Le parole telluriche di Sorokin


Fonte

Lo scrittore russo, critico nei confronti di Putin, arriva per la Milanesiana
Qui parla della sua Russia («Una farsa») e del nuovo Medioevo degli iPhone
di Roberta Scorranese

Nato nel 1955, Vladimir Sorokin ha vissuto quattro Russie: l’immobilismo brezneviano, la Perestrojka di Gorbaciov, l’occidentalizzazione di Eltsin e il neonazionalismo di Putin. E, atteso alla Milanesiana il 30 giugno, lo scrittore russo

inviso ai putiniani (che nel 2002 hanno definito «pornografia» i suoi romanzi), può permettersi di dire: «Molte cose nel nostro paese assumono l’aspetto di una farsa». Popolare in Europa (in Italia i suoi libri più famosi sono La coda, edito da Guanda, e Ghiaccio, da Einaudi), Sorokin si diverte a riscrivere la sua Russia.

Nel suo recente «La giornata di un Opricnik» (Atmosphere libri) lei racconta una Russia distopica, ambientata nel futuro. Come immagina il suo Paese tra vent’anni?
«È impossibile prevedere cosa avverrà nei prossimi cinque. Non lo sa neppure Putin. Se nel 1985 mi avessero detto che sei anni dopo l’Urss si sarebbe dissolta, mi sarei messo a ridere. Non si tratta però della misteriosa metafisica russa, ma del plurisecolare scollamento dello Stato dal popolo. La struttura piramidale dello Stato, messa in atto da Ivan il Terribile nel XVI secolo, è opaca e vive di una sua vita incomprensibile alla gente comune. Periodicamente, al suo interno avvengono rivoluzioni. O perestroike».
La Russia è al centro di un complesso ingranaggio geopolitico, che vede persino un flebile sentore di nuova Guerra Fredda. Come la vivete?
«La nuova “guerra fredda” insieme a quella reale, che la Russia sta conducendo in Ucraina, è come se fosse un brutto sogno sui primi anni 80. In quegli anni c’era l’antagonismo con gli Usa e l’invasione dell’Urss in Afghanistan. Ma allora c’era la cortina di ferro, non c’era Internet e le risorse economiche dell’Urss erano molto più imponenti. Adesso molte cose nel nostro Paese assumono l’aspetto di una farsa. Ma la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina non è una farsa. Il sangue che vi scorre è vero. L’intelligencija, memore del periodo sovietico, vive una profonda depressione».
Quali sono le principali tendenze letterarie in Russia?
«Purtroppo oggi non ci sono delle tendenze principali evidenti da nessuna parte, né in Russia, né in Europa. Ci sono scrittori giovani che sanno scrivere bene dei romanzi. Tuttavia non fanno delle scoperte letterarie. L’ultimo libro che mi ha dato soddisfazione nel leggerlo è stato il romanzo di Jonathan Littell Le benevole. Penso che stiamo vivendo un momento di quiete letteraria. La letteratura sta lottando contro l’aggressione delle pratiche visuali, contro gli iPhone sulle aste. Che sia una quiete prima del sorgere di nuovi astri letterari? Mi piacerebbe crederlo». Quali sono i suoi maestri? «Nello studio di casa mia, dietro alla scrivania c’è un mobile che contiene i classici russi. Ogni tanto, mentre lavoro, mi appoggio con la schiena a questi classici. Un appoggiarsi sia fisico che letterario! Il mio approccio alla letteratura classica non è come ad un luogo di culto all’interno del quale flettersi in ginocchio e pregare, ma come ad un atelier all’interno del quale si trovano molti attrezzi utili e sempre attuali. Io li uso regolarmente poi, grato, li rimetto a posto. Degli scrittori russi stimo in modo particolare Gogol’, Tolstoj, Charms, Shalamov, Nabokov, Platonov».
Alla Biennale di Venezia lei ha proposto il Padiglione Telluria, ispirato al suo ultimo romanzo, uscito in Russia.
«Sì, insieme all’amico artista berlinese Genia Chef. Una sfida all’arte contemporanea sempre più sprofondata nella tecnologia. L’artista odierno è il prodotto di un assommarsi di tecnologie dietro le quali lui, come persona, risulta invisibile. Ho dipinto 15 quadri ad olio in stili diversi, come se fossero stati fatti da pittori generati dalla mia fantasia. Il tema è il “nuovo Medioevo”. Il giorno dell’inaugurazione, nel cortile di Palazzo Corfù abbiamo attuato una performance: io e Genia Chef ci siamo sfidati a duello a favore del parametro umano nell’arte. Genia aveva una corazza ed una spada in mano. Io indossavo una pelle d’animale e brandivo una clava alle cui estremità c’era un computer fissato con lacci di pelle. Il duello ci ha visto entrambi a terra. Così come il mio romanzo Telluria, anche la mostra è dedicata alla nuova coscienza di stampo medievale che si sta insinuando nel mondo d’oggi. Del resto, per le calli di Venezia ci si imbatte in frotte di nuovi unni brandenti aste alle quali sono fissati gli iPhone per i selfie. L’iPhone in cima, sostituto dell’occhio umano, è una delle armi del nuovo Medioevo».
rscorranese@corriere.it

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