Salone del Libro, la Germania è paese ospite: un colosso che nella cultura non sfonda


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Gigante economico e politico. Però romanzi e film tedeschi restano in serie B. Mentre Torino accende i riflettori su libri e spettacoli, vediamo i perché di un’eclissi culturale

DI ANGIOLA CODACCI-PISANELLI E STEFANO VASTANO
Thriller scandinavi. Commedie francesi. Kolossal americani. I bestseller di qualità li scrivono perlopiù gli inglesi, il Belgio sforna artisti e coreografi, noi italiani spicchiamo tra i direttori d’orchestra, e come la Spagna esportiamo registi sorprendenti. E la Germania? La Germania non c’è: nel supermarket mondiale dei consumi culturali alti e bassi, dai premi Nobel alla chick-lit, dal podio della Scala alle hit parade, i tedeschi sono mosche bianche. Un’assenza tanto più eclatante se la si paragona a un’economia e a una politica da peso massimo. Culturalmente, oggi, la Germania è un nano che fatica a farsi notare anche se si regge sulle spalle di un gigante.

La conferma di quest’impressione viene dallo storico Gian Enrico Rusconi, che la spiega così: «È tutta la “Kultur” che è in difficoltà: in questo periodo di crisi profonda dell’Europa, la Germania non sa bene che posizione prendere. I tedeschi hanno creduto moltissimo nell’Europa, ma ora improvvisamente si trovano allo scoperto e l’idea di diventare egemoni li terrorizza. Non riescono nemmeno a lanciare le cose più importanti: anche il centenario di Bismarck, che è stato importantissimo per loro, non ha avuto nessuna eco fuori dalla Germania». A offrire alla nuova cultura tedesca un’occasione per mettersi in vetrina ci pensa la città di Torino.

Non solo con il Salone del Libro , che l’ha scelta come ospite d’onore. Ma anche con il festival Torinoincontra Berlino , iniziato nel novembre scorso con un evento per i 25 anni della caduta del Muro: circa 300 appuntamenti nei dodici mesi in un mix di letteratura e musica, arte e spettacolo. Tra le prossime date, molti nomi da scoprire e una star, la cantante Ute Lemper, oltre alle installazioni di due famosi artisti, Tobias Rehberger e Rebecca Horn. «Dal festival stanno nascendo molte collaborazioni, come quelle tra il nostro festival Jazz e il Museo del Cinema e quelli di Berlino», dice Maurizio Braccialarghe, assessore alla cultura e ideatore della manifestazione. «L’unico problema che abbiamo avuto finora sono stati gli spazi troppo piccoli per accogliere tutto il pubblico che voleva partecipare».

Perché il punto non è, naturalmente, che la Germania non produca artisti di ottimo livello. È che sempre più raramente questi artisti riescono a sfondare oltreconfine. Con la morte diGünter Grass, la Germania ha appena perso il suo ultimo premio Nobel per la Letteratura – anche se ci è andata vicino nel 2009 con Herta Müller, nata in Romania in una minoranza di lingua tedesca. Quanto al cinema d’autore, in anni recenti la cosa più vicina a una vittoria che la Germania abbia visto a Cannes è stato il Gran Premio della Giuria dato l’anno scorso a “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher; che è italiana, sì, ma di tedesco ha il nome e il papà.
Del resto, continua Rusconi, «se fino agli anni Novanta i marxisti italiani erano molto orientati verso la Germania, oggi, dopo l’eutanasia della sinistra, questo canale privilegiato si è esaurito. I miei giovani colleghi studiano tutti gli Stati Uniti, nessuno si interessa alla storia tedesca…».

Ha le radici in quegli anni il successo di tanti “grandi” che continuano a essere i beniamini del pubblico italiano: da Hans Magnus Enzensberger, che ha appena pubblicato da Einaudi “Considerazioni del signor Zeta”, a Peter Stein, che a 77 anni torna in questi giorni al TeatroArgentina di Roma con “Der Park” del settantenne Botho Strauss. «È almeno dal Duemila», constata lo scrittore Peter Schneider, «che la letteratura tedesca si è incapsulata nel suo mondo, non varca i confini nazionali. E i suoi autori non trovano temi che entusiasmino i non tedeschi». Ma dove nasce il problema? I nipotini di Goethe, Schiller e Grass «sono spersi nel mondo globale», come dice il regista Volker Schlöndorff? O non sarà che, come suggerisce lo scrittore Ingo Schulze, «l’era digitale ha cambiato ovunque, non solo in Germania, la funzione della letteratura»?

Proprio i romanzi di Schulze – uno degli ospiti di spicco nella squadra ospite al Salone del Libro di Torino – riflettono la crisi che la cultura “made in Germany” sta attraversando. Nato a Dresda nel 1962, Schulze è lo scrittore che meglio di altri ha narrato le peripezie patite dai tedeschi dell’est in seguito alla riunificazione. Tutti i suoi divertenti libri – da “Semplici storie“ a “Bolero berlinese” – sono stati tradotti in molte lingue (anche in cinese, e in Italia da Feltrinelli) senza però riscuotere l’eclatante successo avuto in patria. «Noi scrittori tedeschi contemporanei non avremo mai il ruolo né il successo goduto dalla generazione dei Grass, Walser o Enzensberger», commenta lo scrittore. «Dopo la svolta dell’89, la nostra letteratura è meno impegnata politicamente, è più personale, e forse per questo i nostri romanzi vanno poco in Europa. E, sino ad oggi, non abbiamo in Germania nessun Houellebecq». Neanche Daniel Kehlmann, star degli autori tedeschi a Torino, sfiora la fama del collega francese. Certo, “La misura del mondo”, il suo capolavoro, è arrivato al secondo posto tra i “Libri dell’anno” del “New York Times”. Ma gli suoi altri romanzi, tutti tradotti in Italia da Feltrinelli, non hanno lasciato una traccia evidente.

Non che gli scritori tedeschi se ne preoccupino più di tanto: il mercato interno è così ricco che anche essere famosi in patria basta e avanza. «In Germania il mercato è stabile e i nostri scrittori piacciono molto», conferma Schneider. «All’estero però non vengono recepiti più di tanto e comunque mai come le star inglesi o americane». «Negli ultimi anni ho letto tanti romanzi entusiasmanti in tedesco», conferma Anna Kelly, editor della Penguin a Londra, «ma poi non siamo riusciti a pubblicarli».

Secondo le stime dell’Associazione librai tedeschi, nel 2011 le case editrici inglesi hanno rilevato i diritti di appena 121 titoli tedeschi. E si tratta perlopiù di autori classici o di romanzi che hanno a che fare con le tragedie del nazismo. Ora gli editori stranieri mostrano interesse per un trend che in Germania è sempre più marcato, quello degli autori dell’emigrazione. Per autori come la giornalista ucraina Katja Petrowskaja (“Forse Esther”, Adelphi), o Olga Grjasnowa, ebrea dell’Azerbaijan (“Tutti i russi amano le betulle”) «la lingua tedesca è una liberazione», un filtro per raccontare le tragedie subite sotto la cappa russa. E questo, per chi ricorda il tormento di Paul Celan nell’usare la “lingua degli aguzzini”, è un enorme cambiamento di prospettiva. Forse questi autori multi-culturali«abbatteranno il muro del nazionalismo che affligge la cultura in tutta Europa», spera Schneider. «Non è solo la Germania che non sfonda: ogni Paese europeo è rinchiuso nei propri confini».

Anche il cinema tedesco però non parla più agli stranieri. Volker Schlöndorff, Palma d’oro e Oscar nel ’79 per il suo “Tamburo di latta”, è addolorato: «È spaventoso», attacca, «che da anni nessun film tedesco arrivi più a Cannes. I nostri registi più giovani sono disorientati. Ogni anno il cinema tedesco sforna duecento film ma di successi internazionali non se ne vedono: solo tanti film commerciali». L’ultimo grande exploit risale al 2007: l’anno in cui Florian von Donnersmarck si aggiudicò Oscar e Golden Globe con “La Vita degli altri“. Poi ci sono stati “Il Profumo“ di Tom Tykwer, dall’omonimo bestseller di Patrick Süskind, e “La caduta” con un fantastico Bruno Ganz nei panni di Hitler. «Ma sono eccezioni», insiste Schlöndorff. Di certo, la crisi non si deve alla mancanza di sostegno da parte dello Stato: tra i fondi statali e quelli dei vari enti regionali si raggiungono ogni anno i 270 milioni.

E se la musica classica, malgrado il predominio mondiale delle grandi orchestre, fatica a esprimere solisti – l’unico direttore di spicco è Christian Thielemann, il solo nome tedesco in corsa come possibile direttore musicale dei Berliner Philharmoniker – la musica leggera non sarebbe la stessa senza l’influenza della musica elettronica inventata in Germania tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta. È vero che in prima fila ci sono star che vengono da altri paesi, da Madonna a Björk, da Lady Gaga al gotha dell’Hip Hop black. Ma i successi dell’industria discografica portano le firme di chi con l’elettronica tedesca ci è cresciuto, o l’ha inventata. È il caso, per fare un solo nome, della band composta dai Terranova, formata dai due produttori Fetish e M.

È da qui, dal ritmo scatenato o orecchiabile e dalla cultura “bassa” che può nascere una nouvelle vague tedesca. Che non a caso già conquista le televisioni. «I telefilm tedeschi funzionano benissimo in Italia», conferma Viktoria von Schirach, che da 25 anni si divide tra Roma e Monaco come agente letterario. «Le mie amiche che vanno pazze per “Tempesta d’amore” stanno imparando moltissimo sulla vita quotidiana tedesca». Per chi non ama la soap opera, ci sono gli inseguimenti di “Cobra 11”, o le acrobazie dei frati di “Lasko”, firmato non a caso dal Sascha Arango che ha conquistato tanti lettori italiani con “La verità e altre bugie” (Marsilio).

I noir tedeschi possono funzionare anche da noi? Ci scommette la von Schirach, che ha lanciato la prima collana “di carta” della Emons, finora limitata agli audiolibri. «I libri che abbiamo scelto sono variegati come la Germania: si va dal detective malinconico di Friedrich Ani alla donna in carriera di Brigitte Glaser alla schizofrenia berlinese di Alfred Hellmann». Un’occasione per scrollarsi di dosso la cappa che ha paralizzato la ricezione degli autori tedeschi: «Prima ci si aspettava che si parlasse solo di nazismo», continua la editor, che con il cugino scrittore Ferdinand condivide un nonno “pesante”, il fondatore della Hitlerjugend. «Poi che si parlasse solo di riunificazione. Adesso possiamo raccontare la vita quotidiana che abbiamo in comune con il resto d’Europa». Da qui può partire la scalata delle classifiche e delle hit parade. In attesa che arrivi anche un Nobel.

ha collaborato Simone Porrovecchio

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