Confindustria: così la Germania ha abbassato il benessere nell’Eurozona


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Il Centro studi analizza come i Paesi della ‘periferia’ abbiano corretto i loro deficit nei conti con l’estero, mentre il saldo di Berlino è rimasto a un livello (7% del Pil) superiore al limite dei trattati Ue. Così si è generata una spirale di indebolimento di domanda, occupazione e redditi

MILANO – L’insofferenza per le politiche di bilancio della Germania, la patria delle richieste di rigore nei confronti dei Paesi del Sud Europa simbolo della contabilità ‘allegra’,sono montate già da un po’. E’ Confindustria a rincarare oggi la dose, con dati che mostrano quanto Berlino rischi di ‘far male’ ai suoi vicini se non regola le strategie dei suoi rapporti con l’estero.

“Con l’introduzione della moneta unica, si sono ampliati sia i surplus nei conti con l’estero dei Paesi con una debole dinamica della domanda interna e/o un favorevole andamento della competitività, come Germania e Paesi Bassi, sia, specularmente, i deficit di quelli con una vivace crescita della domanda e con costi e prezzi in maggiore aumento. In particolare ciò è accaduto nei Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e, in misura minore, in Italia e Francia”, dicono dal Centro studi di viale dell’Astronomia.

“Durante la crisi, i paesi periferici dell’Area euro hanno corretto rapidamente i loro deficit nei conti con l’estero, mentre i Paesi core non hanno fatto nulla per ridurre i loro surplus”, aggiungono gli economisti, secondo cui “il saldo delle partite correnti italiano è passato dal -3,5% del Pil nel 2010 al +1,5% nel 2014 e quello spagnolo si è mosso dal -9,6% nel 2007 al +0,5%. La Germania, invece, l’ha mantenuto sostanzialmente invariato a un livello (7,1%) che è eccessivo sia secondo i più elementari principi economici sia in base alle soglie di allarme europee”.

Il cosiddetto six-pack, infatti, sancisce che un surplus non possa superare il 6% del Pil (“numero già alto” per il Centro studi Confindustria). “E’ vero che il surplus della Germania verso il resto dell’Eurozona si è annullato (dal 2,9% del Pil nella prima metà del 2007), ma attraverso minore export verso gli altri paesi euro anzichè via maggiore import, che è invece calato”.

Quindi, osserva ancora il Csc, “per aggiustare i conti i Paesi in deficit hanno dovuto recuperare competitività di prezzo e ridimensionare gli standard di vita, generando deflazione e riduzione della domanda che non sono state compensate, come sarebbe stato logico e opportuno, da politiche espansive nei paesi in surplus, Germania anzitutto. Risultato: domanda interna dell’Area euro più debole, occupazione e redditi più bassi. Insomma, minore benessere per tutti, compresi i tedeschi. E deflazione nell’intera Area: per combatterla la Bce deve correre ai ripari con misure che, da sole, non potranno bastare. Un quadro di fragilità e instabilità. Per uscirne occorre uno stimolo alla domanda interna attraverso la politica di bilancio. Stimolo che il piano Juncker non garantisce. Perciò – conclude la nota del Csc – servono una dinamica più vivace di prezzi, consumi e investimenti nei paesi in surplus, in particolare in Germania, in modo da riequilibrare il peso dell’aggiustamento e limitarne gli effetti negativi, di cui ormai risente la stessa economia tedesca”.

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