Espulsioni di Saskia Sassen


<fonte>

Saskia Sassen: Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, il Mulino
 
“Questo è un esodo senza precedenti usare le espulsioni non risolve nulla”

 

Saskia Sassen. La sociologa americana non ha dubbi: “In passato ci sono state fasi di grandi migrazioni ma mai così. Per troppo tempo la Sinistra ha sottovalutato il problema”

 

di Giulio Azzolini Repubblica 26.6.15
Oggi le coste italiane sono diventate il teatro di un evento profondamente diverso rispetto al passato. E basta volgere lo sguardo oltre il bacino del Mediterraneo per capirlo. Siamo di fronte a un grande esodo, che riguarda quasi tutto il pianeta». Saskia Sassen, economista e sociologa della Columbia University, tra i massimi esperti in tema di globalizzazione, non ha dubbi: «La storia ha già conosciuto fasi di grandi migrazioni, ma mai su questa scala, nello stesso periodo e con una tale rapidità».
Professoressa Sassen, come si spiega la fatica dell’Unione Europea per elaborare un piano condiviso?
«Negli ultimi decenni i Paesi europei — ma lo stesso vale per gli Stati Uniti — hanno seguito una sola strategia: accogliere i migranti, più o meno legali, finché hanno avuto bisogno di lavoratori a basso costo. Perché servivano a risolvere un problema interno all’economia occidentale. Ma non si sono preoccupati né dei governi dei Paesi da cui i migranti oggi scappano, né di programmare una politica migratoria sostenibile ed efficace».
Verso quale soluzione si dovrebbe quindi lavorare oggi?
«È difficile dirlo, perché la situazione sembra ormai sfuggita di mano, al punto che l’Alto commissariato per i rifugiati non sa nemmeno come chiamare le regioni d’origine dei 60 milioni di persone in fuga. Da “terre caotiche”, dice l’ultimo rapporto dell’Onu, visto che in molti casi — Libia inclusa — è impossibile stabilire quale sia il governo legittimo. Io di una cosa sono certa: non bisogna rinunciare a cercare interlocutori credibili in Africa. Senza di loro una politica migratoria resta impraticabile».
L’Europa, invece, si chiude. La Francia respinge i profughi a Ventimiglia, l’Ungheria innalza un muro sul confine con la Serbia. E si fatica a trovare un accordo comune per fronteggiare l’emergenza.
«Repressioni e misure di controllo sono soluzioni temporanee: forse possono tamponare provvisoriamente il flusso dei migranti, ma non incidono sulle ragioni delle migrazioni».
Il progetto di un’Europa unita e solidale rischia di naufragare?
«Spero che l’Unione Europea continui a rafforzarsi, ma penso che possa farcela solo a patto di diventare più democratica e meno neo-liberista. Perché l’accoglienza è più difficile quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e anche la classe media viene piano piano espulsa da case e da zone decorose».
Da anni ormai l’estrema destra europea usa la leva della xenofobia.
Crede che l’Italia e la Francia si consegneranno presto a Matteo Salvini e a Marine Le Pen?
«L’Europa sarebbe la regione meglio posizionata per opporre alla logica dell’esclusione la cultura dell’inclusione, ma è anche vero che molti elementi lasciano presagire ben altro. Basta pensare alle recenti elezioni in Danimarca (il Partito del popolo danese ha ottenuto il 21,1% dei voti, diventando il secondo partito in Parlamento, ndr ). In un paese che pure è per molti versi illuminato e ragionevole… ».
E la sinistra? Ritiene che debba rimproverarsi di non aver capito l’importanza del problema migratorio per le fasce più deboli della popolazione?
«Stabilire di chi siano le colpe non porta da nessuna parte e non aiuta a trovare soluzioni. Ma penso che la sinistra paghi una certa noncuranza, l’incapacità di mettere a fuoco il problema e riconoscere le caratteristiche più sottili delle migrazioni. C’è stato un atteggiamento di semplicistico laissez faire . E nessuno ha saputo mettere minimamente in luce i nessi tra le guerre fuori dall’Occidente e tutte le tipologie di espulsione perpetrate nell’Occidente stesso».
Il suo ultimo libro, invece, si intitola per l’appunto Espulsioni (a settembre per il Mulino). Oggi le farà un certo effetto osservare come ciò che ogni Paese europeo chiede è esattamente “espellere” gli immigrati irregolari… «Sì, proprio così. Ma il paradosso è che la maggioranza dei migranti che stanno approdando in Europa vive già in una condizione di espulsione. Direi anzi che gli sbarchi di queste settimane sono probabilmente il primo segnale di un futuro nel quale sempre più persone saranno costrette a muoversi, proprio perché espulse dall’economia globale. E quando il proprio territorio è devastato dalla guerra, ma anche da desertificazioni, inondazioni, espropriazioni terriere, non si aspira ad altro che alla mera sopravvivenza. Non si fugge in cerca di una vita migliore, ma soltanto per conservare la propria vita».

 

Saskia Sassen e i predatori del sistema 

 

Intervista. Parla l’economista e sociologa autrice di molti saggi sulla globalizzazione, in Italia per partecipare domani a un incontro del meeting torinese «Biennale Democrazia»
Benedetto Vecchi il Manifesto 27.3.2015, 0:01
La con­ver­sa­zione è ini­ziata lad­dove era stata inter­rotta alcuni anni fa. Anche allora la crisi domi­nava la scena. Ma Occupy Wall Street era molto più che una debole spe­ranza, men­tre gli indi­gna­dos sem­bra­vano inar­re­sta­bili. Per Saskia Sas­sen erano segnali di una pos­si­bile inver­sione di ten­denza rispetto alle poli­ti­che eco­no­mi­che e sociali di matrice neo­li­be­ri­sta. E Barack Obama negli Stati Uniti, dove vive e inse­gna, sem­brava ancora capace di sfug­gire alle grin­fie della destra popu­li­sta. Ad anni di distanza, Saskia Sas­sen non ha per­duto l’ottimismo della ragione che ha carat­te­riz­zato molti suoi libri, ma è però con­sa­pe­vole che alcune ten­denze indi­vi­duate sono dive­nute realtà corrente.
Nota per il libro sulle Città glo­bali (Utet), ma anche per le sue ana­lisi sulla glo­ba­liz­za­zione, cul­mi­nate nel volume Ter­ri­to­rio, auto­rità e diritti (Bruno Mon­da­dori), dove Saskia Sas­sen non si limita a foto­gra­fare la glo­ba­liz­za­zione, ma ne ana­lizza la genesi, le tra­sfor­ma­zioni indotte nel sistema poli­tico nazio­nale e la for­ma­zione di cen­tri deci­sio­nali poli­tici sovra­na­zio­nali, messi al riparo dalla pos­si­bi­lità di con­trollo dei «gover­nati», da poco ha pub­bli­cato un nuovo volume (Expul­sions, Bel­k­nap Press; in Ita­lia sarà pub­bli­cato dall’editore il Mulino). La con­ver­sa­zione pre­cede la sua par­te­ci­pa­zione alla Bien­nale Demo­cra­zia di Torino, dove par­te­ci­perà domani a una tavola rotonda con Dona­tella Della Porta e Colin Crouch.
Crisi è un ter­mine che ritorna osses­si­va­mente nell’agenda poli­tica glo­bale e nelle ana­lisi sullo stato dell’arte dell’economia glo­bale. In entrambi i casi è usata per sot­to­li­neare il fatto che il capi­ta­li­smo è entrato da ormai otto anni in un tun­nel del quale non si vede la fine. Nel suo nuovo libro «Expul­sions» lei scrive che gli effetti col­la­te­rali della forma spe­ci­fica di capi­ta­li­smo qua­li­fi­cata come neo­li­be­ri­sta si basano sull’esclusione e le disu­gua­glianze sociali. Può spie­gare que­sto punto di vista?
Per me crisi è un ter­mine ina­de­guato. Parto dalla con­sta­ta­zione che, nel pre­sente, ci sono più tipo­lo­gie di crisi. D’altronde è cosa abba­stanza acqui­sita dalle scienze sociali che l’attuale sistema glo­bale sia un sistema com­plesso, ma non sta­tico. Anzi pre­senta una certa dina­mi­cità e alcune poten­zia­lità di svi­luppo impen­sa­bili fino a quando si evi­den­ziano nella loro capa­cità tra­sfor­ma­tiva della realtà. In altri set­tori, eco­no­mici e sociali, invece si può mani­fe­stare un loro declino o crisi. Per que­sto, l’uso della parola crisi è restrit­tivo. Più inte­res­sante, invece, è capire chi vince e chi perde social­mente in que­sta fase dello svi­luppo capitalistico.
Nel libro al quale lei fa rife­ri­mento, Expul­sions, affronto certo il tema dell’esclusione e delle disu­gua­glianze sociali, ma non sono inte­res­sata a regi­strare il feno­meno, bensì a com­pren­dere come viene pro­dotto, quali sono le dina­mi­che eco­no­mi­che e poli­ti­che che lo pro­du­cono. L’esclusione e la disu­gua­glianza sociale sono sem­pre esi­stite. Non sono cioè delle «novità». Pos­siamo certo con­cen­trarci su come il feno­meno si sia modi­fi­cato nel tempo, defi­nire le diverse tas­so­no­mie della disu­gua­glianza. Ed è anche impor­tante che qual­cuno lo faccia.
Quel che emerge nei tempi che stiamo vivendo è, però, una realtà che pre­senta alcune signi­fi­ca­tive dif­fe­renze rispetto al pas­sato. Per que­sto sono par­tita dal fatto che per com­pren­dere quale tipo di ine­gua­glianze si stanno affer­mando occorre capire come fun­zioni il com­plesso sistema glo­bale dell’economia. Quali sono le spe­cia­liz­za­zioni pro­dut­tive che pren­dono piede e si svi­lup­pano in un ter­ri­to­rio; quali le rela­zioni che si sta­bi­li­scono all’interno del sistema. Sia ben chiaro, non sto pro­po­nendo un approc­cio siste­mico. Sem­mai, invito a guar­dare le dina­mi­che in atto nel loro dive­nire e tota­lità. Per fare que­sto, occorre par­tire dalle con­di­zioni più estreme, più dure della realtà sociale. Potrei dire che è neces­sa­rio andare alle radici dei pro­blemi, che sono esem­pli­fi­cati da chi è escluso o di chi vive con dram­ma­ti­cità le disu­gua­glianze sociali. In Expul­sions mi con­cen­tro sui mar­gini del sistema glo­bale. Mar­gine è tut­ta­via un con­cetto dif­fe­rente da quello di con­fine geo­gra­fico che qua­li­fica ancora le rela­zione tra gli Stati nazio­nali.
L’ipotesi dalla quale sono par­tita è la pro­li­fe­ra­zione dei «mar­gini di sistema» — il declino delle poli­ti­che eco­no­mi­che che hanno carat­te­riz­zato le eco­no­mie occi­den­tali nel XX secolo, il degrado ambien­tale e la cre­scita di forme com­plesse di cono­scenze che tra­dotte ope­ra­ti­va­mente pro­du­cono inter­venti di una bru­ta­lità ele­men­tare. Mi spiego meglio. Alcune cono­scenze sono state appli­cate nella pro­du­zione di alcuni mate­riali o per acce­dere ad alcune mate­rie prime. Que­sto ha com­por­tato dif­fe­renti forme di «espul­sione». In altri ter­mini, l’esclusione, la messa ai mar­gini è stata prima pen­sata logi­ca­mente e poi tra­dotta in espul­sione di popo­la­zioni, di comu­nità intere. E se que­sto è evi­dente per quanto riguarda il degrado ambien­tale, lo stesso si può dire per quanto riguarda alcune realtà indu­striali nel nord del pia­neta. Tutto ciò per dire che l’esclusione è l’esito finale di un pro­cesso logico, cogni­tivo che ha visto impe­gnati tan­tis­simi uomini e donne. È que­sto dispo­si­tivo logico, cul­tu­rale che va com­preso per affer­rare la realtà nella sua totalità.
Nel recente pas­sato, lei ha scritto sulle forme di resi­stenza all’inuguaglianza, alla disoc­cu­pa­zione, alla esclu­sione sociale. Alcuni teo­rici hanno par­lato di cen­tra­lità delle «pra­ti­che micro­po­li­ti­che»; altri invece hanno scritto di ritorno del mutua­li­smo, rife­ren­dosi a forme di coo­pe­ra­zione sociale, di wel­fare state dal basso. Sono espe­rienze che coin­vol­gono cen­ti­naia di migliaia di per­sone che espri­mono un indub­bio potere sociale, senza avere però la capa­cità di cam­biare i rap­porti di forza nella società e di modi­fi­care le agende poli­ti­che nazio­nali e sovra­na­zio­nali. Cosa ne pensa di que­sto para­dosso: un potere sociale che non rie­sce a espri­mere un potere politico?
Esi­ste sì il potere sociale che lei descrive, ma deve fare i conti con una realtà che vede la for­ma­zione di élite pre­da­to­rie gra­zie allo svi­luppo di una for­ma­zione sociale-economica «pre­da­to­ria». Sono élite che fanno leva sulla finanza e su alcuni stru­menti di governo della realtà per inglo­bare, con­cen­trare nelle pro­prie mani tutto ciò che può pro­durre ric­chezza e potere. Anche qui, invito a non cedere alla ten­ta­zione della sem­pli­fi­ca­zione. Le con­cen­tra­zioni della ric­chezza sono una delle costanti dell’economia capi­ta­li­stica. Potremmo anche dire dell’economia in generale.
Nella situa­zione attuale assi­stiamo al dispie­gare di forme estreme di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Basti pen­sare che negli ultimi 25 anni la con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani dell’un per cento della popo­la­zione ha visto un balzo del 60 per cento.
Per essere più chiara: i primi 100 miliar­dari degli Stati Uniti hanno visto i loro red­diti cre­scere di 240 miliardi di dol­lari solo nel 2012. Una cifra che, se redi­stri­buita, avrebbe posto fine alla povertà di milioni e milioni di per­sone sem­pre negli Stati Uniti. Altri dati: nel 2002, cioè pochi anni prima della data che indica l’inizio della crisi glo­bale, le ban­che ave­vano assi­stito alla cre­scita dei loro pro­fitti del 160 per cento, pas­sando da 40 miliardi a 105 miliardi di dol­lari, cioè una volta e mezza il pro­dotto interno lordo su scala pla­ne­ta­ria. Nel 2010, cioè in un periodo di crisi, i pro­fitti delle cor­po­ra­tion sta­tu­ni­tensi sono saliti di 355 milioni rispetto il 2009. A fronte di que­ste cifre da capo­giro, negli Stati Uniti le tasse sui red­diti delle imprese sono solo di 1,9 miliardi di dollari.
I ric­chi e le imprese glo­bali non pote­vano da soli rag­giun­gere que­sto intenso tasso di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Hanno avuto biso­gno di un «aiuto siste­mico», cioè di un milieu di inno­va­tive tec­ni­che finan­zia­rie e sup­porto gover­na­tivo. L’esito è stato appunto la for­ma­zione di una élite glo­bale che si auto­rap­pre­senta come un mondo a parte che trae forza dalle poli­ti­che eco­no­mi­che, dalle leggi sta­bi­lite a livello nazio­nale, ma anche glo­bale. Da que­sto punto di vista, i governi hanno svolto un fon­da­men­tale ruolo di inter­me­dia­zione, teso a ren­dere opaco, meglio fosco ciò che stava acca­dendo. Siamo quindi di fronte a un com­plesso dispo­si­tivo fina­liz­zato alla con­cen­tra­zione della ric­chezza. Niente a che vedere con una stanza dove è dif­fi­cile scor­gere le cose a causa del fumo dei sigari di qual­che impe­ni­tente «padrone del vapore». In pas­sato è bastato aprire una qual­che fine­stra e tutto era diven­tato chiaro. Ora non è così.
La mia tesi è che abbiamo assi­stito a un cam­bia­mento di scala della con­cen­tra­zione della ric­chezza che ha man­dato in pezzi il mondo di qual­che decen­nio fa, dove esi­steva una classe media e una classe ope­rai sostan­zial­mente non ric­che, ma «abbienti». Pro­vo­ca­to­ria­mente potrei affer­mare che nel Nord glo­bale le società sono sem­pre più simili a quelle del Sud globale.
L’Europa e gli Stati Uniti non erano quindi immuni da con­cen­tra­zione della ric­chezza nelle mani di pochi, disu­gua­glianze sociali, raz­zi­smo, povertà, ma tutto ciò era miti­gato dalla cre­scita costante nel tempo di una classe media. Inol­tre, erano paesi dove era forte la ten­sione a supe­rare povertà, raz­zi­smo, dif­fe­renze di classe, ma c’era una ten­sione al supe­ra­mento di que­gli ele­menti. Bene quel mondo è stato pro­gres­si­va­mente can­cel­lato dagli anni Ottanta in poi. Ora siamo in un mondo dove élite glo­bali «pre­dano» la ric­chezza senza troppe resi­stenze. Per tor­nare alla sua domanda, invito a pen­sare ad un aspetto che è fon­da­men­tale in una realtà come quella che ho sin­te­ti­ca­mente descritto. I movi­menti sociali sono fon­da­men­tali per la loro abi­lità nell’includere realtà molto diverse tra loro. Sono cioè espe­rienze che pro­du­cono una poli­tica di buon vici­nato, di soli­da­rietà, di con­di­vi­sione sociale. La forza di Syriza in Gre­cia è dovuta alla sua capa­cità di fare pro­pria l’abilità aggre­ga­tiva dei movi­menti sociali, che pun­tano a risol­vere alcuni pro­blemi vitali per i sin­goli: la casa, il man­giare, la cura del corpo.
Certo non cam­biano l’agenda poli­tica, né i rap­porti di forza. Qui vale una domanda che non è reto­rica: come fare questo?
Pro­vando, spe­ri­men­tando, coin­vol­gendo la popo­la­zione e anche que­gli espo­nenti poli­tici che sono con­sa­pe­voli e cri­tici verso que­sta feroce dina­mica di espul­sione e di con­cen­tra­zione della ric­chezza. Pro­vando, magari sba­gliando, ma con­ti­nuando a pro­vare. Per me, que­sto signi­fica rigore nell’analisi della realtà, resi­stere alle sirene delle sem­pli­fi­ca­zione o, altret­tanto forte, incam­mi­narsi su strade già bat­tute e che si sono rive­late come vicoli ciechi.
Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

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