Stati Uniti e Cina, la sfida tra due superpotenze nel mare dove transita la nuova ricchezza del mondo


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SONOSCIUTE da secoli come il “Mare del Pericolo” per la loro capacità di inghiottire naviganti e navigli tra scogli, coralli e bassi fondali, le misteriose acque attorno alle Isole Spratly fra Vietnam, Malaysia e Filippine spingono verso la deriva di un confronto militare le superpotenze del passato e del futuro: Cina e Stati Uniti.

Fra bellicose dichiarazioni del nuovo ministro della Difesa americano Ashton Carter, che qualcuno ormai definisce la reincarnazione del falco bushista Donald Rumsfeld, e le sdegnate reazioni del governo cinese che pure manda cannoni e flotte a incrociare in quel mare come fosse suo, Washington e Pechino stanno ricominciando a giocare al vecchio gioco da adolescenti di chi “sterza per primo per evitare lo scontro frontale”. Con la differenza che qui non si tratta di automobili tra le mani di ragazzi incoscienti, ma di portaerei nucleari, sottomarini, cannoni a lunga portata, missili. E vie di navigazione dalle quale transitano la nuova ricchezza del mondo e il futuro della prosperità asiatica.
In apparenza, mai tante nazioni e ora tante potenze si azzuffarono per così poco. Lo sfarinamento di scogli, isolotti, atolli, terre che affiorano e sprofondano con l’altalena delle maree nel Mar Meridionale della Cina in acque neppure del tutto conosciute e segnate nelle carte, formano tutte assieme neppure due chilometri quadrati di superficie, sparpagliate in 150 mila chilometri quadrati di acque, la metà dell’Italia. Le Spratly, battezzate così dall’ammiraglio inglese Richard Spratly che andò a incagliare in secca una delle sue navi nel 1843, non hanno abitanti indigeni, ma soltanto piccoli insediamenti militari, piazzati dalle nazioni che le reclamano come proprie  –  Cina, Vietnam, Filippine, Malaysia  –  e pescatori che si rifugiano nelle poche calette mentre infuriano i monsoni, qui particolarmente feroci.

Ma la loro posizione geografica, e le circostanze della storia politica dopo la Seconda Guerra Mondiale, hanno fatto di questa collezione di rocce e coralli il catenaccio che chiude il Mar Meridionale della Cina e lo renderebbe, se Pechino riuscisse a impadronirsene e a trasformarle in avamposti militari, il mare interno della Repubblica Popolare. E nel Grande Risiko sulla scacchiera del mondo, il controllo cinese di queste acque sarebbe, per gli Stati Uniti che dalla resa del Giappone nell’agosto 1945 si considerano i signori del Pacifico, dall’Asia orientale alla California, l’inizio della fine per loro egemonia.

Dall’alleanza antigiapponese con la Cina Nazionalista di Chiang Kai-shek alla guerra guerreggiata contro Mao nella Corea del Nord, dal rifiuto di ammettere anche l’esistenza della Cina Rossa al ping pong di Kissinger fino alla vertiginosa collaborazione commerciale e industriale degli ultimi decenni, ora l’Aquila e il Drago tornano a misurarsi per stabilire chi sarà il top player , il signore del XXI Secolo e oltre. Gli incidenti, le mosse, contromosse e le parole dei due avversari e partner sono ancora soltanto shadow boxing, “pugilato di ombre”, ma ogni gesto sembra avvicinare il momento in cui qualche colpo arriverà davvero.

Quando i ricognitori e i satelliti hanno rilevato cantieri per costruire basi aeree cinesi con piste ricavate dal mare su una delle isolette, protette da batterie di cannoni costieri  –  in una lontanissima riedizione della scoperte dei missili sovietici a Cuba mezzo secolo fa  –  Ashton Carter, il ministro della Difesa, ha subito fatto sapere che avrebbe inviato una flotta navale di superficie e sottomarina davanti a quell’installazione. E a poche miglia dalla costa, proprio in faccia ai cinesi, spiegando che “gli Stati Uniti intendono restare la principale potenza militare nell’Asia Orientale per decenni a venire “.

Un incrociatore lanciamissili della Us Navy, il Ticonderoga, è stato mandato a tallonare le manovre della prima flotta dispiegata per l’uscita della primitiva portaerei cinese, la rudimentale Liaoning, in realtà uno scafo prima russo e poi ucraino ricomprato, rimorchiato e trasformato in piattaforma di lancio gal- leggiante, esattamente come i leggendari “pescherecci sovietici” marcavano da vicino tutte le mosse delle flotte Usa in manovra. Una presenza che Pechino ha subito qualificato come una “pericolosa provocazione”.

Unità navali americane, come la Cowpens, una fregata, sono state in passato circondate da piccoli battelli veloci cinesi nelle acque delle Spratly costringendo l’equipaggio a gimcane per evitare collisioni, naufragi e incidenti diplomatici simili al disastro politico del ricognitore aereo P3 Orion sfiorato da un caccia cinese e costretto all’atterraggio di emergenza, poco dopo l’elezione di Bush alla Casa Bianca. Il Bush che aveva promesso di “cooperare confrontandoci” con la Cina, pagando subito per quell’ossimoro.

In quella che per ora sembra il preludio a una Guerra Fredda in salsa di soia, e proprio nelle acque davanti a quel Vietnam dove 160mila tecnici e assistenti militari cinesi affiancarono Hanoi nella guerra vera, il brontolio del Risiko strategico si confonde con il rumore di un possibile conflitto finanziario ed economico che sarà, alla fine, il motore della resa dei conti. I cinesi hanno lanciato una loro superbanca internazionale di investimenti, alla quale hanno aderito anche tedeschi e russi, per intaccare l’egemonia del dollaro moneta di riserva del mondo, molto irritando gli Usa. Obama, ora accusato di avere troppo a lungo ignorato la Cina, altro classico refrain delle polemiche interne americane, ha concesso al premier giapponese Abe di allentare un poco le briglie alle forze armate nipponiche, allargandone competenze e sfera di azione, ben sapendo che il Giappone, da sempre, è il nemico storico della Cina. E niente disturba i cinesi come la possibile rimilitarizzazione dell’impero Yamato.

Quella collana di scogli nelle basse acque tiepidi è dunque, palesemente, soltanto un pretesto, forse un casus belli per futuri confronti su scala ben più vasta. Uno specchietto che serve a riflettere l’immagine del lento declino di una potenza non più egemone, e del paziente, diligente sorgere di una Cina che, unica nel mondo, senza sbruffonate, annessioni e azioni dimostrative, sa che il tempo, e i numeri, lavorano per lei. Goccia dopo goccia.

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