le mille mafie nascoste in ciò che mangiamo


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Un’ora e mezza di faccia a faccia con don Luigi Ciotti (“Dobbiamo farci restitutire il mal tolto non solo dai mafiosi ma anche dai corrotti”) e il professore Stefano Rodotà (“Chi ha funzioni pubbliche le deve adempiere con disciplina e onore, non basta non commettere reati”). E un appello comune: costringere il governo italiano a prendere posizione per difendere l’onorabilità dell’Italia ogni qual volta all’estero utilizzano il brand mafia per esaltare il nostro cibo

di ATTILIO BOLZONI

REGGIO EMILIA – La mafia che produce il cibo, la mafia che trasporta il cibo, la mafia che commercializza il cibo, la mafia che ci porta in tavola il cibo e poi ci obbliga a mangiarlo. Noi non li invitiamo mai a tavola, ma loro ci sono sempre. Più di prima, sempre di più. E’ un cibo difficile da digerire, è un cibo che strozza e che fa girare ogni anno in Italia almeno 16 miliardi euro. Cibo fuorilegge. Chi meglio di don Luigi Ciotti e di Stefano Rodotà avrebbe potuto raccontare di cibo e dignità e libertà nel teatro Ariosto di Reggio Emilia alla fine delle due giornate di Rep Idee? Chi meglio di loro avrebbe potuto parlare di cibo (e di acqua) come bene comune, di “caporali” e di schiavitù (400 mila i lavoratori neri che si spostano stagione dopo stagione dai vigneti di Marsala agli aranceti della piana di Gioia Tauro, dalle campagne pugliesi alle serre ragusane), del marchio “mafia” che infama il buon nome dell’Italia e degli italiani?

Punto di partenza la terra e punto di arrivo la terra. La terra con la quale fanno traffico e fanno commercio i boss, come cento, cinquanta anni fa. Il tempo che non passa mai. La terra dalla quale è partita la straordinaria avventura di Libera – fondata da don Luigi subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio nell’estate del 1992 – con i beni strappati ai capi delle mafie siciliane e calabresi e napoletane. Cibo e mafia ma anche mafia e istutuzioni, mafia e corruzione, mafia e coscienze, mafia e rivolta, mafia e resistenza. Altro punto di partenza Palermo (e Reggio Calabria e Napoli) e altro punto di arrivo Roma e la sua politica. Da quanti anni le mafie sono denunciate come un'”emergenza nazionale”. Tre secoli. Sempre un’emergenza.

Un’ora e mezza di faccia a faccia fra don Luigi e il professore Rodotà. Il primo: “Se la politica è lontana dalla giustizia e dagli ultimi non può essere definita politica ma è un’altra cosa, ora dobbiamo farci restituire il mal tolto non solo dai mafiosi ma anche dai corrotti”. Il secondo: “Chi ha funzioni pubbliche le deve adempiere con disciplina e onore, non basta non commettere reati”. In un teatro strapieno e in evidente abbraccio con i due protagonisti dell’incontro, don Luigi Ciotti ha concluso con queste parole: “Nessuno di noi deve uscire da qui senza che venga preso un impegno: dobbiamo costringere il governo italiano a prendere posizione per difendere l’onorabilità dell’Italia ogni qual volta all’estero utilizzano il brand mafia per esaltare il nostro cibo”.

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