La piazza e il Palazzo: Syntagma e Syriza


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2011+Revolution+Greece+03

La Grecia di Syntagma, 2011

 

di Amador Fernández-Savater

Ogni volta che qualcuno ordina ai media di ridare la carica, il meccanismo dell’angoscia, puntuale, parte di nuovo: affonderà la Grecia? Chi salverà Atene? I mercati tornano ottimisti, poi però, in serata, s’innervosiscono. Volubili, volatili, permeabili. Tutta l’Europa trattiene il fiato ma poi: “Ultima spiaggia per Tsipras”, domani l’incontro con Juncker e Lagarde. Come andare a cena con gli squali. La Grecia affonda. Per Atene si apre uno spiraglio. Grexit inevitabile. Da Washington implorano: non regalate le splendide isole greche a Putin. Chi ci rimette col default? Gli ultimi giorni del tenebroso Varoufakis… Salutiamo l’attualità mediatica sfrenata del volo di avvoltoi sull’estenuato popolo ellenico con un’intervista, vecchia di qualche mese ma ancora interessante, utile, bella. Non è quella tra Tsipras e la Merkel la relazione dialettica che ci appassiona. Anche noi stiamo col fiato sospeso ma il punto di vista con cui guardiamo le cose è diverso. Lo racconta l’architetto Stavros Stavrides

Si dice che l’occupazione di piazza Syntagma ad Atene sia stata una conseguenza del movimento spagnolo del 15M. Qualcuno alla Puerta del Sol madrilena aveva messo un cartello che diceva: “Silenzio, che andiamo a svegliare i Greci” e loro, i Greci, si sono lanciati nelle strade. Il 25 maggio 2011 hanno preso Syntagma e centinaia di altre piazze in tutto il paese. Centomila persone hanno circondato il Parlamento con un grande cartello scritto in spagnolo: “Siamo svegli. Che ora è? È ora che se ne vadano”.

Non erano i movimenti sociali, bensì (come nel 15M) la società in movimento. Stavros Stavrides, attivista e professore di architettura ad Atene, stava lì, ha vissuto profondamente l’esperienza di Syntagma e su di essa ha ampiamente riflettuto. Secondo lui, l’occupazione della piazza non è stata semplicemente una forma collettiva di protesta o di rivendicazione, ma anche “un modo per rivendicare le nostre stesse vite e di proporre una maniera diversa di costruire la vita sociale”. Un modo di re-inventare la democrazia, lo spazio pubblico e le relazioni sociali basato sulle idee-azioni di uguaglianza, aiuto reciproco, compartecipazione. Senza alcuna delega.

E adesso, dopo tre anni e mezzo, la vittoria di Syriza. Come interpretarla dal punto di vista di Syntagma? Come si può pensare al rapporto, adesso in Grecia, forse domani in Spagna, tra i movimenti dal basso e i governi che mettono in discussione il neoliberalismo? Ne parliamo con Stavros Stavrides. Il suo lavoro teorico si incentra sui movimenti e sui conflitti urbani. Il suo libro Hacia una ciudad de los umbrales, dove si analizza, tra le altre cose, l’esperienza dell’occupazione di piazza Syntagma, è uscito in Spagna nel 2015 per la casa editrice Akal.

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Ad oggi, qual è la realtà e la vitalità dei processi di auto-organizzazione che si sono manifestati nel 2011? L’eredità di piazza Syntagma è ancora viva e in che modo?

L’eredità di Syntagma è una realtà che non sempre è visibile in forma evidente nella vita sociale e politica. È necessario rintracciarla nelle diverse iniziative, molto più connesse con la vita quotidiana delle persone, così come sono le cucine collettive nei quartieri, i centri sanitari municipali o autonomi che assistono coloro che sono stati estromessi dalla previdenza sociale, le attività di scambio di beni e servizi senza intermediari, i movimenti contro gli sfratti sulla scia delle Pah spagnole, le cooperative che nascono una dopo l’altra, ecc. Syntagma ha contribuito a creare reti di aiuto reciproco che in Grecia sostengono la vita di molte persone e creano anche nuove forme di relazione sociale, ben al di là dell’individualismo. C’è un’eredità, un’eredità viva di Syntagma, che ha cambiato la mentalità sociale sotto molti aspetti.

In quale modo Syriza si è rapportata con i movimenti di Syntagma?

È importante dire che Syriza è stato l’unico partito della sinistra ufficiale che non si è schierato contro Syntagma, come invece ha fatto esplicitamente il KKE (comunisti stalinisti). Dentro al partito non c’era una posizione unica, tuttavia molti militanti di Syriza hanno contribuito alle attività di Syntagma. Anche alcuni parlamentari (non tutti) si sono accostati simbolicamente alla piazza e hanno detto: “Siamo con voi e non con un parlamento sequestrato e lontano dalla volontà della gente”. Syriza non era contro Syntagma, anzi, al contrario, ma non è neanche il risultato di questi movimenti, come può essere Podemos.

Cosa intendi dire?

Syriza esisteva prima di Syntagma. Si ricollega ad un’ampia tradizione di sinistra non sovietica presente in Grecia. La sua origine risale al 1968 quando il Partito Comunista, allora illegale, si spaccò in due: la parte eurocomunista e la parte stalinista. Syriza è l’evoluzione della parte eurocomunista del Partito Comunista e condivide più o meno questa tradizione in termini di organizzazione, visione dello Stato, di rapporto tra il partito e i movimenti ecc.

Tuttavia fino a pochi anni fa la sua influenza elettorale era insignificante, circa il 3 o il 4 per cento. Quale peso ritieni possano aver avuto i movimenti di Syntagma sulla recente vittoria di Syriza?

Non c’è una relazione determinista, di causa-effetto, tra i due momenti, tuttavia penso – come altre persone – che Syntagma ha creato una nuova coscienza nella società: ha contribuito a neutralizzare una parte della paura che ancora oggi attraversa la Grecia e a mettere in discussione la “necessità” di politiche di austerità. Il movimento di Syntagma è stato distrutto con l’uso della forza e con la repressione, tuttavia lo spirito di resistenza e di sfida alla fatalità è rimasto e si è esteso al di fuori della piazza. Syriza non avrebbe vinto se questo spirito non fosse esistito.

Anche se la gente di Syntagma non considerava il voto uno strumento di trasformazione…

Vero. Lo spirito di Syntagma si basava piuttosto sull’idea di resistenza popolare e sulla riscoperta della democrazia come democrazia diretta, come organizzazione complessa –e senza alcun centro- di una pluralità di iniziative collettive. Era un movimento contro la democrazia rappresentativa.

Tuttavia, in mancanza della vittoria del movimento sulle politiche di austerità, a un certo punto Syriza è sembrato alla gente come l’unica opportunità per il cambiamento. L’unico partito non corrotto, non sottomesso alla Troika, che poteva garantire un cambiamento democratico e frenare le scelte politiche che distruggono la vita sociale. Il dirigersi delle persone e del movimento verso il voto è stato un indirizzarsi dovuto alle condizioni.

In ogni caso Syriza non sostituisce i movimenti. E forse, con Syriza al governo, si può creare un clima in cui i movimenti possono crescere di più e meglio.

Quale capacità di influenzare le politiche di Syriza conservano le esperienze di mobilitazione?

Bisogna aspettare e vedere. Nessuno può essere sicuro di quanto accadrà. Syriza ha fatto dichiarazioni molto positive su alcune importanti richieste dei movimenti per quanto riguarda i settori dell’educazione e della sanità, rispetto al salario minimo, ecc. Da parte di Syriza c’è una chiara volontà di soddisfare queste richieste. Sono misure che non possono essere adottate in due giorni, tuttaviaSyriza sa che non godrà di un lungo periodo di tolleranza e che deve agire subito per dimostrare che crede veramente in quello che dice. Altrimenti, ci saranno nuove rivolte sociali. Adesso ci troviamo nel periodo in cui bisogna aspettare e vedere.

Nell’articolo “Después de Syntagma” (“Dopo Syntagma”), hai detto che, nella sinistra e in basso, ci sono in Grecia due idee di democrazia: un’idea di democrazia partecipativa (rappresentata da Syriza) e un’idea di democrazia diretta (rappresentata da Syntagma). Come immagini possa essere la coesistenza tra le due?

Coesistenza, no. Purtroppo Syriza si è evoluta negli ultimi tempi verso un modello di partito chiuso attorno ad un piccolo vertice. Si è molto verticalizzata e “presidenzializzata”. È una critica che viene fatta anche all’interno del partito stesso. Non credo che Syriza possa farsi portavoce diretta della volontà popolare,un canale di partecipazione della gente. Può, questo sì, rappresentare gli elettori, adottando politiche che canalizzino le richieste sociali. La democrazia diretta agisce su un altro livello, ridefinisce la politica come azione non specializzata e che attraversa tutti i livelli della vita di ogni giorno. È una politica del quotidiano.

Credo che in questo momento abbiamo la possibilità di agire su entrambi i livelli: spingere la democrazia rappresentativa oltre i suoi limiti, attraverso forme di democrazia radicale e diretta, tenendo però in conto che la democrazia rappresentativa (con un partito come Syriza al potere) può aprire spazi di libertà e condizioni propizie per esperimenti autonomi che prefigurano un’altra società. Possiamo rivendicare, da un lato, misure contro la corruzione o a favore di una trasparenza nella gestione e sfidare, contemporaneamente, i limiti della rappresentanza, attraverso situazioni conflittuali e controesempi, per mezzo di forme di autogoverno che vadano al di là dell’autorità politica. Agire su entrambi i livelli.

È la fine dell’austerità, come ovunque si dice? Cosa può fare un governo di fronte alle logiche neoliberali del capitalismo contemporaneo?

 Non bisogna affrettarsi a pressare il governo, stiamo a vedere. Si possono aver cambiamenti seri ed importanti in un momento di messa in discussione generale del contesto neoliberale. Le lotte dal basso possono influire così pure quello che fa uno Stato. Un governo veramente progressista può giocare un ruolo fondamentale per capovolgere i rapporti di forze all’interno dell’UE. Ci sono vari livelli di azione, non necessariamente contradditori. Voglio dire: rinegoziare il debito è molto importante, ma lo è pure ripensare e mettere in discussione i modelli dominanti di sviluppo e di crescita. Dall’altro si può influire sulle politiche neoliberali; tuttavia credo che per uscire dal sistema neoliberale saranno necessari cambiamenti che si possono produrre solo dal basso.

In Spagna dopo tre anni di lotte molto intense, ci siamo scontrati con una serie di limiti. All’esterno, le politiche di austerità proseguono sempre in maniera devastante. E all’interno, [c’è] una certa crisi di immaginazione politica (come e dove andare). Ed ora l’attenzione e l’aspirazione sembra si siano spostate dalla piazza alla conquista del Palazzo. Pensi che i movimenti autonomi e i processi di autorganizzazione abbiano dei limiti intrinseci?

Non sono in grado di offrire risposte chiare. Tento semplicemente di pensare, assieme a te e assieme ai compagni di tutto il mondo, a come superare questa situazione.

Penso che i limiti che vediamo sono storici, non logici né ontologici. Non credo che abbiamo toccato una sorta di limite insuperabile, a partire dal quale bisogna fare le cose secondo le modalità della politica tradizionale. Lo Stato è una forma specifica, storicamente datata, di organizzare le relazioni sociali. Non è eterna, né l’unica forma possibile di organizzazione sociale. Possiamo andare oltre il modello statale.

In questo senso, la creatività sociale che si è palesata nella primavera araba, nelle piazze del 15M o con Syntagma deve essere la nostra unica guida. Di conseguenzagiudico la politica che sta in alto sulla base di quanti spazi concede ai processi dal basso. Se questi processi si sottomettono alla politica che sta in alto, allora non è possibile alcun cambiamento profondo e vero. Le tracce lasciate dai movimenti delle piazze sono semi appena piantati che hanno bisogno di tempo per germogliare e dare frutti. E dobbiamo prendercene cura e vegliare sulla loro crescita.

Diversi autori come Alain Badiou o Comité Invisible ritengono che l’unico modo per superare la continua oscillazione tra neoliberismo e socialdemocrazia sia quello di riaprire e ripensare la questione rivoluzionaria, il problema della trasformazione radicale della società. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo, ma solo se ripensiamo alla rivoluzione al di fuori dell’immaginario religioso come vita dopo la morte, come un evento che separa la storia dell’umanità tra un “prima” e un “dopo”. Le società non cambiano con una specie di eruzione vulcanica istantanea che distrugge il passato e crea il futuro. Il cambiamento ha tempi diversi, diversi livelli, non sempre sincronizzati.

Dobbiamo preservare naturalmente l’idea di rottura, i cambiamenti non sono fluidi e armoniosi, tuttavia diffido del cambiamento come di qualcosa di straordinario e che ha per protagonisti soggetti straordinari. Credo di più nella massima zapatista: i ribelli sono persone normali e comuni. Né eroi, né persone eccezionali, né “gli eletti”, bensì persone comuni che devono ribellarsi per ottenere una vita degna.

Se ripensiamo in questo modo alla rivoluzione, dal basso, penso che già ci sia una rivoluzione e che già si stanno costruendo esempi che dimostrano che la società cui aspiriamo può esistere. È già possibile: sappiamo ciò che la solidarietà e la generosità possono creare. La rivoluzione non è un cambiamento totale e immediato, bensì una serie di esperimenti che producono cambiamenti. Le trasformazioni repentine non sono più importanti di ciò che accade ogni giorno sotto gli occhi dei media e che alla fine genera i cambiamenti decisivi.

Un amico argentino mi ha chiesto se ritenevo che alla base del movimento spagnolo iniziato nel 2011 ci fosse il desiderio di vivere in un “capitalismo tranquillo” o la ricerca di nuovi modelli di vita. Tu cosa risponderesti relativamente alla Grecia?

 Mi sembra che inventare nuovi modelli di vita continua ad essere un desiderio minoritario, ma non tanto minoritario come lo era in precedenza. E non è più una questione di ideologia, ma di esperienza. I gruppi dei quartieri hanno reinventato la solidarietà non perché siano comunisti o anarchici, ma perché è l’unico modo per vivere degnamente.

Naturalmente, ci sono molte persone che desiderano tornare a vivere con le illusioni di prima (dico illusioni, perché il “capitalismo tranquillo” per la maggioranza delle persone non è mai stata una realtà), tuttavia si dischiudono anche opportunità molto forti per influenzare l’immaginario sociale. Perché oggi i modi di vita individualisti non hanno la possibilità di far fronte [alla situazione attuale]. I nuovi modelli di vita si costruiscono lentamente, con le loro contraddizioni e senza alcuna purezza, ma vengono costruiti ed influenzano sempre più coscienze.

 

L’intervista di Amador Fernández-Savater è uscita su Diario.es nel febbraio del 2015 ed è stata tradotta per Comune-info da Daniela Cavallo

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