IMMIGRATI, È NATO IL POPOLO DEGLI APOLIDI


<fonte>

Immigrati, è nato il popolo degli apolidi

L’esodo biblico di 60 milioni di uomini, donne e bambini ha creato una nuova, immensa comunità nel consesso internazionale. Uno su sei non ha più identità, cittadinanza, sostegno dal welfare, diritto allo studio e alla salute. Una vera nazione che vive ammassata nei campi profughi, nei centri di identificazione, in quelli della Croce rossa e dalla Caritas. Sopportata ma esclusa dai paesi ospitanti, cerca scampo e un futuro lungo quelle che sono chiamate le 7 rotte della Speranza. Ve le raccontiamo

di TOMASO CLAVARINO, RAFFAELLA COSENTINO, ALICE GUSSONI, VLADIMIRO POLCHI, COSTANZA SPOCCI, LUCA VALTORTA e ALESSANDRA ZINITI

La nazione invisibile
di ALICE GUSSONI
ROMA – La nazione invisibile non esiste e non esistono i suoi cittadini. Ma esiste una marea umana che si muove alla ricerca di un posto che li accolga. Sono circa 60 milioni di persone, uomini, donne, minori, la maggior costretti a migrare per motivi economici. Di questi 11,7 milioni scappano dal proprio paese a causa di guerre e persecuzioni. Alcuni nella fuga perdono, oltre alla propria casa, anche il diritto di cittadinanza. Ci sono poi 10 milioni di persone nel mondo per cui l’apolidia resterà uno status insuperabile. Senza documenti la vita è difficile. Non si può lavorare, se non al nero. Non si può accedere alle cure, a parte i ricoveri urgenti. Non ci si può sposare né si possono seguire percorsi di formazione. Non si hanno diritti, almeno tutti quelli garantiti da una cittadinanza.

Il grado zero. Tutti iniziano da un grado zero: la maggior parte di coloro che fugge da guerre e persecuzioni non ha documenti. Quando poi arrivano nel paese ospite, con mezzi di fortuna o per vie al 99% illegali, si trovano a dover affrontare il mostro della burocrazia. Si parte con una domanda di asilo in cui si dichiara, tramite autocertificazione, la propria provenienza, i dati anagrafici e il motivo della fuga. Poi la pratica deve seguire il suo iter e in Italia la disamina tocca alle Commissioni territoriali, che attraverso un’intervista approfondita dovranno riconoscere lo status di rifugiato. Ma l’attesa per un appuntamento può durare mesi, a volte addirittura anni, durante i quali la loro vita sarà a ricasco di organizzazioni umanitarie e sistemi assistenziali. In Europa e Nord America sono circa 900 mila le domande di asilo in attesa di una risposta ufficiale.

Requisiti. Capita poi che il richiedente non sia in possesso dei requisiti giusti per ottenere lo status di rifugiato. Nel 2014, secondo i dati Cir, su 64.886 domande presentate solo il 50% è stato esaminato e di queste 36.330 solo 21.861 hanno avuto un responso positivo. Il restante 37% ha visto rifiutata la propria richiesta. Nel frattempo la vita continua. Per chi si ritrova in questa condizione di semi-legalità, in attesa di un responso o con il visto negato, non resta che arrangiarsi con permessi temporanei, in attesa dei ricorsi al Tribunale, che permettono di prendere tempo, aspettando che arrivi una sanatoria o il miracolo di un santo qualsiasi.

Diverso iter. Ancora più marginale rimane la posizione degli apolidi, i quali senza volerlo hanno scarsissime possibilità di vedere riconosciuto ufficialmente il loro status. L’apolide infatti, nonostante abbia il diritto di veder riconosciuta la propria condizione e successivamente di acquisire la cittadinanza italiana, segue un iter diverso per l’istruttoria. Proprio loro, a cui per definizione manca un riconoscimento giuridico documentato, devono produrre prove documentali della loro residenza sul territorio. Questo paradosso crea ovviamente enormi difficoltà per la domanda. Dai dati del Ministero dell’Interno risulta, infatti, che negli ultimi 10 anni solo l’1% delle domande di certificazione presentate in via amministrativa è stata accolta. Il riconoscimento dell’apolidia ottenuto tramite questo percorso è infatti precluso a tutti coloro che non possiedono, cumulativamente, un titolo di soggiorno in Italia, un certificato di nascita e un certificato di residenza. Altra strada percorribile sarebbe quella giudiziale, ma ha un costo spesso troppo elevato per chi si trova a doverla affrontare. In entrambe i casi alla base c’è una grossa carenza di informazioni.

Disinformazione. Helena Behr, dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati, è chiara in proposito: “Uno dei problemi iniziali sembra essere proprio la disinformazione. Nonostante in Italia ci siano due procedure per il riconoscimento dello status di apolide di fatto,  per molte persone continua ad essere difficile ottenerlo, vuoi per mancanza di informazioni o a causa di ostacoli normativi e burocratici. Le persone possono aspettare anche molti anni per avere una risposta e nel frattempo rimangono in una situazione di vulnerabilità e marginalità”. Eppure l’apolidia si potrebbe facilmente eliminare: “Per questo – continua Behr – l’Unhcr insieme alla Commissione Diritti Umani del Senato e al Cir sta lavorando a un disegno di legge che preveda un intervento risolutivo, in grado di eliminare il problema dell’apolidia nell’arco di soli 10 anni”. Un traguardo ambizioso ma non impossibile. L’Unhcr ha presentato nel novembre del 2014 la campagna informativa IBelong per focalizzare il paradosso dell’apolidia: “Senza una cittadinanza  –  spiega ancora Behr – non si hanno garantiti molti diritti, come quello allo studio, al lavoro, alle cure, alla libera circolazione. Ma sono solo questi diritti che ti rendono un cittadino a tutti gli effetti”.

 

Senza più patria e senza documenti, i racconti degli apolidi

Ostacoli e pregiudizi. Esiste poi un altro motivo che rende così difficile il riconoscimento dell’apolidia e che si lega a un’innata disaffezione verso l’autorità e le sue leggi: chi esce finalmente dal cono dell’invisibilità deve affrontare nuovi ostacoli e vecchi pregiudizi. Il caso dei Rom e dei Sinti è in questo senso esemplare. Giunti sul nostro territorio durante i primi anni ’90, in seguito alla guerra nella ex-Jugoslavia, sostenuta pienamente dall’ex-governo D’Alema, molti di loro hanno visto dissolversi la propria nazionalità insieme alla propria casa dall’oggi al domani.

In Europa il numero di apolidi è di circa 600 mila, dato non facilmente riscontrabile per mancanza di statistiche ufficiali. In Italia le persone prive di cittadinanza sono circa 15.000, quasi tutti di etnia Rom, ma potrebbero essere molte di più. Di queste solo 813 hanno ottenuto il riconoscimento giuridico dello status di apolide fino ad oggi. Nonostante l’Italia sia uno dei 14 paesi nel mondo che abbia sottoscritto la Convenzione sullo status di apolide del 1954  –  dove si indicano le procedure per tale riconoscimento – la mancata adesione della successiva Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961 ha resto finora zoppo il sistema. Questo comporta come primo problema l’ereditarietà della condizione di apolide da parte dei minori. In teoria esisterebbe una disposizione, contenuta nell’art.1 della lg n.91/92, che supererebbe de facto loius sanguinis. Tuttavia, molti degli apolidi nati nel nostro paese incontrano diversi ostacoli nel dimostrare che non hanno acquisito o che non possono acquisire nessuna nazionalità da parte dei due genitori. Se a loro volta questi non hanno ufficializzato il proprio status di apolidi i documenti necessari per certificare la non appartenenza a nessuno stato, l’iter si perde in una giungla di uffici consolari, ambasciate e registri anagrafici. Un inferno kafkiano insomma. Risultato: i minori privi di una cittadinanza in tutta Europa sono nell’ordine  di migliaia, ma l’assenza di un censimento ufficiale li rende dei fantasmi.

Cittadinanza. La lunga strada per l’acquisizione di una cittadinanza non finisce qui. La possibilità di richiederla infatti arriva dopo 5 anni nel caso di rifugiati e apolidi che abbiano superato il primo passaggio del riconoscimento ufficiale, 10 anni per i migranti che risiedono regolarmente sul territorio. Fino al 18 giugno di quest’anno però le richieste erano rallentate da un ulteriore imbuto. Salvatore Fachile, avvocato dell’Asgi, ha dovuto affrontare questo problema per diversi casi: “L’appuntamento telematico con la prefettura era infatti negato dal sito del Ministero degli Interni, e a causa di questo disservizio le domande si sono accumulate per mesi”. Ora finalmente è possibile presentare la richiesta di cittadinanza direttamente on line. Ma questo è solo l’inizio. Si devono aspettare minimo dai 2 ai 6, a volte 8 anni, prima di una risposta: “Frequentemente si deve fare ricorso per sollecitare la propria pratica – continua Fachile – che altrimenti giacerebbe per chissà quanti anni ancora prima di essere vagliata”.

Verdetto finale. Infine il verdetto finale. Sempre secondo l’ASGI un numero crescente di domande subirebbe un diniego a causa di presunte vicinanze del richiedente con gruppi estremisti. “Frutto di indagini superficiali dei nostri servizi segreti” commenta Salvatore Fachile “Almeno secondo il verdetto espresso dal Consiglio di Stato che ha seguito fino in fondo alcune delle pratiche per cui è stato presentato ricorso”. Chi riesce ad arrivare al traguardo è da ritenersi fortunato: oltre 100.000 nel 2013, 65.000 nel 2012. “Un trend comunque in crescita  –  conclude Fachile – ma che affonda le radici nei flussi migratori risalenti agli anni ’90. Il futuro lo stiamo vivendo ora, e non sembra così roseo”.

 

Catania, nella “città senza patria”
di ALESSANDRA ZINITI
CATANIA – In mezzo alla piana di Catania, tra  gli agrumeti, c’è’ una città di “senza patria”. Quattromila, in certi momenti, anche cinquemila, fuggiti dai loro paesi, scappati da guerre, persecuzioni e carestie, e approdati nel limbo dell’attesa. L’attesa che qualcuno dica loro se e dove potranno vivere in Italia, l’attesa che qualcuno venga a prenderli e li aiuti in un’altra fuga, l’ultima, quella verso il paese dove vorrebbero vivere.

A dispetto delle belle e comode villette bifamiliari, della mensa che sforna tre pasti caldi al giorno, della scuola per imparare l’italiano, dell’ambulatorio dove curarsi e dei campi dove giocare a calcio, per gli abitanti di questa singolare città di apolidi nel cuore della Sicilia, il Cara di Mineo, è un purgatorio, un girone dantesco dal quale tutti sperano di poter uscire il più presto possibile. In teoria i profughi che vi sono ospitati, appartenenti a più di venti etnie diverse, sono tutti richiedenti asilo. Volenti, o molto più spesso nolenti, si sono lasciati prendere le impronte digitali e identificare al momento del loro sbarco in Sicilia e, secondo le regole ormai contestatissime del trattato di Dublino, hanno redatto la loro richiesta di asilo politico rivolta alle autorità italiane. E aspettano, un tempo per loro infinito, in media 18 mesi ma forse anche di più’, in attesa che le apposite commissioni vaglino la loro posizione ed emettano il verdetto che deciderà il loro destino.

Il loro unico documento è il badge del Cara, non hanno passaporto, carta sanitaria. Non possono partire né andare a cercarsi un lavoro, non hanno soldi se non il pocket money che passa la direzione del centro né possono averne. E allora, nella migliore delle ipotesi ciondolano tutto il giorno in uno stato d’animo che varia dalla depressione all’irascibilità, ma molto più spesso si danno ad attività delinquenziali all’interno del centro (dai giri di prostituzione allo spaccio di droga) o finiscono nella rete dei caporali che all’alba li vengono a prendere con i pulmini sulla strada statale che confina con il centro, li portano a lavorare nelle campagne e a sera li riportano con (se va bene) dieci euro in tasca.

Non importa se in Siria Jamal era un funzionario di banca e sua moglie un’insegnante. “Quando una bomba ha distrutto la scuola dove insegnava mia moglie e il nostro quartiere è stato distrutto dalle granate – racconta – ho preso la mia famiglia, i miei due bambini, quel poco che avevo a casa, il computer, i documenti e siamo fuggiti. Ho pagato carissimo un passaggio in macchina fino in Egitto e poi l’imbarco su un grande peschereccio partito da Alessandria d’Egitto. Ci hanno salvato i marinai italiani, ci hanno portato qui è ormai sono 13 mesi che aspetto. Siamo profughi, scappati dalla guerra, abbiamo diritto all’asilo. Io vorrei andare in Svezia ma se non si può proverò ad andare a Milano, basta che ci facciano andare. Ho due bambini di quattro e sei anni e una vita da ricostruire, anzi da inventare”. Jamal mostra i documenti suoi e della famiglia. “Sono riuscito a portare in salvo anche loro, li avevo in una fodera di plastica assicurata con lo scotch all’interno della camicia. Qui ci sono le prove della nostra identità’, c’è’ la nostra storia, c’è’ il passato, ma questa non è vita. Se ci accolgono devono anche lasciarci costruire un futuro”.

L’Eldorado è il Nord Europa
di VLADIMIRO POLCHI
ROMA  –  “In Europa non tutti i paesi sono uguali. In Scandinavia, chi arriva dalla Siria, ha facilmente un posto dove dormire, la possibilità di studiare e avere un lavoro”. Tareq, 27 anni, ha lasciato Damasco subito dopo la laurea per evitare l’arruolamento obbligatorio. Oggi è rifugiato in Italia. A prendersi cura di lui è il Centro Astalli. Nelle sue parole la spiegazione della “fuga” di molti richiedenti asilo dall’Italia. Direzione? Nord Europa.

LEGGI L’INCHIESTA: IL LUNGO VIAGGIO DEI RIFUGIATI INVISIBILI

La mappa dei flussi. Sì, perché la mappa dei flussi migratori è in continua evoluzione. Ci sono i “paesi fabbrica”, i “paesi corridoio” e i “paesi meta”. Vecchie e nuove rotte si avvicendano, con gli arrivi via terra a farla sempre più da padrone. È l’onda dei profughi: un flusso imponente di migranti in viaggio costante da sud a nord. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale le persone costrette alla fuga nel mondo hanno infatti superato quota 50 milioni (a metà del 2014 se ne registravano già 56,7).

Gli overstayers. A tracciare le rotte dei migranti è l’ultimo rapporto Frontex (Agenzia europea per il controllo delle frontiere). Intanto, va detto che la maggioranza di chi arriva in Europa sceglie la via più sicura: “La principale porta d’ingresso – scrivono gli analisti di Frontex – sono gli aeroporti internazionali. Gran parte di chi risiede illegalmente in Europa, originariamente è entrato con un visto il cui periodo di validità ha poi superato i limiti”. Li chiamano overstayers: sono tutti quegli stranieri che arrivano regolarmente nel paese con un visto turistico e ci restano illegalmente anche dopo la scadenza.

Le sette rotte. Frontex indica sette rotte principali dirette verso l’Europa. La “Western African route” è il percorso via mare che va dai Paesi dell’Africa occidentale (Senegal e Mauritania) verso le isole Canarie: qui i numeri sono bassissimi. Crescono invece sulla “Western Mediterranean route”, che indica sia il passaggio via mare dal Nord Africa alla penisola iberica, sia quello via terra attraverso Ceuta e Melilla. È utilizzata per lo più da algerini e marocchini. Ancor più trafficata è la “Central Mediterranean route”, la rotta che muove dall’Africa del Nord per approdare in Italia e a Malta. A percorrerla da gennaio ad aprile 2015 sono stati 26.257 migranti. Stretta e molto meno battuta è la “Apulia and Calabria route”, che da Turchia ed Egitto arriva in Puglia e Calabria. Ben 27.565 migranti hanno usato invece nel 2015 la “Eastern Mediterranean Route”, attraversando Turchia, Grecia e Bulgaria. Solo poche centinaia usano la “Eastern borders route”: i 6mila chilometri che separano Paesi come Ucraina, Russia, Moldavia da Estonia, Finlandia, Ungheria.

LA MAPPA INTERATTIVA DELLE ROTTE

La rotta balcanica. Infine c’è la rotta più imponente, di cui poco si parla perché, a differenza degli sbarchi, non fa notizia. È la “Western Balkan Route”, il percorso che attraversa i Balcani occidentali: da gennaio ad aprile scorso ha visto passare ben 39.802 migranti, soprattutto kossovari e afghani. Molti di questi entrano nel nostro paese attraverso il Friuli Venezia Giulia: la nuova Lampedusa d’Italia. Ed è proprio la ripresa della rotta via terra la novità: “Ne è prova – conferma Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati – che degli oltre 600mila richiedenti asilo arrivati nel 2014 in Europa, solo 230mila sono giunti via mare. Pochissimi per via aerea”.

Rifugiati e irregolari. Per capire cosa accade sulle rotte per il Vecchio continente bisogna saper distinguere tra immigrati irregolari e rifugiati. Lo scorso anno, per esempio, il 44% di chi è arrivato in Italia via mare ha ottenuto una qualche forma di protezione. Insomma, uomini in fuga da guerre o persecuzioni, niente a che vedere con i cosiddetti “clandestini”. Negli ultimi quattro anni infatti i principali paesi d’origine degli arrivi via mare sono sempre stati quelli colpiti da gravi crisi umanitarie: Siria, Somalia, Eritrea e Mali sono le prime provenienze (da sole coprono oltre il 50% degli arrivi).

La “fabbrica” Siria. Le varie rotte partono dai “paesi fabbrica”, passano per i “corridoi” e terminano nei “paesi meta”. Basta leggere gli ultimi dati Eurostat, già anticipati da Repubblica. I richiedenti asilo in Europa erano 435mila nel 2013, 626.000 nel 2014: un record assoluto dopo il picco del 1992. Da dove arrivano? La guerra in Siria è la prima “fabbrica” di profughi. L’anno scorso più di 122mila siriani sono fuggiti dalle loro case e sono arrivati in Europa (72mila in più dell’anno precedente). Crescono anche i flussi in uscita da Afghanistan (41mila), Kosovo (37mila) ed Eritrea (36mila). Raddoppiano infine i rifugiati in fuga dall’Iraq e dalla Nigeria.

La “meta” Germania. Sul fronte degli arrivi, nel Vecchio continente a ricevere l’onda più grossa di richieste d’asilo è la Germania: oltre 202mila nell’ultimo anno, ben 41mila da parte di siriani. Il secondo paese è la Svezia con 81mila domande. E l’Italia? Si piazza al terzo posto. Come emerge anche dal rapporto 2015 del Centro Astalli, lo scorso anno i richiedenti asilo da noi sono stati 64.886: un record, con un aumento del 143% rispetto al 2013. Ma per i profughi, l’Italia è spesso solo un corridoio da attraversare rapidamente per poi proseguire verso il Nord Europa. La conferma arriva dal fatto che la maggior parte di chi chiede asilo in Italia non proviene né dalla Siria, né dall’Eritrea, che sono invece le prime nazionalità tra i 170.757 migranti sbarcati nel nostro paese.

Il caso Ungheria. Nella classifica delle destinazioni europee dei profughi, al quarto posto si piazza la Francia (62mila) e al quinto, a sorpresa, l’Ungheria (42mila). “Non tanto a sorpresa – ribadisce Hein del Consiglio italiano per i rifugiati – visto che la novità è la crescita della rotta via terra, che passa attraverso i Balcani e l’Europa orientale”. Budapest ha già deciso di correre ai ripari. E lo fa con una proposta che ha già scatenato polemiche in tutta Europa: la possibilità di costruire un muro lungo tutti i suoi confini con la Serbia. Un passato che pensavamo ormai scomparso. Ma che ritorna denso di foschi presagi.

SOPRAVVISSUTI E SCOMPARSI: GUARDA LA MAPPA

Viaggio a Lesbo, la nuova Lampedusa greca
di COSTANZA SPOCCI
LESBO – “Siamo in Grecia?”, si chiede M. con gli occhi spalancati mentre balza giù dal gommone. Sì, su un’isola della Grecia, Lesbo, gli confermiamo.  M., giovane 25enne afgano di Ghazni, salta di gioia, doppiamente rincuorato di essere arrivato vivo e sulla spiaggia giusta. Dopo una traversata di 3 ore in mare aperto, lui e i suoi 44 compagni di viaggio ce l’hanno fatta, anche se a bordo di un gommone dalla capienza massima di 15 persone. “Siamo partiti ieri notte da una spiaggia nei dintorni di Izmir, in Turchia – racconta – i trafficanti ci hanno spillato circa 1000 dollari a testa e hanno affidato ad uno di noi la guida del gommone dicendo: vedete quel punto illuminato laggiù? E’ la Grecia, andate sempre dritto”.

Tra i rifugiati di Lesbo, la Lampedusa di Grecia

La tappa greca. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) ben 42.000 afgani, pakistani e siriani avrebbero varcato le porte dell’Europa attraverso la Grecia nei primi quattro mesi del 2015: un dato impressionante se si considera che nello stesso periodo del 2014 sono stati 6.500. Sette volte di meno. Lo scorso 27 maggio l’Ue ha approvato la riallocazione di 16.000 richiedenti asilo dalla Grecia in altri stati membri, ma le modalità e le tempistiche non sono ancora chiare. “Del resto”, spiega Eleana Ioanidu, capo del Consiglio Migranti della municipalità di Salonicco, “quasi nessuno richiede asilo qui, dato che la Grecia approva solo l’1% delle richieste”.

La maggioranza punta al nord Europa. La Germania resta la principale destinazione finale di chi sbarca in Grecia, e la rotta cha passa per i Balcani Occidentali, nel percorso Grecia-Macedonia-Serbia e Ungheria, è sempre più battuta: dai 43.360 migranti del 2014 (dati Frontex), alla crescita esponenziale di 40.000 solo nei primi quattro mesi del 2015.

Passaggio obbligato. Le isole dell’Egeo settentrionale sono le più colpite da questi nuovi flussi; sono diventate di fatto le nuove Lampedusa greche con una media di 600 arrivi al giorno secondo i dati Unhcr. Il mare, infatti, è un passaggio obbligato per chi viene dalla Turchia: la Bulgaria ha eretto la sua fortezza e il muro greco di Evros al confine turco è diventato sempre più impenetrabile. Sull’isola di Lesbo, nel solo mese di marzo, sono arrivate 3500 persone, ma con l’estate gli sbarchi si moltiplicano. Un’anticipazione del fenomeno si è vista a maggio, quando l’Hellenic Rescue Team che collabora con la guardia costiera dell’isola ha contato 5000 nuovi arrivi solo nell’ultima settimana.

Cimitero di gommoni. Sulla spiaggia di Skala Sykaminias giacciono centinaia di giubbotti di salvataggio, scarpe e cappotti. L’intera costa a nord dell’isola è letteralmente un cimitero di gommoni. Ad ogni sbarco si ripete la stessa scena: i nuovi arrivati chiedono indicazioni per il posto di polizia più vicino a chiunque incontrino per strada. Lo scopo di trovare la polizia è di “farsi arrestare”, compiendo il primo passo di una faticosa trafila burocratica che permetterebbe loro di raggiungere Atene legalmente con solo qualche giorno di detenzione.

Non sanno però che dovranno camminare 70 km fino al capoluogo di Mitilene per trovare l’unico posto sull’isola predisposto alla registrazione dei migranti e gli isolani, salvo rare eccezioni, si rifiutano di dar loro passaggi di fortuna, perché secondo la legge rischiano fino a 10 anni di carcere per traffico di esseri umani.

Urla e racconti. “Siamo partiti da Kabul un mese fa”, dice F. indicando sua figlia di sette anni e suo marito. “Mio marito lavorava per un’ambasciata ed eravamo minacciati di morte”. Davanti ai cancelli della guardia costiera del porto di Mitilene due poliziotti urlano contro le centinaia di persone ch si accalcano per entrare e procedere con la registrazione. F. , accigliata, continua a raccontare di settimane intere passate a camminare tra Iran e Turchia, senza cibo né acqua, con i calzini zuppi di sangue. Mostra la sua caviglia rotta: “Anche qui ho dovuto camminare per due giorni prima di arrivare al porto e sono tre giorni che aspettiamo qui fuori, siamo stanchi morti”.

Il centro di detenzione di Moria è ancora più affollato: 1500 persone in tutto, tra dentro e fuori, in attesa di essere sistemati in tendoni. Chi è fuori ha il diritto ad un pasto al giorno e un tè, dopo ore di attesa in lunghissime file. “Non ci sono gabinetti, non abbiamo acqua, aspettiamo sotto il sole che batte e di notte congeliamo qui dentro”, racconta in una tenda Y., curdo siriano di Aleppo, 35 anni, in viaggio da 24 mesi. “Non sono condizioni umane: in Siria sarei potuto morire una volta, ma da quando me ne sono andato è come se morissi ogni giorno”.

La deportazione. “Dopo una settimana le autorità rilasciano i documenti di deportazione ai detenuti, anche se tecnicamente essendo persone che scappano da conflitti non potrebbero essere deportati”, spiega l’avvocato per i diritti dei rifugiati dell’isola, Heleni Velivaski. “Ma visto che non ci sono i mezzi – precisa – la deportazione vale come un foglio di via di 30 giorni per lasciare il paese, fatta eccezione per i siriani che hanno 6 mesi”. Il documento vieta ai migranti di sostare nei principali punti di uscita dalla Grecia come i porti di Patrasso e Igoumenitsa, o la provincia di Killis, al confine con la Macedonia. Nessuno da Atene, però, prende un aereo e si auto-deporta.

Verso la Macedonia. “Veniamo quasi tutti qui a Salonicco”, racconta B. siriano di Homs, seduto nel parco Aristotelous in pieno centro città di Salonicco dove dorme da due giorni. Aspetta la chiamata di un trafficante per entrare in Macedonia attraverso la zona di Killis, a un’ora e mezza di macchina dalla città. Sa che il viaggio non è ancora finito. Lo aspettano notti insonni nascosto nella macchia e camminate lungo i binari del treno che collega l’ultimo villaggio greco di Policastro con la Macedonia, perché perdersi significa finire in uno “di quei villaggi macedoni” che depredano i migranti con la complicità della polizia, rischiando di non avere più soldi per continuare la rotta verso Nord.

Croazia, l’ultimo passaggio ancora libero
di RAFFAELLA COSENTINO
TOVARNIK – Vista da qui, la rotta balcanica si perde tra le sterpaglie secche di una pianura semi disabitata, la regione della Slavonia. Una terra piatta a perdita d’occhio, in cui non sembra succedere mai niente. Poche case, strade larghe, qualche incrocio e un campanile. Il paese è così nuovo che sembra finto. Ogni tanto la monotonia del paesaggio è interrotta da vecchie abitazioni sventrate, senza i tetti, con le finestre rotte e i muri crivellati di colpi. Sono le tracce ancora visibili della guerra nella ex Jugoslavia che negli anni Novanta del secolo scorso, in questa zona al confine con la Serbia, a poca distanza da Vukovar, ha mietuto vittime e dispersi nei bombardamenti, nei massacri e nelle fosse comuni. La strada termina dentro la dogana di uno dei valichi di frontiera più recenti dell’Unione europea. Solo dal 2013 vi sventola la bandiera con le stelle dell’Ue, anno in cui la Croazia è diventata il ventottesimo Stato membro.

Profughi, la rotta balcanica che passa tra le ferite della ex Jugoslavia

Ennesima tappa. Nelle campagne intorno alla dogana, ma anche sui treni merci che arrivano da Belgrado e passano oltre, si nascondono i migranti che tentano di entrare in Europa. La Croazia non è la destinazione finale, ma solo l’ennesima tappa di un tragitto infinito, in cui i migranti sono costretti a vagare per mesi o per anni attorno al bacino del Mediterraneo, a restare bloccati a lungo, a inventare espedienti per sfuggire a pericoli attesi e trappole inaspettate. “Non sono criminali, fuggono dalla sofferenza e sono stati costretti a lasciare il loro paese perché sicuramente lì ci sono gravi rischi per la loro vita”, dicono gli abitanti di Tovarnik, da poco cittadini europei, in passato rifugiati a loro volta.

Dall’altro lato del confine c’è la Serbia, il punto di snodo della rotta balcanica. Da lì si passa in Ungheria e poi in Austria, oppure si va nell’altra direzione, cioè in Croazia e poi in Slovenia fino all’Italia. Se l’Ungheria, come minacciato, deciderà effettivamente di costruire un muro di 175 chilometri lungo tutto il confine con la Serbia, a quel punto il passaggio obbligato per chi fugge dalle guerre e non vuole affidarsi a un pericoloso viaggio nel Mediterraneo, sarà la Croazia. L’Unione europea si sta attrezzando per blindare il confine con un centro di transito dove trattenere e respingere chi arriva, oppure eventualmente esaminarne le richieste d’asilo politico.

Rotta letale. Non si muore solo nel Canale di Sicilia. Anche chi prova a percorrere la “Balkan Route” affronta un tragitto che rischia di essere letale, in cui gli orrori del viaggio si sommano alle torture subite nei paesi d’origine. La mappa geografica non può raccontare i bimbi morti di freddo al confine turco-iraniano, le donne uccise dalla fame e dagli stenti, le persone investite dai treni mentre camminavano sui binari in Macedonia. Sono morti che nessuno vede e nessuno conta.

Quella balcanica non è una via sola, è fatta di tanti percorsi che cambiano a seconda dei controlli della polizia e dei muri che si incontrano lungo il tragitto. A decidere da che strada si deve passare è il trafficante, moderno Caronte, che Imran chiama l’agente, quasi fosse un tour operator.  A ventidue anni Imran l’afgano è partito da Jalalabad e ha attraversato l’Iran e la Turchia quasi interamente da oriente a occidente, passando per Teheran e Istanbul. “Ho lasciato il mio paese superando le montagne, con la polizia iraniana che ci sparava addosso – racconta-  Le persone camminano per giorni, a volte mesi, per arrivare in Turchia. L’agente porta anche famiglie con bambini, camminano in gruppo con decine di persone per giorni nella jungle“.

Imran ha passato il confine con la Turchia nella zona di Salmas, in curdo Dilmaqan, “una montagna”, dove ha camminato per 20 ore senza acqua, né cibo. “Le persone vengono arrestate  –  dice – e gli vengono sottratti i soldi e tutti gli averi”. Lo scorso 13 maggio sei bambini e una donna, tutti afgani, sono morti per ipotermia nel tentativo di entrare in Turchia attraverso il confine iraniano, secondo quanto ha riportato l’agenzia turca Anadolu. Altri 13 migranti sono stati ricoverati, 5 di loro in gravi condizioni.

Per chi sopravvive, ci sono diversi modi per raggiungere la Grecia. Ad esempio si può partire con un barcone dal confine turco di Izmir, Smirne. “Sono barche piccole su cui vengono fatte viaggiare troppe persone – continua il ragazzo afgano – in tanti muoiono in quel tratto”. Lo scorso 20 aprile, in concomitanza con il naufragio con circa 900 morti nel Canale di Sicilia, tre migranti fra cui un bambino sono annegati davanti alle coste turche, 80 sono stati salvati ma si contano oltre 100 dispersi. Ci sono isole greche come Mytilene, nel nord-est del Mar Egeo su cui sono arrivate anche più di 700 persone in una settimana con imbarcazioni di fortuna.

Palline da tennis. Come palline da tennis, i profughi rimbalzano all’indietro, nel campo dell’avversario. Imran però si è fermato molto prima, in Turchia per quattro mesi. In Grecia non è mai riuscito a entrare e allora ha provato l’altra strada, quella che passa per la Bulgaria. “La polizia bulgara ci ha attaccato con i cani, ci hanno messo in prigione per 2 giorni, mi hanno preso i soldi e rotto il telefono”, ricorda il giovane afghano, che poi è andato in Macedonia, dove è rimasto per un mese nella jungle al confine con la Serbia, tra la neve, la pioggia e il freddo.

Arresti. “Dopo che l’agente mi ha lasciato, mi ha preso la polizia serba rubandomi i soldi e il telefono – continua Imran – mi hanno respinto in Macedonia e sono entrato in Serbia di nuovo. Da lì ho raggiunto l’Ungheria, dove sono stato arrestato e rinchiuso in un centro di detenzione, senza cibo. Anche nella tappa seguente, in Austria, la polizia mi ha messo in prigione per un giorno e poi mi ha trasferito in un centro di accoglienza, che ho lasciato dopo due settimane, raggiungendo l’Italia in treno”. Oggi Imran è un rifugiato accolto a Cosenza dall’associazione La Kasbah. La cosa più stupefacente del suo viaggio è che l’ha fatto per due volte. Nel 2009, a sedici anni, era arrivato in Gran Bretagna, dove le autorità per quattro anni gli hanno rifiutato l’asilo politico, l’hanno sbattuto in un centro di espulsione e deportato a Kabul. Da lì è ripartito, lasciandosi alle spalle il suo inferno.

Dal fumetto un contributo per capire
di LUCA VALTORTA
ROMA – “Un giorno Cacciari mi ha chiesto com’è adesso la situazione in Afghanistan. Io così su due piedi non ho saputo cosa dire. Adesso gli direi ‘Signor Sindaco, la situazione oggi in Afghanistan è un ragazzo di 13 anni morto sotto un camion a Venezia.’. Ecco cosa gli direi”.
(Hamed Mohamad Karim, Regista afghano. Rifugiato politico)

Il graphic novel ha saputo trattare un tema complesso come quello della condizione di apolide con profondità e poesia. In Italia il primo autore che viene in mente è Gianluca Costantini, da sempre impegnato nella divulgazione di argomenti considerati difficili, a partire dalla trilogia politica “A cena con Gramsci”, “Arrivederci Berlinguer” e il recente “Pertini tra le nuvole”, tutti realizzati per Becco Giallo, editore specializzato in biografie e graphic novel legati alla politica e all’economia. Ma soprattutto Costantini, insieme ad Elettra Stambulis è tra gli organizzatori del “Festival del fumetto di realtà” Komikazen di Ravenna, un appuntamento fondamentale se non l’unico in Italia.

Nell’ultima edizione sono stati ospiti Ugo Bertotti, autore del fumetto-reportage sulle donne yemenite Il mondo di Aisha, e Hamid-Reza Vassaf, un disegnatore iraniano che è stato costretto ad abbandonare il suo paese e oggi rifugiato in Francia, dove ha realizzato “Nel Paese dei Mullah”, una graphic novel sulla libertà di pensiero e sulla censura in Iran, pubblicata anche in Italia grazie a Eris edizioni. E in passato tra gli ospiti di Komikazen ci sono stati Joe Sacco, Marjane Satrapi, Aleksandar Zograf, Danijel Zezelj, e molti altri, tutti autori che hanno raccontato attraverso le tavole condizioni di vita nei rispettivi paesi tra guerra ed esilio. Joe Sacco invece è uno dei principali reporter a fumetti con volumi quali Palestina, Goražde. Area protetta, Neven. Una storia da Sarajevo, Gaza 1956 (tutti editi in Italia da Mondadori nella collana Strade Blu).

Tornando in Italia e al lavoro di Costantini vale la pena di segnalare che potete trovare molte delle sue tavole sul suo bellissimo sito, “Politicalcomics. info” dove, cliccando sui vari paesi, potete vedere le storie pubblicate a riguardo. L’arco narrativo va dall’Africa al Medio Oriente fino, ovviamente all’Italia. Dove si raccontano storie come quella di Zaher Rezai, ragazzo afgano che cercava rifugio nel nostro paese e che ha perso la vita schiacciato sotto un Tir nel porto di Venezia a undici anni mentre cercava di eludere i controlli di frontiera (la potete leggere qui). Difficile trovare una storia che racconti meglio di questa il dramma dei migranti e dei minori clandestini in particolare.

Se la demagogia dei Salvini fa di tutto per non permettere alla gente di cogliere la reale portate e le drammatiche sfumature dei migranti raffigurati nella retorica imperante come barbari invasori, questo impegno civile affrontato attraverso un media popolare come il fumetto può essere forse un interessante antidoto per il futuro.

Pugno di ferro marocchino sulla rotta di Melilla
di TOMASO CLAVARINO
MELILLA – Sul Monte Gurugu non c’è più traccia di persone. L’ultimo raid dell’esercito marocchino, un paio di mesi fa, ha colpito nel segno. Le pendici che guardano l’enclave spagnola di Melilla e l’Europa sono ora deserte, nessun migrante le abita, come era abitudine da diversi anni oramai. Migliaia di persone sono state prese, caricate su camionette militari e portate in diverse città del Marocco. Dove, e a fare cosa, non è dato saperlo. Qui dal Gurugu (come abbiamo raccontato in questo reportage del gennaio 2015) ogni settimana centinaia di migranti sub-sahariani, in fuga da guerre e povertà, partivano di corsa per provare a saltare i dodici chilometri di muro e filo spinato che dividono la piccola enclave spagnola di Melilla dal territorio marocchino. Pochi ce la facevano, la maggior parte veniva catturata dalla Guardia Civil e, in spregio a tutte le convenzioni internazionali, rimandata indietro e messa nelle mani delle forze dell’ordine marocchine, accusate da associazioni, ong e istituzioni di violenze inaudite nei confronti dei migranti.

Nel 2014 circa 2.300 migranti sono riusciti a saltare il muro di Melilla, mentre più di 20.000 ci hanno provato. Numeri importanti che, sommati a quelli di Ceuta, altra enclave spagnola in territorio marocchino, fanno del regno di Mohammed VI la seconda porta d’accesso in Europa per i migranti in territorio africano, dopo ovviamente la Libia.

Un paese, il Marocco, che sta cercando di fronteggiare il flusso di migranti sub-sahariani, non sempre con metodi ortodossi. Se i raid sul monte Gurugu hanno portato alla distruzione dell’accampamento, nelle altre città marocchine i raid della polizia di Rabat stanno continuando a spron battuto, alimentando numerose polemiche. E’ di pochi giorni fa, infatti, l’operazione di polizia messa in campo a Tangeri con l’obiettivo di sgomberare decine di edifici occupati da migranti in attesa di imbarcarsi per l’Europa. Secondo l’associazione marocchina per la difesa dei diritti umani (Gadem), le forze dell’ordine hanno usato una violenza sproporzionata, arrestando numerose persone e portandole con la forza in altre località del Marocco. Nel corso dell’operazione un migrante è morto cadendo dalla finestra di un edificio. Ufficialmente è la seconda vittima da settembre, quando un senegalese era stato ucciso nel corso di alcuni scontri tra migranti e residenti marocchini.

Il clima di intolleranza nei confronti dei migranti in Marocco sta montando. Lo dicono le ong, gli attivisti, i pochi media indipendenti. I migranti sub-sahariani, cacciati dal Gurugu, si nascondono ora nelle foreste attorno a Nador, in attesa di un passaggio via mare o nel vano motore di una macchina per entrare a Melilla. Dall’inizio del 2015 sono infatti crollati i tentativi di salto del muro. L’intensificarsi delle azioni di polizia marocchine, con il tacito avallo da parte del governo spagnolo di Mariano Rajoy, ha spinto i migranti provenienti dai paesi a sud del Sahara a dirigersi verso la Libia. Negli ultimi mesi, spiega la Guardia Civil, sono invece aumentati in maniera esponenziale i migranti provenienti dalla Siria. Arrivano a piedi dall’Algeria. La maggior parte acquista documenti falsi in Marocco così da poter passare il confine e una volta arrivata in territorio spagnolo fa domanda per l’asilo. Cambiano i protagonisti, ma Ceuta e Melilla continuano a essere l’immagine della Fortezza Europea in territorio africano.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: