LA NUOVA TATTICA DELL’IDF. COME RENDERE I CIVILI DEI BERSAGLI LEGITTIMI


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DI NEVE GORDON
counterpunch.org

Diversi mesi fa, una giovane donna che lavorava nei campi di carote del Kibbutz Dorot vide per terra un foglietto con una breve scritta in arabo. Sembrava una mappa del tesoro, se lo mise in tasca. Qualche tempo dopo, lo diede al suo amico Avihai, che lavora per “Spezzare il Silenzio,”, un’organizzazione di veterani militari che raccoglie le testimonianze di soldati israeliani per avere un quadro di come si svolga la vita quotidiana nei territori palestinesi occupati. Avihai in quel momento stava intervistando i soldati sulle loro esperienze durante l’operazione della scorsa estate di protezione dei confini e di attacco israeliano alla Striscia di Gaza. Riconobbe quel pezzo di carta su un foglio che era stato lasciato cadere da un aereo israeliano sopra i quartieri palestinesi nella parte settentrionale della Striscia; il vento lo aveva trasportato per sei miglia dal punto di atterraggio previsto.

Quel foglietto ci avrebbe aiutato a capire perché il 70 per cento dei 2220 palestinesi uccisi durante la guerra erano civili. La linea rossa sulla mappa traccia un percorso da una luminosa zona blu chiamata Beit Lahia, una città palestinese di 60.000 abitanti nella zona nord della Striscia, e procede verso sud, attraverso Muaskar Jabalia, fino alla città di Jabalia. C’era così scritto:

Notifica militare ai residenti di Beit Lahia

L’IDF sta per compiere delle operazione aeree forti e decisive contro degli elementi terroristi e le infrastrutture dei luoghi da dove intendono lanciare i loro missili contro lo Stato di Israele. Queste posizioni sono:

Da Atatra est a Salatin Street. Da Ovest (non chiaro) al Campo di Jabalia.

Dovete immediatamente evacuare le vostre abitazionI e dirigervi verso sud verso la città di Jabalia seguendo questo percorso:

Falluja Road, fino alle ore 12.00 di Domenica 13 Luglio 2014.

L’IDF non intende fare del male a voi o alle vostre famiglie. Queste operazioni sono temporanee e saranno di breve durata. Tuttavia, chiunque non si atterrà a queste istruzioni e non abbandonerà la propria abitazione metterà in pericolo la propria vita e quella dei suoi familiari. Chi si atterrà a queste norme sarà salvo.

Il significato di questo foglietto” mi ha detto Yehuda Shaul, fondatore di Spezzare il Silenzio, ‘non si può comprendere a pieno senza aver prima letto il nostro nuovo rapporto. Questo rapporto raccoglie 111 testimonianze fornite da circa settanta soldati che hanno preso parte ai combattimenti.”

L’intervista rende subito chiara una cosa: che l’IDF ha dato per scontato che chiunque non si fosse attenuto alle istruzioni contenute in quel volantino distribuito, diventava un bersaglio legittimo.

Q: Prima ci ha detto che sapeva che la zona sarebbe stata evacuata dai civili, è giusto?

A: Sì, è quello che ci hanno detto, cioè che tutti i civili erano stati informati con i foglietti sparsi nell’area, e che non ci sarebbero stati civili e che quei civili che si fossero rifiutati di lasciare l’area avrebbero scelto deliberatamente di restare lì.

Q: Chi ve lo ha detto?

A: I comandanti militari, in conversazioni informali e durante i vari rapporti alle truppe.   L’IDF è in possesso di tecnologie in grado di verificare che tutti i civili siano stati realmente evacuati o meno. Ma troppo spesso sentivamo questo refrain: “Nessun civile dovrebbe essere lì”.

L’invasione di terra iniziò il 17 Luglio e fu limitata a un miglio dal confine. Un soldato di fanteria di stanza a Beit Lahia descrisse questo tipico incidente:

“Una volta stavo osservando le varie abitazioni e mi accorsi che c’era qualcosa che si muoveva dentro. Forse me lo sono immaginato, non so , ma mi è sembrato che una tenda si era mossa. Allora ho detto: “Ho visto qualcosa che si muove lì dentro”. Chiesi il permesso di fare fuoco e feci fuoco; anche gli altri soldati spararono una raffica”.

Q: Quali erano le regole dell’incarico che avevate?

A: Non c’erano delle vere e proprie regole…ci dissero: “Non ci dovrebbero essere civili nell’area. Se vedete qualcuno, sparate”. Che quella persona o quella cosa sembrasse o meno una minaccia, non importava. E questo per me era assurdo. Se spari a qualcuno a Gaza, ok, niente di strano. Prima di tutto perché è a Gaza, secondo perché siamo in guerra. Anche questo ci fu detto chiaro e tondo: “Non abbiate paura di sparare”. E dissero anche che in quella zona non ci sarebbe stato nessun civile innocente.

Tuttavia, sembra lecito ritenere che la maggior parte dei civili morti non siano stati uccisi dalle truppe di fanteria. Una delle regole fondamentali dell’ IDF è cercare di garantire alle sue truppe il rischio zero. L’area era stata “ammorbidita” da nove giorni di fuoco di artiglieria prima di effettuare l’invasione delle truppe di terra. Aerei, elicotteri e droni (anche se l’esercito israeliano conferma di non fare uso di droni assassini) hanno bombardato dall’alto la zona, e c’era anche fuoco di artiglieria pesante proveniente dal centro di Israele. Come ha raccontato un soldato:

“Sapevamo che quando saremmo arrivati sul posto Venerdì, nell’area non ci sarebbe stato alcun civile, poichè la distribuzione degli opuscoli era stata capillare e in fondo non era rimasto molto in quel posto. L’artiglieria e le forze aeree avevano praticamente ripulito l’area”.

La regola israeliana del rischio zero si è sviluppata con l’aiuto di Asa Kasher, professore emerito di filosofia dell’Università di Tel Aviv e uno degli autori del codice etico della IDF.   Kasher ha elaborato una teoria della guerra giusta e del diritto umanitario internazionale, stabilendo una gerarchia di protezione: i civili israeliani devono essere protetti a tutti i costi, poi vengono i soldati dell’IDF e solo dopo questi entra nell’equazione la popolazione civile nemica. Se non è possibile compiere una missione militare senza mettere in pericolo la vita dei vicini non-terroristi di un terrorista,’ scrive Kasher in ‘L’etica della protezione Edge’, ‘bisogna mostrare la massima compassione possibile, date le circostanze, senza dover interrompere la missione o aumentare il rischio per i soldati israeliani ‘.

Mentre le truppe si apprestavano ad entrare a Gaza, gli ufficiali di artiglieria e dell’intelligence stabilivano che determinati obiettivi avrebbero dovuto essere eliminati prima dell’invasione di terra: alti edifici che si affacciano sul percorso delle incursioni, ad esempio, e luoghi da cui erano stati lanciati razzi contro Israele. Un soldato racconta di un alto ufficiale che guardava una foto aerea su cui erano stati cerchiati degli obiettivi, e poi puntava verso diverse altre case palestinesi e dava istruzioni all’ufficiale di artiglieria di eliminare anche quelle.

L’esercito israeliano ha sparato 34.000 colpi di artiglieria durante la guerra: 12.000 di fumo, 3000 di illuminazione e 19.000 di esplosivo. Con un cannone Howitzer di fattura americana da 155 millimetri, un colpo è considerato preciso quando oblitera qualsiasi luogo nel raggio di 100 metri dal bersaglio. I colpi di un Howitzer possono uccidere chiunque sia nel raggio di 50 metri e ferire chiunque nel raggio di 100.

C’è questa percezione di poter fare tutto con la massima precisione, a prescindere da quale arma si utilizzi. Tuttavia queste armi appartengono alla statistica, e hanno colpito 50 metri a destra o 100 metri a sinistra, e questo è deplorevole. Questo è quello che accade realmente e continuamente, sette giorni su sette, durante i bombardamenti.

L’ufficiale di artiglieria deve garantire che l’obiettivo sia a una certa distanza da luoghi sensibili, come i servizi delle Nazioni Unite, scuole, cliniche e ospedali. Queste distanze non sono scolpite nella pietra, ma determinate da ciò che l’IDF definisce “livelli di attività”. Se, per esempio, il livello di attività è 1, allora l’obiettivo di un proiettile da 55 millimetri non può essere a 500 metri da una scuola. Ma se il livello di attività diventa 3, allora il raggio di sicurezza diminuisce drasticamente. Un ufficiale spiega:

Primo livello significa che puoi sparare con l’artiglieria fino a una certa distanza dai civili, o da un posto dove si ritiene ci siano dei civili. Per i jet e le bombe più grandi da una o mezza tonnellata viene definito verbalmente…come “Livello ridotto di danno provocabile a civili”. Poi viene il secondo livello. Il raggio di sicurezza rimane lo stesso, e si riduce la distanza dai civili. Per i jet, dice, si tratterà di “Danno moderato provocabile a civili” o “danno collaterale moderato”, o qualcosa del genere. Questo indica qualcosa di poco definito, che dipende molto da come la pensa l’ufficiale in comando o dal suo umore quel giorno: ‘Decidiamo noi cosa s’intende per “moderato” ‘. Al terzo livello il raggio di sicurezza dei colpi di artiglieria viene dimezzato. E non parlo dei jet, con i quali c’e’ già danno significativo e tuttavia è considerato accettabile, è proprio questa la definizione. Ci aspettiamo quindi un forte danno causato a civili. Come a dire: per noi è giusto cosi’, siamo al terzo livello. Non viene dato un numero preciso, questa cosa me la ricordo bene. Tutto viene lasciato al comandante.

Un altro soldato aggiunge che i livelli di attività indicano “il grado di danno collaterale che si è autorizzati a causare; indicano il tipo di mezzi che si è autorizzati ad usare e la distanza da luoghi sensibili che si deve mantenere quando si spara; e indicano anche un sacco di altri parametri relativi all’attivazione del fuoco.”

Ci possono essere molte ragioni per cambiare il livello di attività. Alcune hanno a che fare con l’intensità dei combattimenti. Quando Hamas fece saltare in aria un mezzo corazzato che trasportava truppe a Shuja’iyya e uccise sette soldati israeliani, il livello di attività salì immediatamente:

Ci sono stati tantissimi obiettivi che non sono stati colpiti perché non si erano qualificati nella ‘politica di tiro’; e poi, dopo Shuja’iyya ad esempio, improvvisamente alcuni di questi obiettivi sono stati ‘promossi’. Un tipo di bersaglio problematico a poca distanza da alcune scuole, improvvisamente non era più problematico.

Il livello di attività può anche cambiare per via di particolari attività d’intelligence, o semplicemente perchè gli ultimi bersagli rimasti non sono nel raggio consentito dal livello 1, ‘perché, cioè, si è esaurita la vena dei bersagli’.

Hamas sta spingendo per una dimostrazione di vittoria’, che è l’espressione maggiormente usata…quest’espressione travolgente usata alla fine di ogni round di combattimenti. Si sente dire che le delegazioni sono al Cairo, o che si stanno dirigendo al Cairo, o che presto arriveranno al Cairo. Ma i combattimenti continuano, e anche se si pensa che stanno per finire – bisogna continuare ad agire come se nulla stesse per finire. Ecco, questo è il motivo per cui si passa al livello superiore, per ravvivare il senso di minaccia e pericolo e dare una dimostrazione di forza. E così un bersaglio viene ‘promosso’ se c’e’ una giustificazione, una buona ragione, se si tratta di un obiettivo di valore, o se ci sono buone probabilità di colpire in modo che sia bene per l’opinione pubblica israeliana e male per quella palestinese; e soprattutto che danneggi le capacità di lancio di missili di Hamas o della Jihad islamica, o altre organizzazioni…

Q: Danno collaterale significa solo danno fisico o anche danno alla proprietà?

A: Danno fisico.

Q: Quindi la proprietà non conta per niente?

A: Non per quanto riguarda i livelli…I livelli sono praticamente binari. Sono livelli di danni collaterali e riguardano solo le vite umane.

Dopo la guerra del Libano del 2006, l’IDF si rese conto che la sua struttura di comando strettamente gerarchica si era dimostrata un ostacolo nello sforzo bellico. L’idea, che è ormai diffusa nelle forze armate degli Stati Uniti, è quindi quella di creare una rete di cellule comunicanti decentralizzate dotate di una significativa autonomia nel prendere decisioni operative. Secondo le parole del generale Stanley McChrystal, che ha diretto il Comando statunitense Joint Special Operations dal 2003 al 2008, ‘Per sconfiggere un avversario organizzato in una rete, abbiamo dovuto diventare anche noi una rete.‘ Ogni cellula è composta da funzionari di diversi settori – fanteria, artiglieria, aviazione, servizi segreti militari, servizi segreti – che lavorano insieme sulla base di una strategia e informazioni condivise. Il modo in cui è organizzata l’IDF è segreto, ma è molto probabile che esistano due classificazioni principali: “cellule di attacco” e “cellule di supporto”. Le cellule di attacco sarebbero i “cacciatori”, il cui obiettivo è quello di dare la caccia ai militanti palestinesi ed eliminarli. Si pensa che ci siano anche delle “cellule pescatrici”, il cui compito è quello di monitorare un’area particolare per determinare chi tra loro è il ‘pesce grosso’, e “cellule immobiliari“», che identificano e controllano le strutture e gli edifici strategici in modo da poterli distruggere al momento giusto, se necessario.

A un soldato, che molto probabilmente faceva parte di una “cellula di attacco”, fu chiesto cosa accadeva quando si esaurivano gli obiettivi, esempio: se l’IDF inizia a colpire le case di attivisti di secondo livello di Hamas quando avevano terminato di distruggere quelle degli attivisti di primo livello. Il soldato ha risposto così:

“Sicuramente. Vedete, il combattimento ha inizio con un elenco preciso di obiettivi, elaborato nel tempo; ci sono anche unità con il compito di segnalare in tempo reale i nuovi bersagli. Quando questi iniziano ad esaurirsi, allora s’inizia a colpire obiettivi con maggiori danni collaterali, e si fa sempre meno attenzione a questi. Ma c’è anche tutta una serie di sforzi volti a raccogliere informazioni specifiche per stabilire i nuovi obiettivi, come, ad esempio, le aree utilizzate per il lancio di missili o colpi di mortaio contro Israele, statistiche sui luoghi da cui siano stati lanciati i razzi e sparati i colpi di mortaio. Le coordinate vengono stabilite in modo piuttosto preciso e si utilizzano per capire dove è probabile che sia un’infrastruttura di lancio di razzi. E poi alla fine uno dice: “Ok, ora colpiremo quel pezzo di terra, perché ogni mattina alle 7.00 da lì vengono sparati colpi di mortaio”

Dopo nove giorni di attacchi di artiglieria sulla Striscia di Gaza, arrivarono le truppe di terra. Testimonianze indicano che ogni brigata di fanteria era accompagnata da un battaglione di carri armati, un battaglione del genio e diversi bulldozer D9, e avevano a disposizione mezzi di artiglieria e un costante servizio di ricognizione comunicato agli ufficiali a terra attraverso una cellula di supporto. I soldati raccontano che alle truppe di terra fu ordinato di uccidere chiunque si trovasse nel raggio d’azione. Prima di entrare nelle case palestinesi, un carro armato sparava un colpo in modo da creare una breccia, oppure i soldati usavano un lanciarazzi portatile. In questo modo, chiunque fosse stato ancora all’interno di quelle case, non sarebbe stato più in grado di sorprendere i soldati. Una volta dentro, qualsiasi movimento sarebbe stato considerato sospetto.

Molti soldati raccontano che all’inizio ci furono alcune divergenze su quali comportamenti assumere quando si entrava nelle case palestinesi delle zone occupate. Nei rapporti degli ufficiali, ai soldati venivano date istruzioni precise di non sporcare o saccheggiare, e alcuni discussero sul fatto che non dovevano dormire sui materassi e usare le cucine per fare il caffè. Alcuni non erano d’accordo:

“Questo è come la penso io: immaginiamo questa famiglia che torna alla sua casa e la trova completamente distrutta: finestre rotte, pavimenti divelti, i muri colpiti dalle granate. E dice ‘Oh guarda! Quei figli di puttana si sono anche mangiati i nostri biscotti, incredibile!’. Non esiste! Non gli importerebbe proprio niente se qualcuno avesse mangiato il suo cibo o usato la sua cucina. E’ una grande idiozia, secondo me. E credo che non sia un dilemma per nessuno.”  

“Molti altri iniziarono a capire che i dilemmi etici contenuti nei rapporti degli ufficiali non erano che una farsa: sapevamo che stavamo per entrare in una casa, avremmo agito bene anche da soli, senza nessuna raccomandazione; e poi ogni volta arrivava un bulldozer D9 e spianava la casa. Capimmo subito che ogni volta che entravamo in una casa, poi sarebbe arrivato un D9 a raderla al suolo. Ciò che caratterizzava in modo particolare l’area dove eravamo, era che da essa c’era un vista completa dell’intera zona di confine Israele/Gaza e anche di alcune città israeliane di confine. Nelle zone meridionali e in parte orientali di Juhar ad-Dik, capimmo presto che non sarebbe rimasta in piedi nessuna delle case…A un certo punto capimmo che era uno schema fisso: entri in una casa, lasci quella casa e poi quella casa sarà distrutta; dopo due o tre case capisci subito che quella è la regola. Arriva il D9 e la rade al suolo.”

E’ la dottrina Dahiya in azione, che deve il suo nome alla zona di Beirut che Israele ridusse in polvere nel 2006. Secondo Gabi Siboni dell’Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale di Tel Aviv, l’IDF ha bisogno di agire in fretta e in modo determinato, e con una forza che è sproporzionata alle azioni e alle minacce del nemico. Lo scopo di questa rapida risposta è quello di infliggere un tale danno fisico e psicologico da richiedere un lungo processo di ricostruzione. Gli attacchi devono avvenire il più rapidamente possibile e hanno come priorità quella di danneggiare più strutture possibili, e non individuare e colpire il singolo lanciatore.

Secondo il Rapporto Goldstone 2009 sull’Operazione Cast Lead a Gaza, l’essenza della dottrina era “distruzione diffusa come deterrente”. Alcuni soldati raccontano dell’effetto “day after”:

“Parte della strategia militare – quello che chiamano l’effetto ‘day after – è che quando colpiamo e radiamo al suolo un’area, possiamo letteralmente sterilizzarla. Per tutto il tempo dei combattimenti, abbiamo bene a mente quest’ immagine del ‘day after’, cioè che quando abbandoneremo l’area (la Striscia di Gaza), più aree saranno “ripulite” (o meglio rase al suolo) e meglio sarà. Si decide una certa fascia – per esempio nell’Operazione Cast Lead era una linea di 300 metri dalla recinzione di confine – e la si rade al suolo completamente, qualsiasi cosa ci sia sopra: piante, case, pompe di benzina, ecc. Tutto sarà distrutto, perchè siamo in guerra e ci è permesso di farlo. In guerra tutto è permesso…tutto all’improvviso sembra sensato, anche se non lo è affatto. Avevamo alcuni bulldozer D9 nel nostro battaglione e posso confermare che da soli quei D9 hanno distrutto centinaia di strutture. E’ nel rapporto di missione. Alla fine noi abbiamo distrutte alcune altre strutture. Ovviamente, c’era di tutto e tutti hanno contribuito, ma il lavoro più grosso lo hanno fatto i D9, senza sosta. Qualsiasi cosa che appariva sospetta, o soltanto per spianare la strada, o per qualche altro motivo, la buttavano giù. Quella era la missione.”

Un altro soldato racconta l’ultima ora prima della tregua:

“C’era una tregua umanitaria che entrava in vigore alle 6 del mattino. Ricordo che ci dissero alle 05.15: “Ragazzi, si va in scena”. La precisione della forza aerea fu incredibile. Il primo attacco fu alle 05.15 precise e l’ultimo alle 05.59’59”. Da non credere: un bombardamento continuo dell’area ad est di Beit Hanoun…fuoco non-stop. Credetemi, letterale non stop. Tutta l’area di Beit Hanoun ora è un mucchio di rovine.”

Q: Mentre lasciavate l’area, cosa avete visto?

A: Quando andammo via era ancora tutto intatto. Ci fecero lasciare Beit Hanoun prima ancora del cessate il fuoco e degli attacchi aerei.

Q: E quando siete tornati, dopo gli attacchi aerei, cosa avete trovato?

A: Niente, assolutamente niente. Niente di niente. Come nella prima scena di “Il Pianista”. C’è quella famosa foto che si vede spesso nei viaggi in Polonia, con Varsavia prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. La foto mostra una zona del cuore di Varsavia, la classica bella città europea; e poi lo stesso luogo come appariva alla fine della guerra. E’ lo stesso identico luogo, solo che resta in piedi solo un casa e tutto il resto è un mucchio di rovine. Ecco cosa ho visto.

Neve Gordon è autore di  Israel’s Occupation e di ‘The Human Right to Dominate‘ (insieme a Nicola Perugini, pubblicazione in Giugno 2015). Questo articolo è apparso nel London Review of Books.

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2015/05/05/the-idfs-new-tactics/

5.05.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

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