Cosa c’è dietro la stretta di mano tra Barack Obama e Raúl Castro a Panama


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È ammirevole il percorso che porta al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba e di lì alla fine dell’embargo. Barack Obama, tutti i leader latinoamericani, riuniti a Panama nel Vertice delle Americhe, ci hanno tenuto a precisarlo, non è né Bush né Reagan e viene politicamente emendato delle responsabilità dei suoi predecessori. Giova però ricordare che, se Cuba ha partecipato al Summit passando dalla porta principale, non è per una concessione di Obama ma perché gli USA hanno dovuto prendere atto di aver perso il potere di veto in materia.

In questo contesto nel quale i rapporti di forza appaiono modificati, qual è la vera faccia di Obama, l’anatra zoppa che sta ricucendo ferite come quella cubana e quella iraniana? E qual è il volto degli Stati Uniti che tra un anno e mezzo potrebbero riconsegnarsi al millenarismo neoconservatore? Sono quelli che stanno avendo il coraggio di prendere atto del passaggio storico nel quale la loro primazia sul Continente può essere esercitata con la politica e non con la brutalità e l’inganno, o quelli che decretano che il Venezuela sarebbe un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti? Sono quelli che, con parole dello stesso Obama, hanno il coraggio di ammettere il loro passato oscuro in materia di diritti umani, o quelli che, ad ascoltare i nostri media di regime, possono sempre fare la morale a chiunque? È l’Obama che stringe la mano a Raúl Castro, o quello che va via e non ascolta gli interventi dei suoi pari, secondo in maleducazione solo a Juan Carlos di Borbone?

La retorica sull’abbattimento dei muri è inevitabile in un giorno come oggi, ma a patto di sapere che è più ciò che occulta di quanto spiega. Dal Vertice di Panama – una trentina di capi di stato non sono volati fino al paese del Canale solo per presenziare a una stretta di mano – non sortirà alcun documento consensuale. E non si proverà neanche a scriverlo, lo ha spiegato il presidente boliviano Evo Morales, perché due paesi, Stati Uniti e Canada, sono isolati su temi chiave quali salute, educazione, sicurezza emisferica e, in particolare, sul caso del “decreto Obama”. Gli USA sono isolati sull’essenza del modello neoliberale, che solo pochi anni fa era rappresentato come il magnifico destino progressivo dell’umanità. Di quella retorica, piena di “opportunità”, “liberalizzazioni” e “generazione d’impiego” restano le parole stantie di qualche attore non protagonista, come l’honduregno Juan Orlando Hernández. Perfino un uomo di destra dura come il guatemalteco Otto Pérez Molina, ha il coraggio di dire che il problema più grave della regione, il narcotraffico dal quale dipenderebbero fino al 90% delle morti violente, va affrontato nel paese dove le droghe vengono consumate e generano profitti criminali, ovvero negli USA, e con la fine del proibizionismo. Non è la mancanza di crescita a causare il narcotraffico ma è l’imperio della droga, l’industria più liberalizzata del pianeta, a impedire uno sviluppo sano. Perfino l’uomo simbolo dei paesi del Pacifico che guardano a Nord, il peruviano Ollanta Humala, è cosciente che l’ideologia della «crescita e l’export delle materie prime non bastano più. Bisogna diversificare e scommettere sull’intelligenza dei nostri popoli».

L’avvicinamento a Cuba, al quale fa da contraltare il continuo tentativo di portare ad un “regime change” a Caracas, testimonia le persistenti difficoltà nell’orientare la politica regionale degli USA alla luce degli avvenimenti degli ultimi tre lustri. Più attuale di tutto, nonostante gli USA abbiano cercato di fare macchina indietro nelle ore precedenti il vertice, coscienti del loro isolamento, è dunque la questione dell’intemerato decreto di Obama, che considera il Venezuela un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti, come lo era il Nicaragua per Reagan, Panama per Bush padre e Cuba per una decina di predecessori di Obama. Trentatré leader su trentacinque, alcuni con parole contundenti come Cristina Fernández nel discorso più alto della giornata, chiedono a Obama di fare un passo indietro e denunciano la continua manipolazione mediatica contro tutti i governi integrazionisti. Lo stesso Maduro ha chiesto a Obama l’incontro che poi materialmente c’è stato nella notte dopo due anni di rifiuti. Simbolicamente, altrove ma sempre a Panama, erano riuniti ventisei ex-capi di governo e di Stato, capeggiati dallo spagnolo Aznar fiancheggiato dal lobbista Felipe González, a rappresentare il bipartitismo alla frutta in quel paese. Aznar era stato con George Bush tra i promotori del fallito golpe contro Chávez dell’11 aprile 2002. Con lui noti violatori di diritti umani come il salvadoregno Alfredo Cristiani, il boliviano Tuto Quiroga, il colombiano Álvaro Uribe, il messicano Felipe Calderón e altri revanchisti neoliberali, i Fox, Lucio Gutiérrez, Piñera, Lacalle e l’amico panamense di Berlusconi, Martinelli. Tutti loro hanno firmato un documento che dipinge il Venezuela come il nuovo gulag tropicale e bramano per un intervento USA.

Curiosi, screditati personaggi, gli jihadisti del neoliberismo che continuano a invocare una guerra santa contro il Venezuela come ieri consideravano Evo Morales e gli indigeni andini «l’Osama Bin Laden e i talebani dell’America latina». La realtà è che la loro rotta è definitiva da quando l’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, che avrebbe trasformato l’intero continente in una maquiladora, e che George W Bush voleva imporre senza discutere a Mar del Plata nel 2005, fu sconfitta dall’alleanza tra movimenti sociali e apparato produttivo brasiliano sulle ali dell’autorevolezza di dirigenti come Kirchner, Chávez e Lula. Succeda quello che succeda, alternanze democratiche sono e saranno alle porte, quello strumento di dominazione, oggi non è neanche più in agenda.

Fu quello il momento di svolta della storia di un Continente che ha memoria e che nel riferimento a un doloroso e per alcuni fastidioso passato, radica il coraggio di guardare agli USA non più come il padrone al quale presentarsi subalterni, ma neanche come il nemico sul quale costruire retoriche spesso stantie. Cristina Fernández ha ricordato che la principale differenza tra USA e America latina vada cercata nel differente valore dei padri fondatori che nel Sud costruirono piccole patrie diseguali e dipendenti. Anche nel nostro secolo, in America latina gli USA hanno sempre appoggiato i peggiori, da Batista a Pinochet, da Menem a quei ventisei. Ma la Storia va avanti e non è più tempo per gli USA di speculare sul “nostro figlio di puttana”, ieri Carmona, oggi Capriles o chi per lui per sostituire governi eletti e che con mille difficoltà portano avanti processi democratici e d’inclusione sociale che in questo scorcio di secolo hanno ottenuto risultati straordinari. Tra mille contraddizioni Obama sembra averlo intuito, ma Panama testimonia che sarà chi verrà dopo di lui a doverne essere all’altezza.

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