La strategia della mafia nera di Roma


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Pochi omicidi, ma con finalità più ampie. I legami con le cricche legate alla politica. E i rapporti con i neofascisti. L’allarme del procuratore antimafia Roberti sulla nuova criminalità della capitale

 

Roma capitale: anche per la mafia. Una nuova mafia che uccide, ma solo quando è necessario. Ha una smisurata forza economica. Complici eccellenti tra imprenditori e professionisti. Usa la corruzione per comprare politici e pubblici funzionari. E stringe rapporti con terroristi mai pentiti della destra eversiva, cresciuti all’ombra di storiche protezioni garantite da pezzi dei servizi segreti e da altri settori dello Stato, compresa qualche divisa o toga sporca.

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È il caso dell’assassinio di Silvio Fanella, il tesoriere di Gennaro Mokbel, l’ex neofascista condannato per il maxi-riciclaggio del caso Fastweb?

«Dico solo che mi riferisco ad alcuni omicidi. E ad altri episodi inquietanti».

In che senso oggi a Roma si parla di “nuova mafia”?
«Negli ultimi anni lo sviluppo dei gruppi criminali è stato segnato dalla globalizzazione dei mercati e dalla saldatura con l’economia. Il riciclaggio, il reimpiego di capitali illeciti, le connivenze nella finanza sono aspetti caratteristici delle organizzazioni mafiose moderne».

La Magliana e i terroristi neri spesso sceglievano obiettivi ricattatori: non si svaligia una banca a caso, ma il caveau del palazzo di giustizia, perché è lì che si nascondono i segreti dei potenti. Oggi la mafia nera ha poteri di ricatto?
«Risponderanno le indagini. Di certo la storia della mafia a Roma è fatta di  questo potere di condizionamento». E la politica è ancora collusa? «Per una mafia economica l’omicidio è un atto estremo: prima ci provano con i soldi. Infatti i legami con certe cricche legate alla politica sono diventati strettissimi. Oggi la corruzione è lo strumento principe della metodologia mafiosa».

Il giornalista de “l’Espresso” Lirio Abbate, che vive sotto tutela da quando lavorava a Palermo, continua a subire intimidazioni a Roma.
«Leonardo Sciascia diceva che i mafiosi odiano i magistrati e i giornalisti perché ricordano. Lirio Abbate ha memoria storica: conosce nomi, date, fatti e sa collegarli al presente. Per questo è visto come un pericolo dalla mafia romana»

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