Porto Rico, il collasso da 72 miliardi della «Grecia americana». S&P: default inevitabile


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NEW YORK – È la Grecia americana. Porto Rico ha minacciato di dichiarare il proprio default: il governatore del territorio in regime di Commonwealth, il mai accettato 51esimo “stato” dell’Unione, ha fatto sapere di non essere più grado di onorare debiti che hanno ormai superato i 72 miliardi di dollari. Questo debito, ha detto Alejandro Garcia Padilla, semplicemente «non è ripagabile»; è una questione, ha aggiunto, «non di politica ma di matematica».

Il governatore ha chiesto aiuto, ai creditori e a Washington. Ma almeno dal governo federale e dal Congresso è arrivato un secco no. «Nessuno sta contemplando un salvataggio federale di Porto Rico», ha detto il portavoce della Casa Bianca Joshn Earnest.

Immediata la reazione delle agenzie di rating. Standard & Poor’s ha abbassato il rating sovrano di Portorico da Ccc+ a Ccc-. Secondo S&P a questo punto il default di Portorico appare «inevitabile» entro i prossimi sei mesi. Il 1° luglio scade il termine per il pagamento del fornitore di energia del Paese, al quale l’ente statale energetico, il Prepa, deve 400 milioni di dollari. Un debito che quasi certamente non potrà saldare.

Non sarà affatto facile, però, per operatori e policymaker ignorare del tutto una debacle. I creditori sono un variegato e vasto universo di fondi pensione e hedge fund. E un disordinato collasso di Porto Rico rischia di scuotere nel profondo l’intero grande mercato dei bond municipali e locali, utilizzati da stati e enti americani per finanziare progetti essenziali che vanno dalle scuole alle strade e finora considerato tra i più sicuri. Il dramma dell’isola rappresenterebbe un nuovo nadir per i municipal bond dopo le bancarotte dichiarate da Detroit e da alcune più piccole città californiane.

Il fardello del debito è diventato insostenibile perché, se è la metà di quello di un altro stato fortemente indebitato, la California, Porto Rico ha solo un decimo della popolazione. Vale a dire che ognuno dei suoi 3,7 milioni di residenti ha una cambiale da 20.000 dollari sulla testa, un record assoluto tra gli stati americani. In termini di proporzioni con l’economia, ormai in recessione dal 2007, l’indebitamento rappresenta il 70% del Pil dell’isola.

Le dimensioni della crisi sono affiorate nero su bianco da un rapporto commissionato dallo stesso governatore Padilla sulle finanze dello stato all’ex capo economista della Banca Mondiale e numero due del Fondo Monetario Internazionale Anne Krueger. Il documento, reso noto assieme all’appello di Padilla, conclude che «l’attuale situazione è insostenibile». Porto Rico, essendo un territorio e non una città, non ha neppure a disposizione lo strumento dell’amministrazione controllata per una riorganizzazione del debito se non ci saranno interventi speciali del Congresso. Né, essendo legato al dollaro, può svalutare per rendere l’economia più competitiva e risollevarsi dal baratro.
La disoccupazione nell’isola raggiunge oggi il 20%, con la manifattura, dalle calzature alla farmaceutica, ormai in buona parte scomparsa e anche numerose basi militari ormai chiuse. L’esodo della popolazione ha ripreso al ritmo degli anni 50, con una fuga dell’1% dei cittadini ogni anno. Il governo locale ha però continuato a prendere a prestito capitali a tassi di interesse sempre più alti, spendendo più di quanto entrasse nell’erario, complice la sete insaziabile di speculazione a Wall Street. Fino, ora, ad una resa dei conti “greca”.

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