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“ti ringrazio per non avermi mai capito, poiche’ da questo ho imparato tutto” (S. Kierkegaard)

1.

Il termine comunicazione ( Abbagnano) designa il carattere specifico dei rapporti umani in quanto sono, o possono essere, rapporti di partecipazione reciproca o di comprensione. Dunque, il termine risulta sinonimo di “coesistenza” o di “vita con gli altri” e indica l’insieme dei modi specifici con cui la vita umana puo’ atteggiarsi. “E’ con tutta la propria organizzazione sociale e quindi con tutto il proprio comportamento, che l’uomo comunica “( F. Rossi Landi). Essere, afferma M. Bacthin, significa comunicare, significa essere per l’altro, e attraverso l’altro, per se’. La vita per sua natura e’ dialogica, “vivere significa partecipare a un dialogo”. La comunicazione e’ una prerogativa del vivente e si puo’ dire che vita e comunicazione coincidono, che la comunicazione non e’ nulla di diverso dal processo stesso della riproduzione sociale. (E per riproduzione sociale s’intende, “l’insieme di tutti i processi per mezzo dei quali una societa’ sopravvive, accrescendosi o almeno continuando a sussistere”, F.R.Landi). I sistemi segnici, di cui il linguaggio verbale e ‘ solo una parte, sono il motore della riproduzione sociale e allo stesso tempo vengono prodotti, scambiati e consumati in questa. La comunicazione pertanto, non e’ riducibile al modello del pacco postale: al passaggio d’informazione da un emittente a un ricevente in base ad un codice ( secondo un modello della comunicazione astratto ed applicabile alle macchine).

2.

Se vita e comunicazione coincidono, l’estensione dei rapporti di mercato all’intero ambito della riproduzione sociale assegna alla comunicazione una nuova rilevanza: La comunicazione oggi si identifica con la produzione nel senso che il processo di produzione avviene sotto forma di processo comunicativo e lo stesso consumo si presenta in termini di comunicazione. Il consumo e’ soprattutto consumo di comunicazione. Le merci sono messaggi e i messaggi sono essi stessi merci (A. Ponzio). Dal momento che “tutte le operazioni della pratica sociale, nella loro stessa essenza, sono operazioni segniche”, “ la produzione” (di valore di scambio) che arriva a trattare come materia prima le relazioni sociali, il sapere, la cultura, tende ad assumere la forma del controllo sociale, del controllo sulle dinamiche della socializzazione e in ultima istanza la forma del comando sulla comunicazione. In questo scenario, la “classe dominante” e’ “la classe che possiede il controllo dei codici e della produzione, circolazione e interpretazione dei messaggi che con quei codici si possono costruire.” (F.R.landi)

La conversione di tutto il tempo di vita in tempo produttivo rende la comunicazione un lavoro senza fine. Nella forma sociale capitalistica la comunicazione e’ produttiva anche e’ soprattutto quando si da’ come riproduzione, sia pure in forme nuove ed inedite , di un rapporto sociale che subordina la vita delle persone alla produzione di merci, che trasforma ogni attivita’ umana in lavoro e la vita quotidiana in una giornata lavorativa di 24 ore su 24. Lo sviluppo tecnologico attuale fatto di telematica, automazione e informatizzazione del corpo sociale puo’ essere definito anche nei termini un ‘accentuarasi della “composizione organica della societa’ ” .
“… la forma della fabbrica si sviluppa e si pone oggi in termini sociali, e cioe’ in termini di unificazione, organizzazione, disciplinarizzazione del lavoro socialmente diffuso. La costituzione di questo processo unitario – ed esteso quanto e’ estesa la societa’ – e’ divenuta possibile per il fatto che la societa’ e’ resa completamente trasparente dai flussi di comunicazione. E’ attraverso i canali della comunicazione che la produttivita’ sociale viene risucchiata e il sapere collettivo messo a disposizione della produzione. Tanto piu’ quanto questo sapere e’ alternativo, di base, spontaneo: tanto piu’ se esso e’ il frutto del “rifiuto del lavoro” di fabbrica. Bisogna ormai rappresentare la societa’ come un libero insieme di flussi di comunicazione che rappresentano posizioni e figure del lavoro sociale: ora, il potere vuole organizzarli, ridurli a una propria disciplina, assorbirli e riprodurli come informazione. In cio’ consiste lo sfruttamento, oggi. Di conseguenza, la nuova forma di organizzazione e di liberazione proletaria deve passare attraverso a riappropriazione della comunicazione sociale. Il problema delle lotte contro lo sfruttamento oggi e’ quello della lotta contro l’esproprio della comunicazione e l’organizzazione capitalista dell’informazione. “ (da L’Orda d’Oro, N. Balestrini-P.Moroni)

-Siamo tutt@ una fonte di dati per i device del sistema:

“ il predatore e la preda hanno un bisogno vitale d’informazioni l’uno sull’altro,e l’uno e l’altra hanno un bisogno vitale di non emettere alcuna informazione per l’altro: l’uno e l’altra cercano di dissimularsi l’un l’altro, il primo per avvicinare la preda senza allertarla, la seconda per sfuggire alla percezione del suo predatore. Cosi’ la competizione fra’ individualita’ intelligenti comporta una battaglia informazionale, dove si tratta di estrarre il massimo d’informazione sul nemico, emettendo nel contempo, al suo incontro, un insieme confuso di rumori e di false informazioni” (E. Morin)-

Da quando la “scienza primaria” della mercificazione generale, cioe’ la la trasformazione del lavoro in merce, si e’ estesa a tutta l’esistenza sociale nulla si sottrae alla possibilita’ di essere comunicato come merce . Nell’ambito della riproduzione della vita come forza-lavoro, la tendenza alla “comunicazione totale” si presenta come la tendenza al mercato totale: possibilita’ di trasformazione in merce di qualsiasi cosa.

“I processi lavorativi sono comportamenti cioe’ forme determinate della pratica sociale, ma non tutti i comportamenti sono processi lavorativi. C’e’ una zona di comportamenti “non-produttivi” ma se si considera che la “riproduzione sociale” e’ sempre anche segnica questa distinzione perde il suo senso (…) Anche quando non abbiamo un comportamento che e’ processo lavorativo nel senso comune e ristretto del termine, c’e’ qualcosa che viene comunque prodotto o riprodotto: i segni a qualsiasi livello di elaborazione. Cosi’ per esempio, quando invece di produrre un bene lo si scambia come merce, si stanno tuttavia producendo i segni che fanno di un mero bene una merce, cioe’ qualcosa che appartiene al sistema segnico non-verbale del mercato.” (F.R.Landi)

Scrive Marx, un maestro di scuola e’ un lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini, ma se si logora di lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola. Che questi abbia investito il suo denaro in una fabbrica d’istruzione invece che in una fabbrica di salsicce, non cambia nulla alla relazione.

Milton, che scrisse il “Paradiso perduto”, era per esempio un lavoratore improduttivo; ma lo scrittore che fornisce lavoro di fabbrica al suo editore e’ un lavoratore produttivo. Milton creo’ il suo poema al modo stesso che il baco da seta genera la seta, cioe’ come estrinsecazione della sua natura; poi vendette per 5 sterline il suo prodotto e cosi’ divenne trafficante di merci. Ma il letterato-proletario di Lipsia che produce libri (per esempio, compendi di economia politica) su comando del proprio editore si avvicina ad essere un lavoratore produttivo nella misura in cui la sua produzione e’ sottoposta al capitale e ha luogo al solo fine di valorizzarlo. Una prima-donna che canta come un uccello e’ una lavoratrice improduttiva; nella misura in cui vende per denaro il suo canto, si trasforma in salariata o in trafficante in merci. Ma la stessa cantante che un impresario ingaggia perche’ lei canti e lui ci guadagni sopra, e’ una lavoratrice produttiva, perche’ produce direttamente capitale.

Oggi, lo sviluppo tecnologico, ha ampliato i limiti entro i quali il lavoro “immateriale” puo’ avere come risultato merci che hanno un’esistenza indipendente dal produttore”, ad es., nel caso di libri, quadri, oggetti d’arte in generale ( ma aggiungiamo cd musicali, video, software etc). Questi prodotti del lavoro “immateriale” possono circolare come merci “in quanto distinti dalla prestazione artistica di chi li scrive, dipinge o crea”. E quando ancora “il prodotto e’ inseparabile dall’atto del produrre” si viene ingaggiati ad intermittenza a secondo le esigenze delle imprese committenti. Che “l’atto produttivo” non venga direttamente, cioe’ immediatamente sottoposto all’organizzazione capitalistica del lavoro, ma che dipenda dalla libera creativita’ del produttore non cambia nulla alla sostanza della relazione di sfruttamento.

L’ estensione del comando capitalistico su ogni aspetto della riproduzione sociale , la trasformazione di “aree-non-lavorative” in riproduzione di forza-lavoro, non liquida automaticamente tutte le attivita’ umane che resistono e provano a sottrarsi a questa subordinazione e neppure annullano ogni distinzione tra lavoro e “non-lavoro”. L’unico significato della vita non e’ il lavoro . Nell’utopia capitalistica di una “societa’ senza crisi” (cioe’ senza lotta di classe), priva di “imperfezioni” e “dematerializzata” non c’e’ posto per la “materia”. Ma, se non si ha un concetto di “materia” povero e’ chiaro che la “materia” e’ tutto cio’ che resiste, che non si piega, almeno non senza lottare, alla sua trasformazione totalitaria in lavoro.
Del resto, il lavoro non coincide, se non per uno strato ristretto di lavoratori, “ontologicamente” con la forma della “manifestazione personale” o e’ tale solo per per una moltitudine di “individui astratti”. L’individuo concreto, “l’individuo contingente”, e’ un salariato, un disoccupato, un precario, un cassintegrato, forza-lavoro che deve scambiare a tutti i livelli “la sua creativita’” con la sopravvivenza.

“Quando il pensiero contemporaneo celebra nel lavoro il luogo per eccellenza dell’integrazione sociale e della realizzazione di se’, non distingue le funzioni (assicurare il legame sociale, permettere la realizzazione o l’espressione dell’individuo) dal sistema che permette tali funzioni, in un momento dato di esercitarsi… eppure questa distinzione e’ fondamentale, e farla perette di affermare che il lavoro non e’ una categoria antropologica, quindi un’invariante della “natura umana” o di civilta’ caratterizzate dalle stesse rappresentazioni. Il lavoro e’ una categoria profondamente storica la cui invenzione si e’ resa necessaria in una determinata epoca…
… oggi, il lavoro si e’ caricato di tute le energie utopistiche che su di esso si sono fissate nel corso di due secoli. E’ “magico”, nel senso che esercita su di noi un fascino di cui siamo prigionieri… La posta in gioco e’ quella di riuscire a superare questa tappa storica del “tutto e’ lavoro” senza con cio’ ricadere nelle forme regressive di cui il lavoro in parte ci ha liberato…
Omogeneizzare la nozione di lavoro e farne un concetto univoco, cancella quasi del tutto non tanto la diversita’ dei lavori concreti, quanto il rapporto estremamente diversificato con il tempo al quale i diversi tipi di lavoro portano. Ogni tipo di lavoro, di statuto, di contratto, di posizione sociale implica un proprio accesso al tempo: razionato per gli uni, totalmente dipendente, identico al corso stesso della propria vita per altri. In quanto la sua utilizzazione ci porta a due gravi errori – credere che il campo del lavoro sia piu’ ampio di quello dell’impiego e credere che esso venga percepito in maniera identica da ciascuno- non dovremmo piu’ usare oggi il termine “lavoro” se non con molta prudenza. Ormai significa troppo e non ci e’ piu’ utile. Esso nasconde, dietro l’apparente unita’, rapporti differenti con il tempo, e in particolare con il tempo autonomo, cioe’ il tempo libero, nel senso aristotelico: libero per belle azioni, fonte di ricchezza allo stesso titolo della produzione…” (Dominque Mèda)

4.

La comunicazione in quanto lavoro vivo non e’ solo sfruttamento, e’ anche capacita’ di trasformazione, di inventiva, di innovazione, di rivalorizzazione delle relazioni umane e i modelli delle sue progettazioni non necessariamente sono quelli dell’ideologia dominante. Da questo punto di vista, comunicare non significa solo trasmettere e/o scambiare informazioni o saperi e conoscenze ma anche e soprattutto ricostruire e/o modificare ed alterare la societa’. Significa mettere in discussione l’autonomizzazione dei rapporti di produzione dagli agenti della produzione, il dominio delle condizioni della produzione sui produttori, quell’autonomia del sistema produttivo informazionale e linguistico da noi che siamo la sua “materia prima”.

La “comunicazione come produzione, scambio e consumo” di merci-messaggi e di messaggi-merce, lavora per la riproduzione allargata della forma sociale capitalistica che viene presupposta come un dato extrastorico. La “comunicazione come lavoro vivo” invece, e’ un processo collettivo in cui la forma sociale dominante e’ trattata come un dato storico e nella quale si producono alterazioni della “realta’”. Questa forma di comunicazione puo’ essere intesa come una “interazione senza convenzioni in cui i soggetti della comunicazione, gli oggetti che fanno da referenti e le cose da comunicare, come pure gli stessi codici e convenzioni sociali, e i valori, i programmi, i modelli della comunicazione non sono gia’ dati, autonomamente dal processo di comunicazione sociale in atto ma, vengono ri-costituiti in esso” (A. Ponzio).

5.

L’introduzione e il successo sociale delle nuove tecnologie della comunicazione e’ avvenuto in un contesto storico determinato. Automazione, reti di macchine per comunicare, informatizzazione del corpo sociale hanno permesso al capitale di governare la fuga del lavoro dalla grande fabbrica. Con la creazione di una rete-infrastruttura di comunicazione altamente sofisticata e capillarmente innervata nel sociale il capitale ha potuto comandare produttivamente la decostruzione operaia di un modello di accumulazione caratterizzato da una concentrazione spaziale e gerarchica della forza-lavoro. L’istituzionalizzazione sociale delle nuove tecnologie della comunicazione ha oggettivamente consentito al capitale di coordinare-organizzare-comandare in tempo reale unita’ produttive delocalizzate, frammentate e decentrate e di ricombinare in maniera produttiva e flessibile differenze territoriali, culturali, istituzionali, di costo e qualita’ del lavoro, e infine di catturare la stessa comunicazione “improduttiva” (per il padrone) della classe auto-dissoltasi nel sociale.

La potenza delle reti di comunicazione globale ha offerto al Capitale la base tecnologica per rincorrere il lavoro vivo che si smarcava da vincoli spaziali e produttivi rigidi e soffocanti, di rendere “produttiva” (di valore di scambio) quella fuga di massa, esponenziale, verso la liberta’ dal lavoro di fabbrica. Non a caso, le nuove macchine per comunicare e la loro infrastruttura, la “rete”, hanno fornito la base tecno-ideologica per realizzare pienamente la potenza volatile del capitale finanziario, che oggi rappresenta la forma adeguata dell’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dall’attivita’ umana.

La specifica tendenza del modo di produzione capitalistico che, come afferma Marx, consiste nella mobilita’ del capitale e nella variabilita’ della forza-lavoro, esprime l’essenza del capitale che in quanto valore e’ indifferente ad ogni forma determinata del valore d’uso. Questa tendenza si e’ realizzata anche dal punto di vista tecnologico. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono lo strumento che hanno permesso al Comando di dispiegare intensificandolo il suo movimento di astrazione dalle condizioni immediate della produzione, dai bisogni dei produttori e dai valori d’uso, che e’ appunto la sua “tendenza assiomatica”. Come sottolinea Marx, un “capitale fisso” inchiodato alla sua esistenza determinata (sistema di macchine) di valore d’uso non e’ adeguata al concetto del capitale. Il valore infatti e’ l’apriori oltre che della riduzione delle relazioni sociali a lavoro anche della stessa “ragione tecnica”.

Lo sviluppo tecnologico avviene sempre all’interno di una concreta situazione sociale e non esiste quella che si dice una “intrinseca razionalita’ tecnologica” che si autoevolve indipendentemente dalle contraddizioni sociali e dalla lotta di classe. Oggi si celebra, come fosse una nuova versione della “provvidenza cristiana” o dello “spirito del mondo”, l’evoluzione delle macchine per comunicare quasi che tra di esse e’ il loro uso non si interponesse una specifica grammatica del potere sociale. Si dimentica facilmente che lo sviluppo e la diffusione sociale della tecnologia informatica e’ innanzitutto legata a cambiamenti della struttura produttiva di valore. Ma proprio per non disconoscere la natura ambivalente di questa tecnologia nella prospettiva dell’emancipazione umana sarebbe necessario comprenderne la genesi sociale e la funzione ideologica.
Diversamente, per quanto in modo sempre piu’ raffinato e complesso, si riduce la storia del cambiamento sociale a quella dell’evoluzione tecnologica (suppostamente autonoma), ad identificare “rivoluzione sociale” e “rivoluzione tecnologica”.

“Di fronte all’intreccio capitalistico di tecnica e potere, la prospettiva di un uso alternativo delle macchine non può, evidentemente, fondarsi sul rovesciamento puro e semplice dei rapporti di produzione (di proprietà), concepiti come un involucro che a un certo grado della espansione delle forze produttive sarebbe destinato a cadere semplicemente perché divenuto troppo ristretto: i rapporti di produzione sono dentro le forze produttive, queste sono state “plasmate” dal capitale. È ciò che consente allo sviluppo capitalistico di perpetuarsi anche dopo che l’espansione delle forze produttive ha raggiunto il suo massimo livello.”

6.

Prima viene la comunicazione globale come ideologia della comunita’ scientifica e delle imprese e poi la rete informatica in grado di tradurla in pratica. Contrariamente a quanto la suggestione ci fa credere l’ideologia delle reti e’ anteriore a quella che viene convenzionalmente definita “rivoluzione dell’informazione”. (Armand Matterlart-2001) . Scrive Philippe Breton, “il messaggio principale, forse perfino l’autentico messaggio, che i media veicolano oggi e’ l’importanza della comunicazione come valore centrale intorno al quale la societa’ e’ obbligata ad organizzarsi. Questo messaggio assume sempre piu’ una forma imperativa: bisogna comunicare, qualunque sia il contenuto! (…) ricorrono tutte le condizioni affinche’ la pressione esercitata dai media divenga davvero invisibile, cio’ che costituisce dopo tutto il vero marchio dell’ideologia…” “(…) l’uomo ha sempre comunicato. Ma oggi, per parafrasare una formula comune, l’uomo non comunica piu’ per vivere, ma vive per comunicare. La differenza e’ tutta li’.(…)

Attorno al tema della comunicazione ha preso forma un’autentica “ideologia, vale a dire un sistema coerente di rappresentazione che ci fa percepire i fatti rappresentati come “reali”. Questa ideologia fa dell’azione del comunicare” una delle finalita’ essenziali della nostra societa’. L’ideale moderno della “comunicazione” poggia su tre trasformazioni radicali, vale a dire l’ideale di un “uomo nuovo”, un’ideologia alternativa alle ideologie politiche tradizionali e, infine, il progetto utopico di una “nuova societa’”(…)

La comunicazione prende la forma di una “forza coesiva” di un’ideologia sociale il cui “spirito egualitario” ( le nuove tecnologie dell’informazione offrono a tutti le stesse opportunita’ d’uso e di parola) sostituisce la lotta violenta fra le classi. La comunicazione e’ presentata come il rimedio a tutti i mali che affliggono la societa’. Si e’ cosi’ stabilita una correlazione tra crisi del “legame sociale” e ascesa della comunicazione intesa come utopia: ” E’ una rivoluzione (l’economia legata alla rete) in mano a chi non ha capitali accumulati in precedenza, ma conta sulla fantasia, la liberta’, il coraggio, l’intelligenza, doti che anche i poveri possono avere…si ha il vantaggio che oggi davanti al boom della tecnologia, non esistono classi, e quando esistono sono legate alla conoscenza e non piu’ alle ricchezze precedenti… internet e’ la rivoluzione, non ha padroni, appartiene a tutti, e’ una macchina fantastica per produrre reddito (profitto?), ricchezze, soddisfazioni (Roberto Soru fondatore di Tiscali).”

Sicuramente la “rivoluzione tecnoscientifica”, lo sviluppo presente delle macchine elettroniche ha comportato una “rivoluzione”, e cioe’ che la comunicazione possa realizzarsi anche nell’ambito dell’inorganico e non soltanto nel mondo della vita. La macchina infatti, risulta idealmente costituita da due parti: da una parte materiale in senso fisico e da una parte che, invece, e’ linguaggio, ovvvero da una parte hardware e da una parte software (risorsa o capitale immateriale). Tanto la produzione delle macchine che il loro uso effettivamente comporta una crescita di linguaggi di cui il lavoratore deve necessariamente appropriarsi. Ma le “macchine intelligenti” presuppongono e richiedono anche “lavoro supplementare”, una “formazione permanente”, la capacita’ del lavoratore di ri-adattarsi continuamente ai nuovi linguaggi collegati alle macchine. (A. Ponzio)

Si tratta sempre di lavoro, e rimane lavoro anche se questa intensificazione dello sfruttamento sembra eterea. E’ lavoro con tutto il suo carico di controllo sociale e di ideologia funzionale al padrone, anche se le vecchie ideologie vengono sostituite dall’utopia di una società senza crisi e senza imperfezioni, perché la produzione cosi’ il consumo sembrano non contenere valori d’uso concreti; “dall’utopia di una società immateriale dove la materia sia qualcos’altro, di sporco ed impuro di per se stesso.” E, dove si prefigura “nientemeno che la costituzione di una societa’ astratta (astratta dalla societa’) dove spettatori astratti consumerebbero astrattamente degli oggetti astratti.”
Con questo, sarebbe ottenuta la coincidenza, tanto desiderata, tra l’ideologia e il reale.

-quando il sistema puo’ fare a meno della realta’, e’ la realta’ che puo’ fare a meno del sistema-

La comunicazione come ideologia (l’ideologia della comunicazione) e’ funzionale alla dissociazione di tecnica e potere mentre il rapporto sociale capitalistico “si nasconde” dentro le “esigenze tecniche”, dentro una razionalita’ tecnologica “oggettiva”.

“La formazione (a “rete”) del moderno capitalismo, che sulla base delle tecnologie informatiche ha saputo sviluppare un modello decentrato di produzione ha significato un ruolo diverso della grande unita’ produttiva che non e’ piu’ l’unico terminale da cui tutto si emana. Le caratteristiche assunte dal modello produttivo incentrato sull’informatica e la telematica, il grande dislocamento spaziale della produzione -, il fatto che ogni lavoro e’ sussunto nella logica della valorizzazione – e per questo atomizzato in un punto qualsiasi del territorio con enormi difficoltà di comunicazione fanno si’ che non esista una figura ricompositiva tourt court.
Ogni lavoro è essenziale per la riproduzione del comando. La macchina è così complessa che accoglie in sè ingranaggi tanto potenti quanto fragili, significa che qualsiasi segmento del lavoro sociale che entra in lotta può contare sull’effetto trascinamento rispetto agli altri.”
La ricomposizione di classe non sta’ nella centralita’ di figure lavorative particolari ma piuttosto nella comunicazione che ognuna delle innumerevoli e frastagliate figure del lavoro sociale riesce a stabilire con le altre,: ad innescare un processo di riappropriazione delle relazioni sociali.

7.

L’Unione Europea nel 2000 con “l’Agenda di Lisbona” (dopo il suo fallimento: “Europa 2020”) con l’intento di rilanciare la sua competitivita’ economica a livello globale ha puntato sulla conoscenza come fattore chiave per promuovere nuove forme di produzione (innovazione) e sulla conoscenza come prodotto, come merce sulla quale competere. L’UE parla di “economia e societa’ della conoscenza” promuovendo un uso strumentale del sapere nelle sue diverse declinazioni come “scienza”, come “informazione” (legata alle reti tecnologiche e informatiche), come “competenza e come “capacita’” (intese come conoscenze pratiche specifiche).

Perche’ “la societa’ della conoscenza”? Vari studi dimostrano che ormai fino al 40% della crescita della produttivita’ della manodopera viene generata da spese di Ricerca&Sviluppo. Si stima inoltre che fino al 30% della popolazione attiva in avvenire lavorera’ direttamente alla produzione e diffusione della conoscenza sia nelle industrie manifatturiere che nei servizi, nel settore finanziario o nelle “industrie creative”. (Relever le défi. La stratégie de Lisbonne puor la croissance et l’emploi. Rapport du groupe de haut niveau présidé par M.Wim Kok, nov. 2004).

Tele-comunicazione, automazione della produzione, potenziamento delle reti di trasporto di energia, merci e persone… Sviluppo della comunicazione anche come “capacita’ di muoversi e agire in un ambiente complesso ad alta intensita’ tecnologica informativa; capacita’ di contatto e organizzazione. Da qui la promozione della societa’ dell’informazione e dell’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’apprendimento, nel lavoro e nella vita privata…Tutto cio’ comporta la considerazione dell’istruzione e della formazione in termini di “investimento in capitale umano per accrescere la “competitivita’”, di “valorizzazione della risorsa umana per il profitto. Questa visione ideologica della formazione comporta la riduzione dell’essere umano a mezzo, “risorsa” da sfruttare. “Investire nell’immateriale” e’ investire nell’intelligenza, nella cultura e nella formazione in funzione del profitto. In questa prospettiva “innovazione” (riferita al mercato) e “competizione” sono strettamente intrecciate nel pieno rispetto della logica capitalistica.

La Commissione Europea scrive che “la societa’ del futuro sara’ una societa’ conoscitiva”. Che significa “societa’ conoscitiva”?
Una societa’ in cui “la posizione di ciascuno nello spazio del sapere e della competenza sara’ decisiva; una societa’ in cui i rapporti interumani dipenderanno dalle conoscenze e competenze di ciascuno, dal contributo delle competenze alla produttivita’ e alla competitivita’ globale. Il valore delle persone nei rapporti sociali sara’ relativo alla posizione da esse assunta nello spazio del sapere e delle competenze. La riduzione dei rapporti umani a “rapporti conoscitivi”, cioe’ basati sulla posizione di ciascuno nell’ambito delle conoscenze e competenze, significa la negazione di ogni alterita’ rispetto alle identita’ funzionali alla comunicazione-produzione. Il valore delle persone e’ misurato sulla capacita’ di inventare e proporre su mercati competititivi “merci molto desiderate” (A.Ponzio).

” il rapporto fra la conoscenza ed i suoi fornitori ed utenti tende e tendera’ a rivestire la forma di quello che intercorre fra la merce ed i suoi produttori e consumatori, vale a dire la forma valore. Il sapere viene e verra’ prodotto per essere venduto, e viene e verra’ consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per essere scambiato. Cessa di essere fine a se stesso e perde il suo “valore d’uso”. E’ noto come negli ultimi decenni il sapere sia divenuto la principale forza produttiva… Nella sua forma di merce-informazione indispensabile alla potenza produttiva, il sapere e’ gia’ e sara’ sempre piu’ una delle maggiori poste, se non la piu’ importante, della competizione mondiale per il potere. (J.F. Lyotard)

8.

L’ambiente reale e’ troppo grande e complesso, attraversato da tali e inumerevoli mutamenti e combinazioni di eventi che sfugge al nostro campo visuale individuale ed e’ difficile se non impossibile che si riesca a farsene una conoscenza diretta. Bisogna affidarsi a dei “modelli di realta’” o dei “frame cognitivi”, ad una ragnatela di significati, che ci aiutano a padroneggiare, a semplificare e controllare la complessita’ dell’ambiente che ci circonda. Gli “schemi interpretativi” orientano la nostra azione, i nostri comportamenti nella vita quotidiana. Questi “frame cognitivi” oggi non sono piu’ tanto forniti dall’apparato culturale tradizionale ( scuola, famiglia, posizione lavorativa) quanto dai media. In questo senso i media non deformano la realta’ ma nell’atto stesso in cui informano interpretano e trasformano la realta’ . Essi non “manipolano” l’immagine della realta’ ma la plasmano. In questo contesto, la comunicazione si presta a diventare uno strumento tecnico di semplificazione del caos e della varieta’ sociale, una tecno-logia di astrazione del processo sociale.

Qualunque tipo di interazione comunicativa si svolge all’interno di una “situazione”, richiede cioe’ un frame o una cornice meta-comunicativa in grado di conferire uno specifico senso e significato ad un flusso di eventi. La possibilita’ da parte di un soggetto o istanza sociale di definire il frame dominante del processo comunicativo corrisponde al potere di definire la situazione sociale, di “fabbricare” cioe’ quello che verra’ ritenuto “reale” e che sara’ reale nelle conseguenze.

Non c’e’ comunicazione se non all’interno di un frame o di un contesto in cui il contenuto della comunicazione puo’ venir interpretato. Il frame e’ una cornice, lo schema interpretativo attraverso il quale le situazioni e le attivita’ che in esse si realizzano ricevono una definizione, diventano significative. E’ uno schema di comprensione che “incornicia” le varie situazioni sociali dando loro senso. Da questo punto di vista, la comunicazione innanzitutto, non trasmette un messaggio ma un senso, un implicito non discorsivo senza del quale nessuna frase o messaggio avrebbe un significato. Il frame e’ cio’ che da’ significato alle parole; le incornicia, le inquadra, pertanto nell’analizzare l’interazione comunicativa bisogna tener conto sia del contenuto sia del messaggio che del contesto o frame della comunicazione in cui il contenuto viene interpretato.
Attraverso il framework, il “lavoro d’inquadramento”, che e’ anche un processo di continua “negoziazione”, gli eventi diventano significativi, comprendiamo “dove ci troviamo”, “cosa sta’ succedendo”… A questa comprensione sostenuta intersoggettivamente, adattiamo le nostre azioni.

Come afferma E. Goffman, “presumibilmente una “definizione della situazione” puo’ esser trovata sempre, ma quelli che si trovano nella situazione normalmente non creano questa definizione, anche se si puo’ dire che la societa’ lo fa spesso; comunemente tutto cio’ che fanno e’ valutare correttamente la situazione per poi agire in modo appropriato.”
Per cosi’ dire il margine (rim) del frame e’ visibile solo a quelli che sono consapevoli della sua costruzione. L’individuo e’ tale in quanto elemento di un insieme sociale sessuale, etnico, linguistico, culturale, di classe. E ciascuno di questi “insiemi”, che lo fanno sussistere come individuo, prevede programmi sociali di comportamento piu’ o meno rigidi a cui l’individuo deve attenersi e attraverso i quali e’ riconosciuto e confermato come individuo di una certa classe o genere. Solo il frame o il contesto dell’interazione puo’ dirci qualcosa sul contenuto della comunicazione, ovvero su quale realta’ prospetta. Il messaggio acquista significato solo nell’atto comunicativo ma, dentro il frame specifico che determina l’ordine e il significato del discorso e che non e’ determinato solo dal gioco delle sue parti. Non “vedere” i margini del frame significa precludersi quella zona dove le lingue si incrociano e si contaminano, dove una molteplicita’ di forme differenti di di vita si intersecano e dove la gerarchia dei valori sociali dominanti e’ fragile.

Il frame “realta’” per parafrasare Goffman e’ un enorme “fabbricazione”, risultato della pratica sociale, del lavoro svolto dagli uomini in societa’, essa adopera come materiale gli uomini stessi e la natura gia’ trasformata dagli stessi nel corso della storia: Questa “fabbricazione suprema” dimentica volentieri di essere il risultato di un processo storico e non un fatto “oggettivo” dato da sempre. Non vedere i margini di questa “fabbricazione” orientata da forze sociali secondo un’ideo-logica economica, induce a trattare e vivere questa “realta socialmente e storicamente costruita” come natura. Questa oggi e’ la natura da umanizzare.

Le “vittime” di una fabbricazione considerano la “fabbricazione” stessa come “la realta’”, sono “contenuti”. Essi non vedono i margini del frame, ci sono dentro. All’interno di questa immensa “fabbricazione” il dilemma vero/falso nella comunicazione, diventa relativo. Cio’ che e’ importante e’ “l’ordine della comunicazione” definito dal frame della comunicazione stessa: il contenuto dell’interazione comunicativa puo’ essere vero o falso ma l’obiettivo implicito della comunicazione riguarda il mantenimento o la costruzione di un “consenso operativo” intorno al desiderio di mantenere inalterata la “ definizione della situazione”, riguarda “ l’impegno morale” a sostenere l’apparenza della “realta”. L’ordine sociale del discorso nasconde il fatto che il “referente” e’ gia’ il risultato di un processo sociale di produzione, il prodotto di un lavoro linguistico precedente che la “realta’” stessa e’ un prodotto sociale e insieme una pratica storicamente determinata.

“Qualsiasi discorso e’ situazionale cioe’ appartiene ad una determinata situazione storico-sociale. “ (F.R.Landi)

Le proprieta’ “soltanto-naturali” sono un campo del senso comune e scientifico che dimentica che “oggettivo” vuol dire sempre “oggettivato”, che “‘oggettivazione” e’ sempre un processo sociale: in un mondo socialmente oggettivato gli oggetti con le loro proprieta’ “naturali” vengono a ognuno di noi quale individuo come gia’ fatti; e noi operiamo su tale mondo senza piu’ risalire ai processi con cui lo abbiamo costruito; il loro processo di costruzione e’ dimenticato. Una “natura” umana staccata dalla storia. Le proprieta’ “soltanto-sociali” non sono osservabili negli oggetti in quanto tali; sono del tutto disconnesse dalla natura e quindi anche in un certo senso “immateriali”. Nel linguaggio delle merci: il valore d’uso si annulla dentro il valore di scambio.

Le proprieta’ “soltanto-sociali” sono invenzioni e costruzioni umane per intero. Qui si tratta del rapporto tra uomo e uomo e non di quello fra uomo e natura. Riguarda tutto cio’ che nel linguaggio e negli altri sistemi segnici non e’ legato alla materialita’ del significante, il simbolico, le proprieta’ costruite dalle scienze cosiddette astratte o formali a cominciare dalla mera numerazione e dal rapporto logico piu’ elementare; le merci e il denaro; la suddivisione della societa’ in classi, gruppi, strati e altre sotto-unita’ sociali; le teorie scientifiche e filosofiche di ogni tipo; le ideologie e altre progettazioni in qualsiasi campo del sapere come dell’azione. Queste proprieta’ “soltanto-sociali” non appartengono ad un altro mondo, staccato e diverso da quello in cui si svolge la nostra vita piuttosto, il loro rapporto con la materialita’ ha un’implicazione soltanto sociale.
La materialita’ dei cervelli umani e quella del corpo non c’entrano piu’. Il corpo di una merce e’ al tempo stesso necessario e irrilevante al suo essere merce. Il valore d’uso e’ una proprieta’ “sociale-naturale”, il valore di scambio e’ una proprieta’ soltanto-sociale senza nemmeno un atomo di materiale naturale. La totale non-naturalita’ di queste proprieta’ permette di chiamarle “immateriali”. (F.R.Landi)

Senza il roversciamento del “frame supremo”, senza la consapevolezza di quanto la cosiddetta “sovrastruttura” sia diventata “strutura”: “in ogni incontro, l’attore diviene un funzionario dell’ establishement cognitivo, sostenendo l’identica posizione, quella secondo cui esiste una struttura della realta’, che tale struttura puo’ essere percepita e descritta ad altri e, quindi, che parlare, e ascoltare, sono cose ragionevoli da farsi; il parlare presuppone, che dopo (tutti) ritornino legittimamente nella tremolante, contraddittoria, confusa irresolutezza delle loro inconoscibili contingenze.” (E.Goffman)

La realta’ data, in mancanza di di un’altra ideologia piu’ convincente, diventa ideologia di se medesima.

9.

L’informazione impossibile.
L’informazione non e’ “la realta’”, ma e’ un’astrazione di essa fatta di segni, impulsi elettronici, figure, punti..

“c’e’ qualcosa all’esterno”, c’e’ X. Ma X informa soltanto del fatto che c’e’. E’ semplice urto (anstoss). Appena se ne dice di piu’, si fanno entrare in gioco determinazioni “soggettive”. E alla fine anche questa determinazione limite, vuota, senza visceri: “c’e’”, non si sottrae alla domanda: c’e’ per chi? La natura in se’ non ha “informazioni” che attendono d’essere raccolte. X non diventa qualcosa se non quando, e in quanto viene formato (in-formato) dal per se’: cellula, sistema immunitario, cane, essere umano, e cosi’ via. L’informazione e’ creata da un “soggetto” e, con tutta evidenza, a suo modo.

L’informazione cosi’ creata non e’ non puo’ mai essere “puntuale”: gli “elementi” (o i bits) di informazioni sono astrazioni del teorico. Un’informazione effettiva e’ sempre una presentazione -dunque sempre gia’ anche una messa in immagine e una immagine non puo’ mai essere un atomo, ma sempre gia’ anche una messa in relazione: cioe’ comporta indissolubilmente un numero indeterminato di “elementi” e il loro modo di coappartenenza. questa messa in relazione puo’ costruirsi su di un numero indeterminato di piani, verso l’alto e verso il basso. Possiamo chiamare questa funzione del vivente funzione cognitiva, a condizione di capire indissolubilente le due dimensioni: il rappresentare con immagine e il legare insieme…Quel che viene rappresentato dev’esser valutato in un modo o in un altro (buono o cattivo, alimento o veleno etc.), diventando cosi’ supporto (o correlato) di un affetto, positivo o negativo (al limite neutro). E questa “valutazione” (o questo affetto) guida ormai l’intenzione (o il desiderio) che porta, eventualmente, ad una azione corrispondente ( di avvicinamento o di allontanamento)…
Tale rappresentazione non puo’ essere ne’ “oggettiva” ne’ “trasparente”: si tratterebbe di una contraddizione in termini. Non puo’ essere “oggettiva” perche’ e’ rappresentazione fatta da e per “qualcuno”, dunque perlomeno adattata alle sue finalita’; ne’ puo’ essere “trasparente”, perche’ la maniera d’essere di questo qualcuno e’ parte integrante della costituzione della rappresentazione. (C.Castoriadis)

Non una sola espressione verbale puo’ essere accreditata soltanto a colui che la esprime; essa e’ il prodotto dell’interazione dei parlanti o, piu’ in generale, e’ un prodotto di tutta la complessa situazione sociale nella quale l’espressione e’ nata. Il significato non e’ il senso di una parola o di una frase. Il senso e’ sempre relativo al frame, al contesto, all’orizzonte che lo rende singolare. Il significato di una proposizione, di un enunciato e’ fatalmente legato ad una situazione determinata, non e’ mai assoluto.

“Gli enunciati sono una presa di posizione, valutano l’esistente, non sono mai indifferenti, provocano.
In ogni parola ci sono voci, a volte infinitamente lontane, anonime, quasi impersonali, quasi inafferrabili, e voci che risuonano da vicino, in modo simultaneo. Tutte le parole hanno l’aroma di una professione, di un genere, di una corrente, di un partito, di un uomo, di una generazione, di un’ eta’, di un giorno e di un’ora.”

Il significante funziona anche autonomamente dal significato di cui il parlante e’ consapevole nella formulazione dei pensieri e dei messaggi, realizzandosi sulla base di modelli e programmi che il parlante ignora, o che non puo’ controllare. Il significante e’ al servizio di un significato predeterminato da interessi in cui il parlante non si riconosce e che orientano il proprio lavoro linguistico verso obiettivi che non sono i propri. Una parte del lavoro linguistico erogato dai parlanti e’ in funzione dei loro bisogni di comunicazione; mentre un’altra parte, come pluslavoro, e’ in funzione di interessi privati e della riproduzione dei rapporti sociali di dominio e sfruttamento. Il linguaggio si presenta come linguaggio alienato in un sistema di produzione linguistica in cui la classe dominante (sia pure in maniera contraddittoria…) esercita, in funzione della propria riproduzione, il controllo dei canali della comunicazione imponendo i canoni di formulazione e di interpretazione dei messaggi. Nello scambio fra significante e significato si realizza un in piu’ del significante, funzionale al mantenimento delll’ordine del discorso e che orienta l’ intenzionalita’ comunicativa – contro la volonta’ e anche all’insaputa del parlante – in maniera univoca verso i significati secondo cui si esprime l’ideologia dominante. (A. Ponzio)

Le parole dette sono impregnate di cose sottintese e non dette. L’atto di parola quotidiano, considerato nella sua interezza, si compone di due parti: di una parte verbalmente realizzata e di una parte sottintesa. Cio’ che e’ sottinteso sono vissuti, valori, programmi di comportamento, conoscenze, stereotipi ecc. che non sono nulla di astrattamente individuale e di privato. Tutto cio’ puo’ entrare a far parte del messaggio come parte sottintesa e come fattore costitutivo sia della sua codificazione che decodificazione perche’ non e’ nulla di limitato alla coscienza individuale astrattamente intesa. “Cio’ che io solo so, vedo, voglio, amo, non puo’ essere sottinteso. Soltanto cio’ che noi tutti parlanti sappiamo, vediamo, amiamo, ammettiamo, vogliamo puo’ diventare una parte sottintesa dell’enunciazione” (M. Bachtin). Cio’ che e’ sottinteso e’ un contesto di vita. Essitono sottintesi che valgono per una famiglia, una tribu’, una classe, una nazione, per dei giorni, per degli anni e per delle intere epoche…

Il “senso” della parola e’ “l’insieme degli eventi psicologici risvegliati nella coscienza dalla parola”, cioe’ una “formazione dinamica e complessa, con molte zone di ineguale stabilita’”. Il “significato” e’ cio’ “che rimane costante anche quando si verificano mutamenti di senso in corrispondenza a un mutamento del contesto” (vygotskij).

La parola non e’ una cosa, ma e’ il medium estremamente mobile, estremamente mutevole della relazione dialogica. Essa non appartiene mai a una sola coscienza, a una sola voce. la vita della parola sta’ nel passare di bocca in bocca, da un contesto ad un altro contesto, da un collettivo sociale ad un altro collettivo sociale, da una generazione ad un’altra generazione. Cio’ facendo la parola non dimentica il cammino percorso e non puo’ del tutto liberarsi di quei contesti concreti dei quali e’ entrata in precedenza a far parte. Ogni membro del collettivo parlante si trova dinnanzi la parola non gia’ come parola neutrale della lingua, libera da intenzioni, non abitata da voci altrui. Nel suo contesto la parola giunge da un altro contesto, penetrata di altrui intenzione. La sua propria intenzione trova la parola gia’ abitata.

10.
il potere delle parole e le parole del potere

La realta’ sociale puo’ essere letta come un flusso eterogeneo e mutevole di significati. Conflitto e trasformazione sociale si verificano anche attraverso l’ instabilita’ dei significati, le rotture e i sovvertimenti del linguaggio dominante.

“Fin da ora una rete universale di comunicazioni sopprime radicalmente le distanze tra le cose aumentando indefinitamente la distanza tra le persone. In una simile rete, la circolazione finisce per neutralizzarsi da se’, in modo che la soluzione dell’avvenire consisterebbe nel far circolare meno le persone e piu’ le informazioni, restando le persone a casa, trasformate in semplici <> audiovisivi di informazione: ossia un tentativo per eternizzare praticamente le categorie economiche, attuali, cioe’ borghesi, per creare le condizioni di un funzionamento permanente ed automatico della presente societa’ alienata, <> . Il <> degli economisti e ‘impossibile, specie per il fattore della distanza: un’economia perfettamente razionale dovrebbe essere concentrata in un solo punto (Produzione e Consumo istantaneo).”

Il futuro e’ gia’ stato colonizzato dal passato. L’economia politica come compimento del rinnegamento logico dell’uomo, prosegue la sua opera devastatrice. Ovunque politiche e teorie economiche divergenti si oppongono; da nessuna parte gli imperativi assurdi dell’economia politica stessa sono contestati e le categorie economiche borghesi abolite a vantaggio di una costruzione libera della vita.
Ogni critica del vecchio mondo e’ stata fatta con il linguaggio di questo mondo oppure contro di esso, dunque in un linguaggio altro. Ogni rivoluzione ha dovuto inventare le proprie parole, distruggere il senso dominante delle altre parole e portare nuove posizioni nel mondo dei significati, corrispondente alla nuova realta’ emergente e che bisogna liberare dal guazzabuglio dominante.

“Le stesse ragioni che impediscono ai nostri avversari (i padroni del Dizionario) di fissare il linguaggio ci permettono oggi di affermare posizioni altre, negatrici del senso esistente. Tuttavia sappiamo in anticipo che queste stesse ragioni non ci permettono affatto di aspirare a una certezza legiferata definitivamente; una definizione e’ sempre aperta, mai definitiva; le nostre valgono storicamente per un periodo dato, legato a una prassi storica determinata.” (Mustapha Kayati)

Non e’ possibile liberarsi di un mondo senza liberarsi del linguaggio che lo nasconde e lo garantisce, senza mettere a nudo la sua verita’. Il potere e’ la menzogna permanente e’ la verita’ sociale, il linguaggio ne e’ la garanzia permanente e “il Dizionario” il suo riferimento universale.

Il linguaggio e’ la dimora del potere, il rifugio della sua violenza poliziesca. Ogni dialogo con il potere e’ violenza, subita o provocata. Quando il potere risparmia l’uso delle armi, e’ al linguaggio che affida la cura di conservare l’ordine oppressivo. Di piu’ la congiunzione dei due e’ l’espressione piu’ naturale di ogni potere. Il discorso del potere si installa nel cuore di ogni comunicazione per mettere le mani sulla contestazione, piazzandola in anticipo sul proprio terreno, controllandola dall’interno.

Il plagio, conferma la tesi, da tempo affermata dall’arte moderna, della non-sottomissione delle parole, dell’impossibilita’ per il potere di recuperare totalmente i sensi creati, di fissare una volta per tutte il senso esistente, insomma l’impossibilita’ oggettiva della neolingua.

Il dirittto di dire tutto non puo’ esistere senza la liberta’ di fare tutto.
La diatriba sulla realta’ o non realta’ di una parola, isolata dalla pratica, e’ una questione puramente scolastica.
Le parole non smetteranno di lavorare finche’ gli uomini non avranno smesso di farlo.

Il potere non crea niente, recupera.

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