Ken Loach: “La sinistra deve ritrovare il suo jazz”


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Il regista inglese firma “Jimmy’s Hall” nelle sale il 18 dicembre, storia di un attivista dell’Irlanda degli anni Venti espulso dal suo paese come “immigrato clandestino” colpevole di aver aperto un luogo dove i ragazzi potevano ballare, fare musica, pensare con la loro testa. A Roma ha partecipato al talkshow di Floris e si è stupito del livello di rissosità. di

Arriva nelle sale appena prima di Natale l’ultimo film di Ken Loach, in concorso all’ultimo festival di Cannes, Jimmy’s Hall, una storia che unisce molti elementi del cinema del regista inglese. E’ un film storico come Terra e libertà e Il vento che accarezza l’erba (Palma d’oro a Cannes nel 2006), un film di impegno politico e sociale come Bread and roses e Paul Mick e gli altri ma ha anche la leggerezza di Il mio amico Eric e un tocco da film sentimentale alla Un bacio appassionato. Racconta la storia di Jimmy Gralton, l’unico irlandese ad essere stato espulso dal suo paese come “immigrato clandestino” senza processo nell’agosto del 1933. La sua colpa era quella di aver costruito una sala da ballo a un incrocio di campagna in un’Irlanda sull’orlo della Guerra civile, una sala dove i ragazzi potessero certo ballare ma anche fare musica, seguire corsi d’arte, tirare di boxe, imparare a pensare con la propria testa. Un luogo pericoloso secondo la Chiesa e i politici locali che erano riusciti a far chiudere la sala e costringere Jimmy a fuggire in America. Dieci anni dopo Jimmy è tornato per prendersi cura della madre anziana, l’ex maestra del villaggio che gestiva la biblioteca itinerante della zona, vorrebbe solo fare il contadino, occuparsi della sua terra ma è un leader carismatico, un attivista e prima i giovani e poi tutta la comunità finiscono per chiedergli di riaprire la sala da ballo. Attirandosi di nuovo le ira dei preti e dei politici. Ken Loach è a Roma, dove ieri sera ha partecipato a Di Martedì di Floris, si è detto un po’ sconvolto della rissosità dei talkshow italiani. “Troppe facce tristi – dice -, persone noiose poco interessanti per un film.
C’era – dice – un banchiere (Luigi Abete), un direttore di giornale (Alessandro Sallusti) e una sindacalista (Susanna Camusso). Quest’ultima era un po’ interessante, ma va detto che alla fine i sindacati fanno i poliziotti della classe lavoratrice”.

A Cannes aveva detto che probabilmente questo sarebbe stato il suo ultimo film di finzione. Ha deciso?
“Non è poi così una gran decisione da prendere. Fare cinema è impegnativo dal punto di vista fisico: ti alzi presto la mattina e lavori fino a tardi la sera… un giorno dopo l’altro lontano da casa, magari anche per un anno e mezzo per fare un film. Invecchiando la cosa si fa dura ma ci sono così tante storie da raccontare che magari proverò a farne ancora uno… tengo le dita incrociate”.

Il film è basato sulla storia vera di Gralton, ma poi con il suo sceneggiatore Paul Laverty avete aggiunto alcuni elementi di fantasia. Come avete lavorato su questi due elementi?
“Tutti gli eventi principali, quelli pubblici, sono veri. Jimmy Gralton e i suoi amici costruirono questo dancing  dove i giovani potevano istruirsi, divertirsi, fare musica, sport, parlare di letteratura, poesia… veramente un posto magnifico. La Chiesa e i proprietari terrieri erano contrari perché non potevano controllarlo e perché si parlava anche di politica in questo dancing. Ci fu una lotta per tenerlo aperto ma invece fu chiuso… tutto questo è storia. Poi nel film c’è una ragazza non siamo sicuri che esistesse ma chi lo ha conosciuto lo descriveva come un uomo di grande umanità e calore… sarebbe stato strano che non avesse avuto un’innamorata. Ma i tempi erano talmente difficili che probabilmente non si era saputo”.

Lei ha realizzato il film anche per dimostrare che la sinistra sa anche ridere. Secondo lei cosa dovrebbero fare i partiti di sinistra per riuscire a comunicare con i giovani?

“Io credo che il socialismo e i partiti di sinistra debbano avere a cuore la libertà dello spirito almeno quanto la libertà economica: garantire la possibilità di essere chi vuoi essere. Il vecchio slogan è sempre valido: vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. La libertà economica deve portare alla libertà dell’immaginazione. La critica alla società contemporanea è che siamo troppo concentrati sugli aspetti economici, la lotta per la sopravvivenza non lascia spazio ad altro. La Chiesa si opponeva al jazz e Jimmy li offendeva con quella che veniva chiamata la musica del diavolo. Credo che la sinistra oltre a lottare come è ovvio per gli aspetti economici deve ritrovare la sua musica del diavolo”.

Lei ha detto che più che la Thatcher, Matteo Renzi le ricorda Tony Blair. Perché?
“La politica di Blair era improntata sull’organizzazione delle classi lavoratrici con l’obiettivo di privatizzare tutte le aziende rimaste pubbliche con la conseguenza che tutto è finito nelle mani della grandi corporazioni internazionali. Da quello che ho sentito, ma voi potrete dirlo meglio di me, questo è quello che mi sembra stia facendo il vostro governo e in particolare l’attacco ai diritti dei lavoratori nello stesso modo fatto da Blair, ma anche da Thatcher all’epoca nei confronti dei sindacati. Dovete opporvi perché noi non l’abbiamo fatto in modo sufficientemente forte”.

Proprio oggi ci sono manifestazioni e scontri sul Jobs Act
“Il datore di lavoro può chiudere l’offerta di lavoro come se fosse un rubinetto. La logica è che più deboli sono le organizzazioni dei lavoratori più il lavoro andrà a chi è disposto a tutto, persino a mangiare l’erba. E’ una corsa al ribasso e non si può vincere perché per quanto flessibili e vulnerabili siano i lavoratori ci sarà sempre qualcuno persino più povero e più disperato. E questo è ciò che le grandi aziende vogliono… la disperazione dei lavoratori. Dobbiamo lottare contro questo”.143043210-c3eb24a7-a4e3-4d2f-9235-4b9e2b0fc43b

 

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