Marc Augé: è l’emigrante l’eroe dei nostri giorni


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L’antropologo francese: «Internet promette una compagnia del tutto illusoria, più si hanno contatti più si è soli»

Marc Augé ha 79 anni. L’antropologo francese ha «inventato» la celebre definizione di «non luoghi» che indica quei posti tipici della nostra società, come le stazioni, i supermercati etc, dove la gente si assiepa senza in realtà intrattenere alcun rapporto sociale.

«Alla fine, il mio percorso personale è simile a quello dell’antropologia. Siamo passati entrambi dall’epoca della decolonizzazione a quella della globalizzazione. Io iniziai nel 1965, in Costa d’Avorio. Con determinazione, ma con un po’ di timidezza, studiavo un villaggio fra mare e laguna a un centinaio di chilometri da Abidjan. Però le società indigene di cui si occupavano gli antropologi allora sono in via di sparizione. La riflessione teorica sulla società globalizzata ha sostituito la ricerca etnologica sul territorio».

Parola del francese Marc Augé, per tutti «quello dei non luoghi», uno dei più celebri antropologi viventi, che esce adesso con un libro affascinante, «L’antropologo e il mondo globale» (Raffaello Cortina editore, pagg. 126, euro 15), insieme biografia intellettuale e riflessione sulla disciplina cui Augé ha dedicato la vita.

 

Chi dice globalizzazione dice Internet.

 

«E’ una sfida per chiunque si occupi di scienze sociali. E pone diverse domande interessanti. Per esempio, nell’epoca della comunicazione, le relazioni ovviamente si moltiplicano, ma sono le stesse? Paradossalmente, più si hanno delle relazioni virtuali e più si è soli. Il numero di “amici” su Facebook non ha attinenza con il numero di amici veri, anzi spesso sono di più di quanti possa avere un uomo solo. In altri termini: Internet promette la negazione dello spazio e del tempo, ma è un’illusione, perché le relazioni sociali non possono esistere che nel tempo e nello spazio».

 

Insomma, in rete più si è in compagnia e più si è soli…

 

«Certamente. E d’altronde ha introdotto molte nuove forme di solitudine e di isolamento. Lo si vede per esempio nei mestieri: quanti lavoratori isolati esistono, soli davanti a un computer. E’ il concetto stesso di solitudine a essere ambiguo: la solitudine può essere una conquista, ma spesso è soltanto una condanna».

Altro capitolo e altro argomento, sempre molto attuale. A un certo punto, lei definisce i migranti «gli eroi dei tempi moderni».

 

Perché?

 

«Perché la loro avventura è la prova che si può rompere con il territorio, che vuol dire anche liberarsi dei propri radicamenti culturali. In questo senso, partire è eroico. E’ il coté avventuroso dei tempi moderni, uno dei pochissimi rimasti. Per la stessa ragione, è anche talvolta difficile da accettare per chi i migranti li dovrebbe accogliere».

 

Appunto. Sembra che adesso la Francia stia rinnegando la sua antica tradizione di Paese dell’accoglienza e dei diritti.

 

«C’è tutta una serie di problemi. Da un lato, chi arriva è sospettato di voler ricreare nel nuovo Paese delle vecchie solidarietà, dunque di promuovere dei comunitarismi pericolosi. Dall’altro, le politiche d’integrazione sono notoriamente difficili, perché si basano su processi educativi che hanno tempi fatalmente lunghi».

 

Che un francese su quattro voti per il Front national la spaventa?

 

«Il problema c’è, ma è più complesso per ridurlo a un semplice rifiuto di chi arriva. Io credo che nasca da una diffusa insoddisfazione. E’ vero che negli ultimi anni di crisi i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, e le cause percepite sono gli immigrati, l’Europa e così via. Non credo che il successo del Front national durerà. Ma quello che è significativo è ciò che esprime: il rifiuto dell’altro e la mancanza di fiducia nell’avvenire. Fenomeni più gravi dei risultati elettorali di madame Le Pen, peraltro ottenuti in presenza di un tasso d’astensione altissimo».

 

Lei è celebre come teorico dei «non luoghi». E’ sorpreso dal successo della sua definizione?

«In realtà non l’ho inventata io, esisteva già. Io l’ho semplicemente usata per descrivere quei luoghi della quotidianità contemporanea, come aeroporti, stazioni di servizio, grandi supermarket, dove la gente non ha relazioni sociali. Il successo della definizione è il sintomo che forse ne serviva una».

 

A proposito di definizioni: quella di antropologo della quotidianità le piace?

 

«Forse non è sbagliata, ma certamente è riduttiva. Ogni antropologo si interessa alla quotidianità».

 

A 79 anni, è ancora contento di aver scelto l’antropologia?

 

«Sì, non ho rimpianti. Penso tuttora che sia un ambito intellettuale che permette di comprendere la realtà. O almeno di provarci».

 

Perché ha scelto di vivere a Torino?

 

«Per piacere. Sarà un anno ad agosto, poi penso che andrò a Berlino. Mi piace cambiare città. Torino è stata scelta un po’ per caso, non la conoscevo e me ne sono innamorato. Intanto, la trovo bella. Poi c’è un’arte di vivere che è bellissima, il traffico è ragionevolmente risolto, l’architettura splendida. E, come molte città italiane, si capisce subito che non è provinciale. E’ stata una capitale. E si vede».

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