Massacro di Srebrenica, l’Observer: “Onu, Usa, Francia e Gran Bretagna permisero il genocidio”


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Il domenicale britannico rivela le posizioni assunte dai paesi occidentali e dalle Nazioni Unite nei confronti dei piani di Mladic per “far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dell’intera regione”. Realpolitck che arrivò a fornire 30 mila litri di benzina ai serbi per portar nei campi della morte i bosniaci dalle aree protette dall’Onu, in cambio di un accordo di pace firmato poi 4 mesi dopo.

LONDRA – Tra sei giorni, l’11 luglio, leader da tutto il mondo si riuniranno per ricordare al mausoleo di Potocari, tra fiumi di retorica, il massacro di Srebrenica, in cui 8.000 tra uomini e bambini bosniaci musulmani vennero massacrati dai serbo bosniaci di Ratko Mladic. Il tutto mentre il mondo si voltava dall’altra parte e sotto gli occhi ma anche aiutati dai caschi blu olandesi, che avevano la missione di proteggere i serbo bosniaci, e che in breve – sotto minaccia dei serbo bosniaci – riconsegnarono ai carnefici di Mladic anche quei musulmani che avevano cercato protezione nei loro accampamenti. E con l’Onu, che – viene rivelato per la prima volta – fornì 30.000 litri di benzina per i camion usati dalle truppe di Mladic per trasportare le vittime nei campi di morte e dai buldozer per celare i copri in fosse comuni.

E’ parte di quanto emerge da un lungo approfondimento pubblicato oggi il domenicale britannico The Observer sulla base di alcuni documenti declassificati da cui emergono gravissime responsabilità dei governi dell’epoca di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite che in nome della realpolitick di fatto preferirono sacrificare, o quanto meno non impedire (come fece Ariel Sharon a Sabra e Shatila con i falangisti libanesi e i palestinesi), il massacro di Srebrenica. Il tutto pur di raggiungere un accordo di pace. Come avvenne puntualmente 4 mesi dopo, a novembre del 1995, a Dayton in Ohio, e poi il 14 dicembre a Parigi, ponendo fine a 3 anni e mezzo di guerra in Bosnia.

Secondo quanto scrivono oggi Florence Hartman (autrice del libro “Il sangue della realpolitik, il caso Srebrenica” e Ed Vulliamy dell’Observer) “lo studio della massa di prove (esistenti) rivela che la caduta di Srebrenica era parte di una politica delle tre grandi potenze, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti e dei vertici Onu per la ricerca ad ogni costo della pace”.

Secondo gli autori “non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito ma le prove dimostrano che erano a conoscenza dell’intenzione esplicita di di Mladic di ‘far scomparire completamente’ la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione”. Come sapevano, sottolinea il domenicale, dell’esistenza della cosiddetta “direttiva 7” dell’esercito serbo bosniaco che ordinava “la permanente ‘rimozione’ (termine piuttosto chiaro che ricorda la soluzione finale di epoca nazista, ndr)” dei musulmani bosniaci dalle aree protette” come era definita, tra le altre, Srebrenica.

Aree protette dall’Onu (oltre Srebrenica, Zepa e Gorazde) che il diplomatico Usa Robert Frasure, riferì al suo capo a Washington, Robert Lake (Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Bill Clinton dal 1993 al 1997) che Slobodan Milosevic (l’allora presidente serbo poi morto in cella all’Aja), “non avrebbe mai accettato in una mappa nell’accordo di pace senza che queste (dove si rifugiavano i bosniaci musulmani) non fossero cedute ai serbi (nemici dichiarati dei primi)”.

Lake – scrive l’Observer – si dichiarò a favore di una mappa rivista in cui Srebrenica fosse ceduta (ai serbo-bosnaici), spingendo i caschi blu olandesi dell’Onu “a ritirarsi da posizioni vulnerabili”, ossia dalle aree che avrebbero dovuto proteggere. Lake, oggi direttore generale dell’Unicef, l’agenzia Onu in difesa dell’infanzia, “si rammarica” scrive l’Observer, di “non poter dire nulla (su Sreberenica) fino a quando coprirà l’attuale incarico.

Da parte loro Francia e Gran Bretagna condivisero l’opinione che le “aree protette” fossero indifendibili. E mentre le truppe di Mladic avanzavano sull’enclave per compiere il massacro, l’Occidente non prestò attenzione agli allarmi sull’imminente caduta della città. Non solo. Come racconta per la prima volta il generale Onno Van der Wind del ministero della Difesa olandese, “le Nazioni Unite fornirono 30.000 litri di benzina ai serbi che li usarono per portare sui loro camion le loro prede fino ai campi dove vennero massacrati e per nascondere con i loro buldozer i cadaveri in fosse comuni”.

“Mentre i massacri procedevano a tutta potenza (il grosso durò dall’11 al 13 luglio) i negoziatori occidentali incontrarono sia Mladic che Misolevic senza mai sollevare con loro il ‘problema’ della carneficina in corso anche se cablogrammi declassificati Usa dimostrano che la Cia stava assistendo quasi in diretta alla strage dai loro uffici di Vienna attraverso i satelliti e dagli aerei spia”. Tutte informazioni “immediatamente” condivise con gli alleati.

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