Sos dalla radio dei poveri cristi


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TUTTO È COMINCIATO CON L’ACQUA che i signori del latifondo e i loro campieri volevano solo per sé. Poi il terremoto del Belice del ’68, trecentosettanta morti, settantamila sfollati, Gibellina e Salaparuta rase al suolo, paesi che non esistevano più. Accampati ancora nelle tende – e pochi fortunati nelle baracche di lamiera – dopo due anni di vita grama i superstiti sentirono improvvisamente una voce da brivido: ” Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale… “. Pino si ricorda che “era verso l’imbrunire”, la sera quella del 25 marzo, l’anno il 1970. Forse fu lui a sollevare la pesante leva di ferro o forse Franco Alasia che era seduto lì accanto, tutti e due chiusero gli occhi, trattennero il respiro e nell’etere si diffuse la voglia di rivolta della prima radio libera italiana. Mandava segnali da Partinico, ventinove chilometri da Palermo e settantuno da Trapani, vigne e miseria, boss e contadini, padroni e servi. In modulazione di frequenza sui 98,5 megahertz e in onde corte sui 20,10, la trasmissione clandestina durò ventisei ore. Ventisei ore di libertà. Poi arrivarono i carabinieri.

In questo 2015 che celebra il quarantesimo compleanno delle emittenti private bisogna fare un salto indietro di cinque anni e scendere molto più giù di Parma o Bologna o di Biella, più giù di Milano e Roma, per scoprire che sui tetti di una costruzione ottocentesca, Palazzo Scalia – a pochi metri dalla piazza dove un paio di mesi prima Damiano Damiani aveva girato Il giorno della civetta – c’era un’antenna. E al primo piano c’era qualcuno, barricato in una stanza con cento litri di gasolio per alimentare un generatore.

”Radio Sicilia Libera” compie 45 anni: la resistenza di Danilo Dolci

La radio appena accesa, le zaffate di nafta che soffocavano l’aria, l’eccitazione del proibito e un po’ di paura. “Pensavamo che a un certo punto staccassero l’energia elettrica e ci eravamo premuniti del carburante per potere continuare la nostra trasmissione comunque”, racconta Pino, Pino Lombardo, che allora aveva trent’anni ed era un emigrante di ritorno dal Venezuela dove aveva fatto il maestro, insegnato italiano, venduto scarpe e macellato polli. È passato quasi mezzo secolo ma nella sua memoria è come se tutto fosse avvenuto ieri: “Io e Franco eravamo dentro, Danilo era fuori su un palco in mezzo alla folla, è successo in un attimo ma era iniziato molto, molto tempo prima”.

Pino Lombardo e lo studente-operaio di Sesto San Giovanni Franco Alasia, i due “allievi” che avevano seguito Danilo Dolci nella comunità-laboratorio “Borgo di Dio” a Trappeto, l’uomo di confine venuto da Trieste nella Sicilia più povera e prigioniera, utopista di mestiere, sociologo, pedagogo, filosofo, pacifista e musicista, agitatore sociale, scrittore, giornalista, poeta. E inventore della prima radio d’Italia che non era la Rai. “Qui parlano i poveri cristi della Sicilia Occidentale… “.

L’idea Danilo Dolci ce l’aveva da qualche anno, quando avevano innalzato una grande diga. Ma le valli dello Jato, del Carboj e del Belice erano sempre a secco. Sete di acqua e di giustizia. Così iniziò a immaginarsi una radio che poteva dare voce a chi non l’aveva. Sapeva che era fuorilegge, un giorno pensò perfino di installarla su un barcone che avrebbe navigato al largo dell’isola, in alto mare, fuori dalla sovranità dello Stato italiano. Però, dopo il terremoto catastrofico, dopo i morti e il saccheggio sui fondi della ricostruzione (le ruberie italiche sulle tragedie hanno radici lontane, ben prima dell’Aquila e dell’Emilia e dell’Irpinia), Danilo capì che bisognava “accendere” subito la radio della “nuova resistenza”.

Studiarono tutto nei dettagli e in gran segreto. Franco Alasia si mise in contatto con alcuni amici del Nord per procurarsi le apparecchiature e imparare a usarle, Pino Lombardo e l’antropologo Antonino Uccello raccolsero con un registratore le interviste ai disperati abitanti della Valle del Belice e ai loro sindaci. All’ultimo momento il profeta triestino inviò una lettera al Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, al Presidente del Consiglio Mariano Rumor e al ministro dell’Interno Franco Restivo, informandoli di ciò che stava accadendo in un piccolo comune siciliano chiamato Partinico: “Signori, nessuna casa, neppure una sola casa lo Stato italiano è stato capace di costruire in più di due anni… Assumendo la responsabilità dell’iniziativa specifico: ogni cura abbiamo preso affinché sul piano tecnico radiofonico questa trasmissione non sia di nocumento ad alcuno… Impedire in qualsiasi modo l’ascolto della voce dei più sofferenti sarebbe un delitto, una crudeltà senza senso…”. Un’altra lettera aveva come destinatari le Forze dell’Ordine. Poche righe, gli anni erano quelli delle cariche e in Sicilia tutti se la ricordavano bene la sbirraglia di Mario Scelba: “Risponderete, personalmente come Organi al servizio del bene comune, di ciascuno dei vostri atti: di fronte alla coscienza della popolazione della zona, dell’Italia e del mondo intero”.

Alle 17.31 la piazza di Partinico era gremita, un corteo aveva attraversato il corso principale “a sostegno delle genti delle zone terremotate”. Poi Dolci fece un cenno e le voci dei “poveri cristi” riecheggiarono in tutta l’isola.

Pino Lombardo – che oggi vive a Santa Ninfa – è rimasto il solo testimone (Alasia se n’è andato nel 2006, Dolci nove anni prima) di quella straordinaria avventura di radio libera, quattro ore di messaggi ripetuti in modulazione di frequenza per i siciliani e in onde corte “per tutto il mondo”, in italiano e in lingua inglese, denunce e accuse alternate da musiche di Alessandro Scarlatti e da una canzone, La Sicilia camina, di Ignazio Buttitta. L’ultima voce recitava l’articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione “. Pino e Franco Alasia hanno resistito per un giorno e una notte e altre due ore ancora; la radio, un tavolino di legno, due sgangherate sedie. Poi hanno sentito rumore di ferri, visto le luci violente dei fari, fuori c’erano poliziotti e carabinieri che avanzavano, davanti a loro una squadra di vigili del fuoco. “Prima hanno rotto con la tenaglia il lucchetto di un cancello, poi hanno sfondato la porta al primo piano del Centro studi di Palazzo Scalia e hanno ordinato di interrompere le trasmissioni”, ricorda Pino ricostruendo ogni attimo di quel finale spericolato. Non furono arrestati: “Ci chiesero i documenti per l’identificazione di rito, secondo me non ci trascinarono in caserma perché ebbero paura della folla là fuori, pronta a far barriera nel caso che ci avessero portati via”. A Partinico arrivarono molti messaggi di amicizia. Dalla Norvegia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Abbé Pierre fondatore di Emmaus e da Ernesto Treccani. Scrisse anche Italo Calvino: “A vegliare a Partinico stanotte è la coscienza d’Italia, una coscienza che è per così poca parte rappresentata dalla classe dirigente, e che è amaro privilegio dei poveri”.

E poi, poi come è finita? “Un pretore sequestrò la radio, Franco Alasia e io fummo denunciati, condannati e amnistiati”. Il reato: violazione delle norme del codice postale. Qualche mese dopo la sentenza di Cassazione – era il 1973 – ai due che stavano dentro Palazzo Scalia fu restituita l’apparecchiatura, il generatore elettrico e anche i fusti con dentro i cento litri di gasolio. Ma ormai Radio Libera di Partinico aveva scritto la storia. Quella che non capirono mai i tanti nemici di Danilo Dolci. Come quel porporato che, fra un’abbuffata e l’altra nella tenuta della Favarella di Michele Greco detto “il papa della mafia”, tra i mali della Sicilia includeva (oltre a Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa “motivo di diffamazione dell’isola”) anche “il pubblicista triestino Danilo Dolci”. Scriveva Sua Eminenza Ernesto Ruffini, cardinale di Palermo e amministratore apostolico di Piana degli Albanesi: “Tengo d’occhio l’elenco delle sua gesta, che non specifico per non scendere a particolari incresciosi. Basti dire che dopo più di dieci anni di pseudo-apostolato questa terra non può vantarsi di alcuna opera sociale di rilievo che sia da attribuirsi a lui”.

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