Perché alla Cina interessa l’Africa (1)


<fonte>

di Angelo Richiello
Analisi a puntate sui rapporti tra Pechino e il continente africano. Qui una panoramica introduttiva.

Sin dalla costituzione della Repubblica Popolare (Prc) del 1949, l’Africa ha per il Partito comunista cinese un ruolo fondamentale per la diffusione dei principi della rivoluzione maoista, dall’anticolonialismo alla solidarietà tra le nazioni non-allineate (cosiddetto Terzo Mondo), fino al supporto ai movimenti di liberazione.

Le relazioni con il continente si rafforzano tra il 1963 e il 1964 quando il primo ministro cinese Zhou Enlai visita dieci paesi africani. Durante la visita, vengono poste le basi di futuri rapporti di collaborazione governati da principi di parità, reciprocità d’interessi e non interferenza nelle politiche interne; basi che regolano tutt’oggi la coesistenza pacifica tra la Cina e il continente.

 

L’XI Congresso del Partito comunista cinese del 1977, il primo dopo la morte di Mao Zedong, cambia radicalmente le priorità della Cina, sia nazionali sia internazionali. Le motivazioni ideologiche della società cinese svaniscono gradualmente con il conseguente sviluppo economico e il desiderio della popolazione di abbandonare la povertà comunista.

 

Le imprese statali, privilegiate nell’accesso al credito gestitocentralmente dal governo, iniziano a guardare oltre i confini nazionali con l’Africa che diviene presto il primo destinatario degli investimenti esteri. Tuttavia, bisogna attendere la fine del secolo prima che il governo di Pechino istituzionalizzi formalmente il suo impegno politico, economico e militare in Africa.

Nel 2000 la creazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac) avvia un periodo di definizione degli obiettivi politici comuni e delle aspirazioni di reciproco sviluppo, discusse su base bilaterale. Sei anni dopo, la Cina pubblica il Libro bianco sull’Africa che rafforza e consolida la strategicità delle relazioni con i paesi africani. Entrambe le azioni vogliono ribadire che gli interessi cinesi in Africa si basano su vantaggi reciproci, secondo un rapporto paritetico finalizzato allo sviluppo del commercio e degli investimenti, senza alcuna intenzione di interferire negli affari di politica interna.

 

Politica

Politici e accademici cinesi ritengono che il ruolo della Prc in Africasi basi su principi di rispetto reciproco, parità e amicizia in campi che non riguardano solo l’economia. Nonostante l’enfasi sulla “non interferenza” e sulla depoliticizzazione delle relazioni, Pechino impone ai paesi africani una condizione preliminare per lo sviluppo di qualsiasi rapporto: l’accettazione del principio “una sola Cina”, che implica il riconoscimento diplomatico esclusivo della Prc e non di Taiwan.

Il sine qua non della non interferenza ha due effetti principali: il primo impone ai governanti africani di astenersi dal criticare la Cina per le sue politiche interne o per i suoi modi di realizzazione degli investimenti nei loro paesi; il secondo consente alla Prc di sottrarsi a interventi di risoluzione delle frequenti e complicate crisi africane. Dalla prospettiva cinese, i diritti umani sono intesi come sviluppo economico del singolo piuttosto che come libertà individuali o partecipazione politica. Le critiche occidentali agli abusi cinesi sulle popolazioni locali sono viste da Pechino come un tentativo di demonizzazione delle sue politiche di sviluppo in Africa.

 

Economia

 

La domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture permettono alle relazioni sino-africane di svilupparsi rapidamente. Nell’arco di dieci anni, gli scambi commerciali decuplicano passando dai venti miliardi del 2003 ai 200 miliardi del 2012, registrando un tasso di crescita annuale del 16%. Nel 2014, le importazioni cinesi dall’Africa superano i 200 miliardi di dollari, mentre quelle africane dalla Cina a 93 miliardi di dollari.

 

Pechino considera ancora modesto il valore delle merci scambiate con il continente africano, pari soltanto al 5,1% dell’interscambio commerciale cinese con il resto del mondo, sebbene sia raddoppiato rispetto al 2,2% del 2003. L’Africa vede invece gli scambi commerciali passare dal 3,8% del 2003 al 16,1% del 2012.

 

La scomposizione del volume degli scambi rivela che le attività del commercio sono concentrate in pochi paesi africani. Nel solo 2012, più della metà delle esportazioni è diretta in soli quattro paesi: Sudafrica (21%), Nigeria (12%), Egitto (11%) e Algeria (7%), mentre la quasi totalità del valore delle importazioni, precisamente l’87%, in cinque paesi, tutti caratterizzati da un forte orientamento all’esportazione di petrolio, gas naturale e minerali: Sudafrica (42%), Angola (32%), Libia (6%), Repubblica del Congo (4%) e Repubblica Democratica del Congo (3%).

 

Gli scambi commerciali sono caratterizzati da una concentrazione non solo geografica, ma anche settoriale. Nel 2012 le importazioni cinesi dall’Africa consistono in petrolio (64%), minerali (22%) e manufatti (8%), evidenziando il forte interesse di Pechino allo sfruttamento delle risorse naturali. L’Africa rifornisce la Cina con 1,2 milioni di barili di greggio al giorno, per metà estratti dall’Angola, pari al 24% delle importazioni totali.

 

Le esportazioni cinesi in Africa sono relativamente più diversificate: macchinari e attrezzature per il trasporto (38%), manufatti (30%), tessuti (22%) e prodotti chimici (5%). Se i primi sono legati alla forte presenza di imprese cinesi nel settore delle costruzioni e delle infrastrutture, gli altri manufatti – particolarmente i prodotti tessili – sono adatti a soddisfare a prezzi accessibili la domanda della popolazione locale.

 

Molti paesi africani privi di materie prime da esportare hanno grandi deficit commerciali con Pechino. Qui il commercio genera deflussi di capitali, concorrenza con i piccoli produttori locali e perdita di posti di lavoro in settori non competitivi. Otto dei dieci paesi con i maggiori deficit commerciali con la Cina non hanno risorse naturali significative. Le piccole isole Mauritius hanno un rapporto tra importazioni ed esportazioni di quaranta a uno.

 

In questi Stati, lo squilibrio del valore dei beni scambiati tende a peggiorare con l’aumento complessivo degli scambi. Il Ghana, con un deficit commerciale con la Cina di 70 milioni di dollari nel 2003, si è ritrovato con un passivo di 474 milioni nel 2006, per finire a 4 miliardi di dollari nel 2012, nonostante gli sforzi di Pechino volti a incoraggiare le aziende cinesi a investire nel paese e ad acquistarne beni abbiano generato una crescita delle esportazioni ghanesi pari al 77% annuo.

 

Una valutazione precisa degli investimenti diretti esteri della Cina in Africa presenta una serie di difficoltà. Innanzitutto Pechino non pubblica i dati sugli investimenti diretti per settore e – ancora più importante – i pochi dati pubblicati sono caratterizzati da scarsa affidabilità. Ci sono infatti contraddizioni tra i flussi investiti e l’insieme dei beni e servizi che concorrono alla formazione del capitale fisso (stock), nonché per le diverse definizioni che gli istituti di statistica cinesi utilizzano per le voci degli investimenti diretti esteri.

 

A titolo di esempio, le autorità cinesi dichiarano che tra il 2005 e il 2012 il flusso degli investimenti diretti in Africa è sestuplicato (da 392 milioni a 2,5 miliardi di dollari) di dollari, mentre incongruentemente il capitale creato è aumentato di tredici volte passando da 1,5 miliardi di dollari a 21 miliardi di dollari.

 

Secondo gli Stati Uniti, dal 2003 al 2010 l’estrazione di greggio è il principale settore destinatario degli investimenti cinesi in Africa, con oltre il 90% dei flussi complessivi proveniente dalle grandi imprese governative per la realizzazione di partenariati con le compagnie statali africane e le grandi multinazionali. Anche per gli investimenti diretti, i flussi cinesi sono concentrati su pochi paesi e poche compagnie, senza alcuna correlazione apparente con gli scambi commerciali.

 

Il finanziamento cinese delle infrastrutture emerge come un altro elemento importante nelle relazioni sino-africane dato che, nell’ultimo decennio, è passato dai 500 milioni di dollari del 2001 ai 14 miliardi di dollari del 2011. Nello stesso arco temporale due terzi dei flussi hanno riguardato la costruzione di centrali elettriche e di reti di trasporto, mentre il restante le strutture igienico-sanitarie e le telecomunicazioni.

 

La speciale attenzione che Pechino pone sulle infrastrutture è dettata dalla complementarietà economica esistente con i paesi africani. Da un lato, l’Africa resta perennemente carente di centrali elettriche, reti di telecomunicazione e di trasporto mentre la Cina possiede oggi una delle più grandi e competitive industrie delle costruzioni civili. Dall’altro lato, come effetto della globalizzazione, il fabbisogno cinese richiede sempre più risorse naturali per sostenere la rapida crescita economica; risorse fornite proprio dall’Africa, le cui estrazione e trasformazione sono rese possibili dalle nuove infrastrutture costruite da società cinesi.

 

Non sorprende che la maggioranza dei finanziamenti alle infrastrutture sia destinata ai paesi ricchi di risorse naturali come l’Angola e il Sudan, costituendo tuttavia delle pure transazioni commerciali che hanno poco a che fare con lo sviluppo socio-economico delle popolazioni locali. La Cina fornisce aiuti e assistenza ai paesi africani per facilitare lo scambio commerciale e la realizzazione degli investimenti diretti e – solo recentemente – per obiettivi di soft power: è utile per Pechino dare un volto positivo alle sue attività di sfruttamento del territorio africano, interessandosi anche ai settori della salute e dell’istruzione.

 

Quantificare gli aiuti cinesi allo sviluppo è impresa ardua. Il governo cinese non fornisce statistiche sulla misura del suo intervento umanitario in Africa; inoltre la Cina definisce l’aiuto umanitario in maniera diversa rispetto all’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (Ocse), di cui Pechino non fa parte. La stima, tuttavia, è intorno ai 200 miliardi di dollari in assistenza umanitaria fornita ai paesi africani tra il 2001 e il 2011.

 

Sicurezza

Dalla riforma dell’industria della difesa nel 1999, i profitti generati dalla vendita di armi all’estero rappresentano il principale obiettivo dell’industria bellica cinese, di cui l’Africa è uno dei principali destinatari. Tra il 2002 e il 2009 la Cina ha fornito 1,1 miliardi di dollari di armi convenzionali all’Africa sub-sahariana e 1,4 miliardi di dollari al Nord Africa. Da allora, il 25% delle armi acquistate dai paesi africani è fabbricato in Cina, in particolare le armi leggere e di piccolo calibro.

 

La cooperazione militare tra l’Esercito di liberazione popolare cinese (Pla) e le forze armate del continente è cresciuta in sordina nell’ultimo decennio. Oggi, rappresentanti militari cinesi si trovano in un terzo delle nazioni africane, mentre due terzi di questi paesi hanno addetti militari in Cina. Visite di alti rappresentanti del Pla sono all’ordine del giorno.

 

Pechino sembra dedicare maggiore attenzione agli Stati africani della costa orientale, come il Gibuti e la Tanzania. Nel 2009, per la prima volta nella storia, le forze navali cinesi hanno partecipato allo sforzo internazionale di contrasto alla pirateria nel Golfo di Aden, lasciando operativamente le loro acque territoriali per salvaguardare le rotte delle proprie navi mercantili dalle incursioni dei pirati. Il porto del Gibuti rappresenta una possibile futura stazione di rifornimento per le navi della marina militare cinese ed è inevitabile che le relazioni diplomatico-militari tra queste nazioni e il governo di Pechino si sviluppino rapidamente nei prossimi anni.

 

La posizione della Cina nei confronti di operazioni internazionali di mantenimento della pace sotto l’egida delle Nazioni Unite si è evoluta dal rifiuto totale nel 1970, alla partecipazione riluttante nel 1980 al coinvolgimento prolungato dalla metà degli anni Novanta in poi. Questo cambiamento riflette il riconoscimento dei politici cinesi della legittimità delle operazioni di mantenimento della pace, poiché eseguite sotto l’autorità di un’istituzione multilaterale e – nella maggior parte dei casi – con il consenso dello Stato ospitante.

 

Dal 2001, il coinvolgimento cinese nelle operazioni di peace-keeping in Africa è rapidamente cresciuto, passando dai 27 militari-osservatori del 2001 a 1800 tra militari e civili del 2012. Attualmente la Cina è il membro permanente del Cds con il numero maggiore di truppe impiegate in Africa. I contingenti sono concentrati nel Sud Sudan, in Liberia e nella Repubblica Democratica del Congo, non a caso alcuni dei suoi principali fornitori di risorse naturali.

 

Nel giugno 2013, la Cina ha accettato di impegnare truppenell’operazione di pace in Mali. Per la prima volta nella sua storia, la Cina ha incluso truppe di combattimento all’interno del contingente, che insieme a forze di polizia, personale medico e reparti del genio costituiscono un’unità completa per le operazioni di mantenimento della pace in un contesto internazionale.

[continua]


Per approfondire: Cina Russia Germania unite da Obama

(25/02/2015)500_11_CinaVsUsa_Africa

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