Palestina – L’Europa rompa con la logica coloniale


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Nell’anno in cui ricorre il centenario della prima guerra mondiale, si può concludere che il XIX secolo dura ancora in Palestina. “Israele oggi si comporta contro i palestinesi come il potere coloniale francese britannico e italiano trattarono gli iracheni, i siriani, gli egiziani, gli algerini e i libici cento anni fa… o come servitori o come sovversivi senza diritti e gestivano i rapporti con loro in primo luogo con ripetute manifestazioni di forza.” (1)

La politica di Israele continua ad avere forte sostegno economico e militare degli USA e della UE. Sarebbe dunque necessario che la UE cambiasse sostanzialmente politica nei confronti di Israele, e di tutto il Medio Oriente, rompendo decisamente con la perdurante logica coloniale. Per anni l’Unione Europea ha trattato Israele come un paese privilegiato, mai operando nei confronti delle sue violazioni del diritto internazionale e del diritto umano, le stesse “misure restrittive” usate per altri paesi, pensando che questo “occhio di riguardo” potesse portare Israele al rispetto di quelli. Strategia senza risultati apprezzabili. È in corso contro Gaza la terza guerra in cinque anni: Piombo fuso nel 2008/9, Pilastro di difesa nel 2012, e oggi il Confine Protettivo. L’attacco è cominciato ben prima dei razzi di gruppi palestinesi, sull’onda dell’emozione per l’uccisione dei tre giovani coloni israeliani.

Emozione che mai i media occidentali trasmettono quando centinaia di giovani palestinesi, vengono presi, imprigionati, spesso torturati, talvolta uccisi dall’esercito israeliano. Denuncia amaramente Susan Abulhawa, autrice palestinese del bellissimo “Ogni mattina a Jenin”: “Nessuna madre dovrebbe trovarsi a subire l’assassinio di suo figlio. Nessuna madre, né padre. Questo non si applica solo ai genitori ebrei. Le vite dei nostri figli non sono meno preziose e la loro perdita non è meno sconvolgente e spiritualmente devastante. Ma c’è una terribile disparità nel valore della vita qui, agli occhi dello stato e del mondo, dove la vita palestinese è a buon mercato, usa e getta, ma la vita ebrea è sacra”.

Oggi a Gaza le vittime aumentano di ora in ora, l’elettricità e l’acqua mancano, gli ospedali si riempiono, senza medicine e difficile funzionamento delle attrezzature; è già cominciato un attacco di terra. Disperazione e umiliazione di una popolazione, perché Israele riesca ad imporre le sue condizioni, il suo controllo sempre più feroce su una popolazione intera. Distruggere Hamas, chiudere lo spiraglio apertosi con il Governo di unità nazionale, asservire completamente l’ANP, per tenere imprigionata tutta la popolazione palestinese, approfittando della situazione dell’area e della debolezza sia di Hamas, che ha perso alleati in Siria e in Egitto, sia dell’ANP, il cui consenso nella popolazione, è ridottissimo.

“Non si tratta – scrive Nassir Ibrahim, analista palestinese – di un’azione inattesa o separata dal resto. È figlia del fallimento di tre parti: Israele e i suoi alleati che proseguono nel cercare la ‘pace’ lasciando fuori i diritti palestinesi; l’Autorità Palestinese che porta avanti da anni politiche economiche e sociali che hanno sfibrato la popolazione; Hamas che continua a perdere consenso perché non guarda più agli interessi del popolo sotto assedio, ma ai giochi regionali.” (3) E l’israeliano Gideon Levy, va oltre: “Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione… In poche parole: chi costruisce gli insediamenti vuole consolidare l’occupazione, e chi vuole consolidare l’occupazione non vuole la pace…” (4)

Una crisi drammatica in una striscia di terra, da cui può scaturire, in un’area ben più vasta, in preda ad altre crisi – Iraq, Siria, parte del Nord Africa – un incendio di proporzioni grandiose, che di nuovo ci richiamano al passato coloniale e agli interessi “neocoloniali” di oggi.

Per le persone che soffrono, che muoiono, per i ragazzini terrorizzati, la geopolitica è lontana, come per quella grande maggioranza della popolazione israeliana, oggi spaventata dagli allarmi antirazzi, ma senza percezione della realtà in cui vive, solo ossessionata da una incessante propaganda, che il mondo è avverso a loro. Senza consapevolezza, tranne quella di coraggiosi obiettori, che a pochi chilometri il proprio esercito occupa una terra e coloni ne attaccano gli abitanti. “Il punto di vista della comunità internazionale è presa in considerazione solo quando cerca di imporre il boicottaggio e le sanzioni, che a loro volta generano immediatamente una campagna di autocommiserazione costellata di ottuse – e a volte anche fuori luogo – accuse che fanno riferimento alla storia. (4)

“Cessate il fuoco” chiede il Consiglio di sicurezza dell’ONU, giusto e inascoltato. Perché avvenga è necessario il consenso delle parti, negoziare, esercitando le pressioni adeguate. Può farlo oggi l’Unione Europea, può l’Italia che ne ha la presidenza, dare un segnale in questa direzione, cominciando a interrompere ogni fornitura di armi e sistemi militari ad Israele, di cui è il maggior fornitore europeo? (www.disarmo.org) Sarebbe un primo, significativo passo per la costruzione di una pace giusta.

 

1) Rami G. Khouri, The Daily Star, Direttore dell’Issam Fares Institute for Public Policy and International Affairs, Università Americana di Beirut, Libano. Nena News, 12 luglio 2014

2) Susan Abulhawa, The Hindu, 3 luglio 2014

3) Nassir Hibrahim, in Nena News, 11 luglio 2014

4) Gideon Levy, Haaretz, Haaretz, in Nena News, 9 luglio 2014

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