Fiumicino, nell’aeroporto dei veleni che tiene tutti col fiato sospeso


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Il reportage. Viaggio nello scalo diventato la metafora delle tante impasse di Roma e del Paese

di FRANCESCO MERLO

FIUMICINO (ROMA) – Se Roma rischia di chiudere per goffaggine davanti alla mafia, Fiumicino rischia di chiudere per goffaggine davanti alla diossina. Ma peggio sarebbe se l’aeroporto più grande d’Italia, 40 mila dipendenti e 40 milioni di passeggeri l’anno, restasse com’è adesso, grottescamente semichiuso. Dunque lunedì prossimo, 13 luglio, la Asl numero 7 di Roma e l’Istituto superiore di sanità valuteranno la bonifica delle dieci porte dotate di finger (su un totale di 36) sequestrate nel molo D, dove non c’è stato l’incendio. E poi il giudice Gianfranco Amendola, per la prima volta al mondo, deciderà se l’aeroporto “è ambiente di vita”, come ha detto in Senato Loredana Musmeci dell’Istituto superiore della sanità, o se è “ambiente di lavoro” come sostengono tutti gli altri. Sentiti i periti ma non vincolato ad essi (il giudice, si dice, è peritus peritorum) il procuratore Amendola stabilirà se Fiumicino è come una piazza dove l’aria deve essere pulita il più possibile, con una tolleranza massima di un 0,1 picogrammo, vale a dire lo 0,1 di un milionesimo di milionesimo di grammo di veleno per metro cubo, o se invece è un luogo industriale dove la sporcizia dell’aria è ammessa entro il limite di 10 milionesimi di milionesimi di grammo. Quale che sia la sua decisione, si tratterà in ogni caso di Giurisprudenza creativa perché non esistono (ancora) norme sull’aria degli aeroporti (e delle stazioni), e non solo in Italia. È ancora magistratura o è già politica?

Insomma nessuno sa se il giudice riaprirà quelle dieci porte che per Roma sono diventate più sante della porta che il Papa smurerà l’8 dicembre prossimo dando inizio al Giubileo. “L’aeroporto dovrà essere o tutto aperto o tutto chiuso durante l’esodo per le vacanze che comincerà il 28 luglio prossimo” dice da settimane Vito Riggio che è il presidente dell’Ente di controllo dell’aviazione civile (Enac). E se il magistrato non libera le sedici porte? “Non so cosa diventerebbe l’aeroporto di Fiumicino con il traffico ridotto del 50 per cento. Probabilmente dovremmo indirizzare i passeggeri intercontinentali a Malpensa”. E cosa dice l’Alitalia che di Fiumicino vive? “Mi hanno risposto: a Malpensa mandaci tutti i nostri concorrenti”.

Dopo l’incendio che ha devastato mille metri quadri nel Terminal tre, ben seimila metri quadri di aeroporto sono stati sigillati (si fa per dire) per ordine del procuratore Amendola, 73 anni, uno dei padri nobili dell’ambientalismo italiano ma anche della confusione dei ruoli, visto che è stato pretore d’assalto antismog negli anni 70, e poi politico, capo di gabinetto del primo ministro dell’ambiente Achille Corona nel 1973, parlamentare europeo per cinque anni, candidato per i Verdi a sindaco di Roma; e infine è tornato a fare il giudice. Oggi è anche titolare di un blog ambientalista sul Fatto quotidiano. Certo, per tutta la vita si è occupato di combustioni, bruciatori, discariche a cielo aperto, appalti criminali per riciclare rifiuti, ecomafia, mare inquinato… Ma se da politico pareva un magistrato, tornato magistrato  –  suo malgrado  –  pare un politico: “Le esigenze economiche della produzione e del profitto prevalgono sempre sul diritto all’ambiente e alla salute” è la sola cosa che mi dice e sembra un manifesto programmatico. “Dell’inchiesta in corso non posso parlarle”.

Sicuramente è roba da serie televisiva americana  –  Ncis  –  l’estetica della bonifica che ancora domina il Terminal 3. Grandi schermi di cartongesso fissati con nastro adesivo raggrinzito hanno impedito di entrare a tutti tranne, ahimé, agli idrocarburi policiclici aromatici e alla polvere inquinante che, al di là della controversia sulla concentrazione, si è spostata e si è depositata dovunque, infischiandosene dei cartelli di divieto. Non ci sono negozi, è andato in fumo il gulag dei consumi, niente più cosmetici, saponi, vestiti, scarpe, profumi, liquori e macchine fotografiche. Solo Feltrinelli ha riaperto: tutto in fiamme tranne i libri. Visto così, sembra il contrario di Fahrenheit.

Gli agenti speciali della ditta Belfor lavorano con scafandri, plastica, guanti, sacchi e poi i polimeri, i prodotti delle aziende biomedicali, i grandi camion. Secondo loro finalmente adesso “tutto il bruciato è stato sigillato”, tenuto insieme non dalla sua struttura ma dalla sua pelle di cartongesso e resina isolante, una bolla radioattiva che abbiamo accanto ma che non ci contagia più e aspetta solo di essere presa di peso e buttata chissà dove. Ho parlato con un normale addetto alle pulizie, di quelli con lo straccio e con la scopa, e mi ha raccontato di avere ricevuto l’ordine di controllare la polvere persino passando, mattina e sera, il dito sopra tutte le superfici, pavimento compreso: “Mai l’aeroporto è stato così pulito e al tempo stesso così sporco”. Passo il dito sul corrimano della scala mobile: è nero.

Sono invece bianche le mascherine che molti tengono sulla fronte o sul braccio e persino come cavigliera, quasi mai sulla bocca. Una hostess mi dice: “La mascherina mi fa tossire, se me la levo respiro molto meglio”. È magica la sciatteria romana: “E che te devo dì, ce semo abituati pure alla disossina”. Lo corregge il sigillatore di bagagli: “Diossina, se chiama diossina”.
L’incendio, probabilmente dovuto a un cortocircuito dell’impianto dell’aria condizionata, che era sovraccarico e inadeguato, è divampato in quel controsoffitto che in tutti gli edifici pubblici (scuole comprese), come ha mostrato la Biennale di Venezia dello scorso anno, è ormai un canyon di condutture, cavi, isolanti, funi, schiuma di vetro… Non c’era l’amianto come qualcuno ha scritto, ma il comandante provinciale dei vigili del fuoco Marco Ghimenti ha trovato un impianto “non integralmente conforme alle norme applicabili di prevenzione incendi”. E poiché l’aria condizionata, con i suoi recettori nascosti, unisce gli edifici che l’architettura separa, il comandante ha dettato all’azienda i dieci comandamenti da applicare a tutto l’aeroporto. Non li elenco, ma mi limito a notare che ogni comandamento comincia con un diverso verbo all’infinito, qualcuno sconosciuto: ripristinare, adeguare, implementare, rimuovere, delocalizzare, ubicare, predisporre, separare, compartimentare, integrare. Amen. Come si vede, qui non c’entrano più la diossina e gli idrocarburi aromatici che, comunque, non seguono il percorso erratico imposto dal giudice ai passeggeri per aggirare i luoghi inquinati e arrivare alle porte di imbarco del molo C: le svolte, le salite e le discese sugli autobus, i cambi di direzione improvvisi garantiscono il disorientamento. Ma come dicevo, le polveri non si curano dei sigilli e arrivano prima di me passando attraverso i vecchi corridoi ora chiusi agli umani che qui chiamano destinazioni o pipette. Ormai, come fosse un’ossessione, passo il dito dovunque, muri, vetri, nastri: è sempre nero.

“L’azienda è pronta a fare qualsiasi cosa ci chiedano le autorità sanitarie e il giudice. Purché ce le chiedano, però” mi dice l’amministratore delegato della società Aeroporti di Roma Lorenzo Lo Presti, che a 61 anni ha l’aria rotonda e mite del galantuomo e appartiene alla ricca tradizione italiana degli ingegneri che non fanno gli ingegneri. “Per ora non rilascio interviste” premette. Figlio di un chimico, è stato sopraffatto dalla chimica. È indagato perché, subito dopo l’incendio, ha fatto lavorare i suoi dipendenti  –  è l’ipotesi di reato  –  senza “gli strumenti protettivi adeguati all’importanza dell’evento”, costringendoli “a patire le conseguenze della combustione”. L’azienda è difesa dall’avvocato Severino, un nome che aggiunge simboli ai simboli evocando, innanzitutto, la parola “sospensione” che ben si adatta anche a Fiumicino, a color che sono sospesi ma anche alla particelle sospese nell’aria. L’azienda aeroporti appartiene alla famiglia Benetton ed è presieduta da Fabrizio Palenzona, un’eternità democristiana di 1,90 di altezza e 150 chili di peso che ricopre un incredibile numero di cariche, da Unicredit alla lobby dei camionisti. Palenzona e Lo Presti sostengono di avere già programmato nel 2014 con i vigili del fuoco un piano di adeguamento di tutti gli impianti da completare entro il 2016. Poi l’incendio ha accelerato tutto: “Stiamo lavorando”. Ma il giudice Amendola ha lanciato l’ultimatum: se non vi adeguate in sei mesi chiudo l’aeroporto. Quando il funzionario Chinni, per conto della Asl, disse (e firmò) che il molo D era a posto, Amendola lo incriminò per abuso d’ufficio. Ecco: in che dosaggio la diossina diventa corruzione? E in che dosaggio diventa ideologia? E quanto Fiumicino, città d’aria con un nome d’acqua, somiglia all’Ilva di Taranto?

La parola diossina, secondo Lo Presti, è come la parola colera. “Quand’ero bambino e scoppiò il colera a Napoli, noi vivevamo a Capo d’Orlando. Ma mia madre mi vietò di mangiare il gelato”. È proprio così, gli dico, che comincia Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, premio Strega 2014, un romanzo sul conformismo. La verità è che molto più degli idrocarburi policiclici aromatici, è la polvere della Roma di questi tempi, la polvere di goffaggine che ha invaso anche Fiumicino. British Airways ha spostato qualche volo a Napoli: “Vesuvio doesn’t have diossina” hanno detto all’aeroporto di Manchester a una ragazza che aveva il biglietto per Roma e hanno aggiunto che almeno trecento lavoratori hanno marcato visita: secchezza delle fauci, occhi irritati, ma nessuna diagnosi di avvelenamento. I turni di lavoro sono ridotti a 4 ore al giorno. Con un sorriso di malizia, Vito Riggio aggiunge: “Nessun malessere tra i passeggeri”. Cinquanta voli e 25 mila passeggeri al giorno sono stati trasferiti a Ciampino che a sua volta è diventato un contenitore dantesco. L’aria condizionata non sempre funziona. Nel fine settimana i ritardi sono estenuanti. Spesso i piloti sono costretti a lunghi giri in aria prima del permesso di atterrare; quello dell’Air Berlin giovedì ha commentato all’altoparlante: “Fiumicino is so crazy”.

E intanto, circondate da un alone di proibito ed evitate come i bagagli abbandonati, sgraziate centraline con tozze antenne misurano il radiello e il benzopirene. Finora non c’è stata una sola rilevazione uguale a un’altra. La scienza a Fiumicino è gergale e misteriosa. Nascosti qua e là ci sono gli occhi di tutti gli acronimi del sapere depositato: l’Arpa, l’Iss, l’Asl e il Cnr misurano Mac, Tlv e Pg rifacendosi all’Oms, al Who, alle Pcdd/Pcdf… L’azienda, che tutti chiamano Adr, ha commissionato controrelazioni scientifiche a Hsi. Sono stati ingaggiati i professori Lepore della Lumsa, Romano della Ssscvd e Cecchetti, beata chiarezza, della Carlo Bo di Urbino. L’ultima relazione, consegnata ieri mattina, è di Bonamin, il chimico delle Wtc (le Torri gemelle). Ho letto testi che impauriscono e altri che fanno quasi venir voglia di infarinarsi di diossina, di respirarla a pieni polmoni, di prenderla in compresse effervescenti contro il mal di gola.

Alla fine, con il pensiero impolverato, anche Lo Presti capisce che è andata bruciata la riconosciuta efficienza internazionale del suo aeroporto e adesso la polvere di goffaggine, che è appunto la polvere di Roma, avvolge tutto e tutti, penetra pure nei polmoni dell’Istituto superiore della Sanità e si accumula sotto le unghie del ministro della salute Beatrice Lorenzin che inutilmente, da ben sessantatre giorni, si lava le mani. Come Ponzio Pilato

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