Tony Blair e il Medio Oriente, storia di un fallimento


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A sua scusante può sostenere che nella squadra dei falliti è in buona compagnia, ma certo il bilancio degli otto anni di Tony Blair alla guida del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu, Ue) è a dir poco scoraggiante. Lo è in sé e soprattutto se rapportato alle proclamate ambizioni con cui l’ex premier britannico assunse l’incarico: “Darò il mio contributo e metterò a disposizione la mia esperienza per rafforzare la speranza di una pace giusta e stabile fra Israeliani e Palestinesi”, fu l’esordio di Blair. Otto anni dopo, l’uomo che riuscì a riportare al potere il Labour dopo la lunga era (18 anni) della “lady di ferro”, al secolo Margareth Thatcher,annuncia le sue dimissioni, getta la spugna, si arrende. Otto anni dopo, della Road Map messa a punto dal Quartetto di cui Blair doveva essere l’architetto realizzatore, non è rimasta traccia alcuna, se non nel vocabolario diplomatico internazionale.

Quel “Tracciato di pace” si fondava su un principio basilare: quello della soluzione a due Stati. Un principio oggi irrealizzabile, perché a crederci non sono neanche più i diretti interessati, perché Israele ha scelto di affidare il suo futuro, con le libere elezioni del 17 marzo scorso, ad una coalizione di governo guidata da un premier (Benjamin Netanyahu) che a urne ancora aperte aveva proclamato: “Con me a capo del governo, uno Stato palestinese non vedrà mai la luce”. Quel principio, ripetuto sempre più stancamente dall’inquilino della Casa Bianca e dai leader europei, si scontra col proliferare degli insediamenti ebraici nei Territori occupati, e non può certo essere innervato da una leadership palestinese usurata dal tempo e dagli errori commessi, una leadership peraltro talmente divisa, fra al-Fatah e Hamas, ed eterodiretta da non riuscire nemmeno a far vivere un governo di unità nazionale.

Mr.Blair se ne va, abbandona il campo, travolto anche da polemiche personali, da scandali che certo non danno di lui la visione di un disinteressato uomo di pace. Un episodio tra gli altri. Estate 2014: mentre a Gaza infuria il conflitto fra Tsahal, l’esercito israeliano, e le milizie palestinesi, Blair, riceve 150 ospiti nella sua villa di campagna per festeggiare con grande sfarzo i sessant’anni della moglie Cherie. A rivelarlo è il “Mail on Sunday”, tabloid popolarissimo e influente, mettendo in imbarazzo l’ex premier britannico. Blair è accusato di trascurare il suo ruolo di rappresentante del quartetto Ue, Onu, Usa e Russia a favore di redditizie conferenze in giro il mondo, e di lasciare ad altri l’iniziativa diplomatica. Il suo ufficio si trova a Gerusalemme, ma la settimana precedente il gran galà londinese, Blair ha trascorso il suo tempo tra Gran Bretagna e Cina, mentre John Kerry e Ban Ki-moon tenevano incontri in Medio Oriente per pressare Hamas e Israele ad accettare una tregua. Il “Mail on Sunday”, populista e conservatore, ci è andato pesante, rivelando dettagli di una mega festa che sarebbe costata 50.000 sterline (quasi 65.000 euro): gli ospiti hanno mangiato foie gras, bevuto champagne e ballato fino all’una di notte. Cosa ancora più imbarazzante, il compleanno di Cherie è a settembre.

Quindi, attacca il giornale, non si poteva aspettare? Gossip si dirà. Ma non è proprio così. Il fatto è che Tony Blair è sempre stato un uomo afflitto da conflitti e conflitti di interesse, scrive Chris Doyle, direttore del Consiglio per la comprensione arabo-britannica. “Per mantenere il suo ruolo di inviato del Quartetto- annota Doyle, – Blair dovrebbe rispondere alle seguenti domande: ha il tempo necessario e l’energia per ricoprire questo ruolo, dati tutti i suoi altri numerosi impegni? Può lavorare per un governo in Medio Oriente e consigliarne altri continuando ad essere visto veramente come una figura imparziale? Quando incontra i ministri degli Emirati Arabi Uniti preme per le donazioni a favore dei palestinesi con lo stesso entusiasmo che usa per promuovere i suoi affari?

Può commentare sui media i conflitti regionali come quelli in Siria, Iraq e Libia, chiedendo l’intervento in tutti e tre i casi, conservando al contempo la fiducia dei palestinesi? Adotta il punto di vista degli Emirati Arabi Uniti su tutte queste questioni? Riuscirà mai a rendere noti tutti i suoi interessi commerciali in modo tale da escludere ogni conflitto di interesse può essere fatta?”. Tony Blair afferma che “Gaza è una metafora di tutto ciò che è sbagliato”. I palestinesi di Gaza dicono lo stesso di Tony Blair, chiosa Doyle. D’altro canto, annota l’autorevole “Financial Times”, l’ex premier britannico avrebbe “riconosciuto che il suo ruolo nei negoziati non è più sostenibile, a causa dei suoi cattivi rapporti con alti membri delle autorità palestinesi e i suoi interessi economici nella regione”.Il suo mandato è infatti stato molto criticato per i legami economici che legano la sua Tony Blair Associates (Tba) alle monarchie del Golfo Persico, al Kuwait e al Kazakistan. Non basta. Secondo quanto riportato dal “Sunday Times”, l’affare più ghiotto per l’ex premier sarebbe stato un contratto con il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti. Il giornale londinese ha pubblicato una “proposta”, datata settembre 2014, per una “partnership strategica” tra le due parti.

Nella prefazione di questo documento, firmata da Blair in persona, viene elogiata la “solida leadership” della dittatura degli Emirati, alla quale la TBA offre i propri servizi per costruire una rete di contatti nel pianeta e incrementare l’influenza internazionale di questo paese arabo. La TBA ricorda poi di essere già presente in 25 Paesi e che “non esiste virtualmente luogo nel mondo dove non siamo in grado di operare o fornire i contatti necessari, sia politici che economici”. Nello spiegare come la collaborazione proposta dovrebbe concretizzarsi, il documento pubblicato dal “Times” di Londra assicura che lo stesso Blair sarebbe coinvolto direttamente e perciò disposto a trascorrere “2/3 giorni ogni mese a Abu Dhabi”, nonché a rimanere continuamente in contatto con il regime degli Emirati. Il valore complessivo del contratto di consulenza ammonterebbe a 30 milioni di sterline, cioè più di 41 milioni di euro. Su queste basi, ergersi a facilitatore super partes di un negoziato di pace è impresa impossibile anche per un abilissimo navigatore diplomatico come Blair.

Ma “Tony d’Arabia” non ha fallito solo sul fronte israelo-palestinese. Prima ancora aveva lasciato la sua impronta insanguinata in Medio Oriente, sostenendo politicamente e poi sul piano militare George W. Bush nella scelta di portare la guerra in Iraq. Anche a costo di mentire. Tony Blair e i suoi “spaventosi fallimenti”: così il “Telegraph” ebbe a riportare alla luce centinaia di pagine di documenti segreti sulla guerra in Iraq. Raccontano l’assenza di piani e lo scadente equipaggiamento delle truppe inviate a combattere e a gestire l’occupazione e mettono sul banco degli accusati l’allora premier Tony Blair. Le carte, dice il “Telegraph”, indicano una causa politica per questa scarsa organizzazione: Tony Blair fuorviò i deputati e i britannici per tutto il 2002 quando affermava che l’obiettivo della Gran Bretagna era “il disarmo, non il cambiamento di regime”. Nei fatti la pianificazione per l’invasione era iniziata nel febbraio 2002. Ma la necessità di nascondere questo fatto al parlamento e “a tutti, salvo un piccolo numero” di alti funzionari, “schiacciò” la pianificazione, portando a una campagna organizzata tecnicamente in fretta e furia, con “rischi significativi per le truppe e fallimenti critici nel dopoguerra”. In interviste secretate con comandanti dell’esercito, questi descrivono come le truppe “furono esposte a rischi significativi, a causa di un’operazione affrettata che mancava in coerenza e risorse”.

I piani per l’invasione nel marzo 2003, ad esempio, “non contenevano i dettagli su cosa fare una volta che fosse caduta Baghdad” e ciò consentì ai ribelli di “sfruttare la perdita di slancio” nel dopoguerra. Il Foreign Office creò un’unità per pianificare cosa sarebbe successo in Iraq una volta finito il conflitto solo tre settimane dopo l’inizio della guerra. Tutta la campagna fu segnata dall’equipaggiamento inadeguato – la mancanza di giubbotti antiproiettile, scarpe da deserto, e protezioni contro la guerra chimica, tra le altre. Il Tenente colonnello ML Dunn, del IX reggimento approvvigionamento, Royal Engineers, ha raccontato che i suoi soldati “avevano solo cinque caricatori ciascuno, e giubbotti antiproiettile per coloro che stavano nei veicoli in cima e in coda alla colonna”. Un altro alto ufficiale, tenente colonnello John Power, dei Royal Electrical and Mechanical Engineers, ha definito nel rapporto parti della catena di rifornimento “spaventose”: “so per certo che mandarono un container pieno di sci nel deserto”. Le radio Ptarmigan, a lungo raggio, “si rompevano verso mezzogiorno a causa del caldo, e in alcuni casi cellulari che usavano le reti telefoniche kuwaitiane erano gli unici mezzi per parlare con le truppe in combattimento”.

Anche se la fase di guerra viene descritta come un importante successo militare, esso fu ottenuto contro “un esercito di terza classe… un nemico avrebbe probabilmente punito severamente le nostre mancanze”. E così, in un intervento sulle pagine del “The Observer” di Londra ecco l’arcivescovo Desmond Tutu, Nobel per la pace chiedere che George W. Bush e Tony Blair vengano processati davanti alla Corte penale internazionale per le devastazioni provocate dalla loro aggressione ai danni dell’Iraq. Secondo Tutu i due avrebbero mentito riguardo alla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq portando ad un’instabilità mondiale e lanciando una guerra che “ha diviso più di ogni altro conflitto della storia” conducendo l’umanità sull’orlo di un precipizio. Tutu ha poi aggiunto: “Se è accettabile per dei leader assumere decisioni drastiche sulla base di menzogne, senza scusarsi, cosa dovremmo insegnare ai nostri figli? I leader degli Usa e della Gran Bretagna si sono inventati le ragioni per comportarsi come dei bulli di quartiere e dividerci ancora di più. Ci hanno portato sull’orlo del precipizio su cui ora ci troviamo”.

Le notizie che giungono dall’Iraq, Stato smantellato, con le milizie dello Stato islamico alle porte di Baghdad (le due potenti esplosioni avvenute nei parcheggi di due degli hotel più lussuosi della capitale – lo Sheraton (ribattezzato Cristal Hotel) e il Babil – che hanno causato almeno una decina di morti e oltre ottanta feriti, sono l’ennesima, sanguinosa avvisaglia dello scontro finale tra sunniti e sciiti per il controllo della capitale irachena). Anche questo è il lascito della guerra voluta dal duo Bush&Blair. Addio, Mr.Blair, i popoli del Medio Oriente di sicuro non la rimpiangeranno.

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