sistema di sicurezza e intelligence dalla corruzione sono presupposti necessari per vincere la battaglia contro il “piccolo mostro” del jihadisimo nigeriano.

 

I presupposti di questa vittoria a nord Buhari dovrà però costruirli a sud. È proprio li che rischia di perdere la sua sfida per il cambiamento della Nigeria.

 

Note:
[1] Da febbraio, un’offensiva della coalizione formata da Nigeria, Ciad, Camerun e Niger è riuscita a fermare Boko Haram e riguadagnare una parte del territorio controllato dal gruppo nel Nordest della Nigeria.

[2] A partire dalla metà del 2004 Asari Dokubo e il suo NDPVF hanno iniziato una guerriglia a tutto campo contro le compagnie petrolifere e lo Stato nigeriano. I suoi miliziani sono riusciti ad infliggere danni significativi alla produzione di petrolio costringendo la maggior parte delle compagnie petrolifere a ritirare il loro personale dal Delta del Niger. In conseguenza di ciò nell’ottobre del 2004, Asari Dokubo è stato invitato a colloqui di pace con il presidente Obasanjo. Gli accordi raggiunti prevedevano un disarmo totale in cambio di un pagamento per ogni arma consegnata di 1800$ a prescindere dal tipo e dal livello di obsolescenza. I fondi raccolti sono stati utilizzati per comprare nuove e più moderne armi il cui prezzo era mediamente più basso di mille ottocento dollari a pezzo.

[3] All’interno delle Forze armate nigeriane è ormai endemico il fenomeno dei “ghost soldiers” con i comandanti militari che dichiarano effettivi arruolati ben superiori a quelli realmente disponibili per intascare le paghe a loro destinate. Anche i salari dei soldati effettivamente in servizio vengono pesantemente “taglieggiati” dai loro superiori che si impadroniscono indebitamente di parte degli emolumenti dei loro subalterni. Tutto questo rende unità militari già poco efficienti e mal addestrate assai vulnerabili alla corruzione. Sono molti i casi segnalati di reparti interi che hanno abbandonato le loro posizioni e interi arsenali in mano alle milizie di Boko Haram senza sparare nemmeno un colpo.

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