Rivoluzione petrolio: la Cina supera gli Usa ed è primo importatore


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In aprile Pechino ha importato 7,4 milioni di barili al giorno, superando i 7,2 milioni di barili degli Usa. L’effetto della rivoluzione dello shale e dell’intensificarsi dei rapporti tra il colosso dell’estremo oriente e l’Iran

MILANO – Il sorpasso è servito: la Cina strappa, per la prima volta, agli Stati Uniti il primato di maggiore importatore di petrolio al mondo. In aprile Pechino ha importato 7,4 milioni di barili al giorno, superando i 7,2 milioni di barili degli Usa. Il sorpasso è “l’apice di un cambio” radicale a livello globale dei flussi energetici nell’ultimo decennio. I dati – riporta il Financial Times – mostrano come la rivoluzione ‘shale’ abbia ridotto la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio oltreoceano e come la domanda cinese continua a crescere anche se l’economia rallenta.

Secondo gli analisti contattati dal quotidiano della City, la scelta della Cina è di aumentare le scorte nei propri magazzini. Iran, Oman e Abu Dhabi sono i Paesi dai quali si è registrato un flusso di oro nero superiore alla media: “L’Iran potrebbe aver applicato una politica di sconti aggressiva per intensificare i rapporti con Pechino, in modo da assicurarsi un numero crescente di investimenti” da parte dell’economia asiatica. Negli Usa, invece, oltre al boom dello shale che ha ridotto le importazioni da fuori i confini, si registra anche l’utilizzo di motori più efficienti sui veicoli, che hanno abbassato la richiesta di carburante da parte dei consumatori.

Non a caso, i produttori Usa stanno conducendo una battaglia per abbattere le barriere che risalgono agli anni Settanta e che impediscono loro di vendere il loro prodotto petrolifero fuori dai confini statunitensi: “Non ha senso che gli altri Paesi possano vendere il loro petrolio negli Usa, mentre il petrolio americano è di fatto bloccato sul nostro territorio”, dicono cercando mercati di sbocco alla loro sovra-produzione.

Il calo del prezzo del petrolio – che nelle ultime settimane è sì sensibilmente risalito, ma staziona sui 65 dollari al barile – potrebbe portare a un rimbalzo dell’importazione di greggio negli Usa nel breve termine, dicono gli esperti. Ma il trend di lungo periodo è più favorevole alla Cina, che sta aggiungendo capacità di raffinazione alla sua economica che, pur in netto rallentamento, continua a crescere a botte del 7% annuo. “C’è tanto petrolio nel mondo, e noi abbiamo bisogno di tanto petrolio”, chiosa un analista cinese.

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