La Russia vuole tornare potenza dei mari


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Tsushima è il nome della battaglia navale in cui nel maggio del 1905 la Seconda squadra del Pacifico russa venne annientata dalla Flotta combinata del Giappone. Per l’impero-continente dello zar si trattò di un’umiliazione bruciante. Per l’Europa fu un avvertimento. Meno conosciuta di altre grandi battaglie navali (Lepanto, Trafalgar o Midway), Tsushima è l’evento tragico che decretò il dominio sull’Asia orientale da parte di una nuova grande potenza. A oltre un secolo di distanza, draghi, tigri e sóli d’Asia sono tornati sui marosi per rivendicare il proprio posto nel mondo. Cercheremo di dar conto di ciò e degli altri sviluppi in ambito marittimo in questa rubrica. A.D.S.

 

Secondo fonti russe, entro la fine di maggio Parigi prenderà una decisione definitiva sulla consegna a Mosca della prima portaelicotteri d’assalto anfibio classe Mistral costruita in Francia nei cantieri di Brest e Saint-Nazaire – sospesa lo scorso 25 novembre dal presidente François Hollande per via della crisi in Ucraina.

 

Frutto di un accordo intergovernativo da 1,7 miliardi di dollari siglato nel 2011 fra Mosca e Parigi, l’acquisto della Vladivostok e della Sevastopol avrebbe assicurato alla Marina russa due unità tecnologicamente avanzate e altamente versatili in grado di operare sia con compiti umanitari che prettamente militari. Le Mistral sono navi da oltre 20 mila tonnellate che possono essere configurate con diverse combinazioni di uomini e mezzi: 16 elicotteri pesanti o 35 leggeri, 13 carri da combattimento o 70 veicoli militari, 4 mezzi da sbarco e fino a 900 uomini fra membri dell’equipaggio e fanteria di marina. La Marina francese ne ha in servizio tre, tutte di base a Tolone, mentre le unità russe, modificate per operare nell’Artico e imbarcare gli elicotteri russi (più pesanti e alti delle controparti francesi), avrebbero dovuto far base a Vladivostok sul Pacifico e Novorossijsk nel Mar Nero.

 

L’accordo, che costituisce il primo caso di un trasferimento di armamenti pesanti da parte di un paese Nato alla Russia (e per questo è stato criticato a più riprese dal Baltico agli Stati Uniti, fino al Giappone), testimonia la ritrovata assertività di Mosca anche in campo marittimo.

 

L’eredità sovietica e l’esperienza in Georgia

 

L’idea di dotarsi di una nuova classe di portaelicotteri affonda le sue radici nel pensiero strategico di età sovietica e deve molto agli eventi della guerra di Georgia dell’agosto 2008. Al tempo dell’Unione Sovietica, le tattiche navali per le operazioni in alto mare assegnavano un ruolo primario ai bombardieri a lungo raggio e ai sottomarini. Non meno importante era quello degli elicotteri, per la guerra antisottomarino e di superficie nonché per compiti d’attacco durante le operazioni di sbarco.

 

Nonostante la buona prova della flotta del Mar Nero durante il conflitto in Georgia, gli eventi bellici hanno portato i vertici della Marina russa a riflettere su quanto risultò complesso operare sotto costa senza disporre di mezzi in grado di condurre attività di tipo Isr (Intelligence, surveillance, reconnaissance) tanto più se alla luce di regole d’ingaggio particolarmente stringenti. Il comando russo temeva infatti che le proprie unità, soprattutto imbarcazioni sottili equipaggiate con missili antinave, potessero colpire naviglio turco o ucraino. La conclusione fu che una portaelicotteri avrebbe assicurato alla Russia gli assetti meglio attrezzati per condurre attività Isr in quel particolare contesto geografico, garantendo alla flotta una discreta capacità addizionale d’attacco e alle truppe di terra il supporto aereo ravvicinato di cui tanto necessitavano. A questo proposito, gli elicotteri russi basati sul territorio della Federazione ebbero serie difficoltà a raggiungere il fronte in assetto da combattimento per via dell’orografia del Caucaso e della calura estiva, costringendo le truppe di terra ad aspettare l’allestimento di una base in Ossezia del Sud prima di poter contare, in fase d’attacco, sul loro supporto di fuoco.

 

La presenza di una o più Mistral al largo delle coste georgiane equipaggiate ad esempio con i Ka-52 Alligator (elicotteri d’attacco con una portata di circa 450 chilometri) avrebbe ovviato al problema, garantendo alle forze d’invasione il tanto atteso sostegno ravvicinato.
Dopo il conflitto, inoltre, il comandante in capo della Marina russa, ammiraglio Vladimir Vysotskiy, sentenziòche se avesse potuto disporre di simili navi, la Russia avrebbe vinto la guerra contro la Georgia in 40 minuti invece che in 26 ore. Al di là del tono della dichiarazione, resta il fatto che le Mistral avrebbero permesso al comando russo di ottenere il controllo delle acque costiere georgiane mediante l’impiego degli elicotteri e, soprattutto, di realizzare quel che le forze anfibie non riuscirono mai a compiere, ovvero catturare un porto nemico via mare.

 

Un gigante dai piedi d’argilla

 

L’idea di rivolgersi a un paese straniero, la Francia, per dotarsi di una nuova classe di portaelicotteri è anche il frutto di scelte di politica industriale e delle difficoltà incontrate dalla cantieristica navale russa nel corso degli ultimi anni. Acquistando le Mistral, Mosca avrebbe infatti messo a disposizione del proprio apparato industriale nuove conoscenze e sistemi d’arma fra i più avanzati al mondo grazie a un contratto che prevedeva la licenza per costruire una terza e quarta unità direttamente nei cantieri russi.

 

Vicende come quella della ex-portaerei Admiral Gorshkov hanno infatti assestato un duro colpo alla reputazione dei prodotti del comparto della Difesa russo, quantomeno in campo navale. L’ex-nave sovietica, acquistata dall’India nel 2004 per il costo dei suoi lavori di ristrutturazione (800 milioni di dollari), è rimasta nei cantieri russi di Severodvinsk fino al 2012. Quando è stata consegnata alla Marina indiana – dopo innumerevoli rinvii – nel novembre 2013, il suo costo era lievitato sino a superare i 2,3 miliardi di dollari.

 

Altrettanto emblematico è il caso del sommergibile d’attacco nucleare Severodvinsk, impostato nel 1993 e consegnato alla flotta nel 2013 dopo aver accumulato un ritardo di ben 15 anni sulla data di consegna inizialmente prevista (1998) dovuto soprattutto al tracollo economico sovietico e al successivo dissesto finanziario del paese.
Analoga la parabola delle fregate multiruolo di classe-Admiral Gorshkov, pensate per rimpiazzare le unità d’epoca sovietica ritirate fra il 1989 e il 1992 e costituire la spina dorsale delle forze navali russe del futuro: i lavori della capoclasse sono iniziati nel 2006 con l’obiettivo di ultimarli nel 2009 e di arrivare a 20 navi già nel 2015. Eppure, la costruzione della prima fregata è proceduta talmente a rilento che a oggi la sua consegna è prevista non prima della fine del 2015; ciò ha costretto la Marina a rivedere i propri progetti e stimare, nel breve periodo, di poter disporre al massimo di 3-4 navi. La crisi in Ucraina rischia peraltro di ritardare ulteriormente la consegna delle fregate, equipaggiate con le turbine a gas del costruttore ucraino Zorya-Mashproekt su cui è calato il divieto all’esportazione di prodotti militari in Russia.

 

Sul piano delle infrastrutture, poi, il crollo dell’Unione Sovietica e l’indipendenza dell’Ucraina hanno sottratto alla disponibilità di Mosca i cantieri e i bacini di carenaggio di Mykolaiv sul Mar Nero, particolarmente importanti al tempo della Guerra fredda poiché fu lì che vennero realizzate le grandi navi della flotta sovietica, dalle portaelicotteri classe Moskva negli anni Sessanta alle portaerei classe Kiev negli anni Ottanta. Su quello realizzativo, la cantieristica navale russa sconta invece un forte ritardo dalle controparti occidentali nel campo delle tecniche di costruzione modulari e specialmente nella realizzazione delle unità di superficie maggiori. Proprio per colmare il gap infrastrutturale e ospitare la realizzazione della terza e quarta Mistral “russa”, la Marina ha progettato l’espansione dei cantieri dell’Ammiragliato di San Pietroburgo sull’isola di Kotlin, nel Golfo di Finlandia.

 

Acquistare le Mistral dalla Francia avrebbe così costituito un espediente con cui aggirare le debolezze del proprio sistema industriale, dotarsi in tempi ragionevoli di unità moderne e travasare (legalmente) nel sistema cantieristico russo le competenze e la tecnologia per colmare il ritardo dai partner occidentali più avanzati.

 

Ambizioni strategiche

 

Dopo il lungo periodo di stasi susseguito al crollo dell’Unione Sovietica, nel corso degli ultimi anni Mosca è tornata a riflettere su come rilanciare le sue forze navali.

 

Era l’ottobre del 2008 quando l’allora presidente Medvedev istruì il ministro della Difesa Anatoliy Serdyukov affinché studiasse un piano per dotare la Marina di ben sei nuove portaerei da destinare alle flotte del Pacifico e del Mare del Nord, con la prima pronta fra il 2013 e il 2015. L’anno precedente, del resto, lo stesso comandante in capo della Marina, ammiraglio Vladimir Masorin, aveva rilanciato le ambizioni oceaniche della Russia affermando che entro i vent’anni successivi Mosca avrebbe schierato sei gruppi da battaglia di portaerei, costituendo la seconda flotta di superfice più potente al mondo dietro a quella statunitense (oggi la Marina Usa mantiene in servizio attivo dieci gruppi da battaglia di portaerei, mentre la Cina progetta di arrivare a 3-4 gruppi nel corso dei prossimi anni).

 

Nel 2009, la Strategia di sicurezza nazionale della Federazione individuava proprio nella Marina uno dei pilastri attraverso cui riportare la Russia allo status di potenza globale indiscussa. L’immissione in servizio di una nuova classe di portaerei avrebbe così gratificato l’orgoglio nazionale di un paese orfano dello status di grande potenza e, soprattutto, della Marina forgiata dall’ammiraglio sovietico Sergei Gorshkov, in grado di competere alla pari con le forze degli Stati Uniti al tempo della guerra fredda.

 

Ciononostante, negli ultimi anni, la parabola seguita dalla Marina russa si è rivelata ben diversa. Piuttosto che dedicarsi allo sviluppo di capacità d’intervento a lungo raggio, sul modello della Marina Usa o, in misura minore, della Royal Navy britannica, Mosca ha finito per privilegiare la componente delle sue Forze marittime dedicata alla difesa costiera (fregate e corvette) o alla deterrenza strategica (i sottomarini nucleari), lasciando che le unità di superficie maggiori, quelle che un tempo costituivano il nerbo delle forze d’altura sovietiche, si deteriorassero col passare degli anni. È il caso, ad esempio, della vecchia portaerei Admiral Kuznetsov (in servizio dal 1991), che quando sarà messa in disarmo non avrà nessun’altra portaerei pronta a rimpiazzarla, o dell’ultimo incrociatore lanciamissili a propulsione nucleare d’età sovietica Pyotr Velikiy, oggi ammiraglia della Flotta del Nord con le sue oltre 25 mila tonnellate di stazza.

 

I programmi di riarmo della Marina russa non lasciano dubbi sulle priorità delle sue forze di superficie nella prossima decade, con contratti di acquisto per unità minori quali le già citate fregate multiruolo di classe Admiral Gorshkov e Krivack-IV, oppure le corvette di classe Steregushchii, Project 22160 e Buyan, ideali per difendere la periferia marittima e gli interessi della Federazione tanto più se potendo operare in tandem con la componente sottomarina, che rimane una fra le più capaci e letali al mondo. Sono in particolare l’Artico, le acque del Pacifico nord-occidentale e, in misura minore, il Mar Nero a costituire le regioni marittime su cui il Cremlino intende riaffermare a pieno titolo la propria egemonia.

 

Progressi tecnologici, mutamenti climatici e corsa alle risorse energetiche hanno infatti rimesso in discussione un assunto su cui si erano fondate alcune delle principali teorie geopolitiche del pensiero strategico occidentale: l’inviolabilità dell’Artico, barriera che da settentrione ha influenzato per oltre due secoli scelte e mosse di politica internazionale del mondo russo. Ciò ha dato il là alla competizione fra le potenze artiche (soprattutto Russia, Norvegia e Canada, quindi Stati Uniti e persino Cina, via Groenlandia e Islanda) per accaparrarsi le ingenti risorse celate nei suoi fondali e assumere il controllo delle rotte commerciali.

 

La nuova strategia artica della Russia è fondata sulla costituzione di un Comando interforze Articopreposto a “vegliare” su quella che l’ultima Dottrina militare definisce come un’area prioritaria per gli interessi della Federazione, sulla riapertura delle basi ex-sovietiche dal Mare di Barents allo Stretto di Bering e sui  pattugliamenti sempre più frequenti delle unità della Flotta del Nord (sottratta alla responsabilità del Distretto militare occidentale e oggi inquadrata nel nuovo Comando interforze Artico) sulle acque del Passaggio a Nord-Est.

 

Le Mistral avrebbero così potuto concorrere a rafforzare la presenza russa nella regione artica e a difendere gli interessi della Federazione alla luce della competizione ivi montante. Ma avrebbero avuto un ruolo di primo piano anche nei teatri del Pacifico e del Mediterraneo: in Asia Orientale, ove l’assertività cinese ha innescato una corsa al riarmo navale che coinvolge le maggiori potenze dell’area, e dove Mosca ha dal 1945 una disputa irrisolta sulla sovranità delle Isole Curili con il Giappone che incide sulle proprie pretese nel mare di Ochotsk (ricco di risorse energetiche e ittiche); nel Mar Nero, la cui flotta è quella meglio posizionata per intervenire nel Mediterraneo (tanto più dopo gli ultimi accordi con Cipro e l’Egitto) e che fino a oggi poteva contare solo sull’incrociatore Moskva quale unità maggiore per le campagne al di là dello stretto del Bosforo.

 

D’altro canto, mantenere in servizio attivo unità come le Mistral avrebbe avuto un suo costo, drenando risorse e assetti da una flotta di superficie usurata dal trascorrere degli anni e in attesa di rimpiazzi per continuare a operare al pieno delle proprie capacità. Come ogni altra portaerei o portaelicotteri, le Mistral avrebbero infatti necessitato di una scorta preposta alla loro difesa (cacciatorpedinieri, fregate e sottomarini) ogniqualvolta avessero preso il mare per una missione; le loro possibilità operazionali sarebbero dipese dalla capacità della flotta di assicurarsi di volta in volta il controllo marittimo e, se necessario, di saperlo difendere.

 

L’ordine con cui il presidente Hollande ha fermato la consegna della Vladivostok potrebbe allora non costituire una sconfitta per Mosca: l’accordo del 2011 è infatti quantomeno controverso. Figlio dell’esperienza bellica e della debolezza industriale di un paese orfano del suo status di grande potenza, avrebbe assicurato alla Russia assetti moderni con cui rilanciare le proprie ambizioni marittime. A patto però di saperle adattare agli imperativi strategici della Federazione e, soprattutto, allo stato effettivo delle proprie forze navali.

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