Il blitzkrieg finanziario degli Stati Uniti


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Democrazia svendesi/ Aumentano i tentativi di Washington di applicare all’estero le proprie leggi in campo finanziario

Nelle ultime settimane le cronache internazionali hanno registrato alcuni avvenimenti, che hanno portato ad un nuovo livello il tentativo sempre più palese delle varie autorità statunitensi di spingere all’estremo l’applicazione extraterritoriale delle proprie leggi in campo finanziario. Si è messa in opera, con una specie di blitzkrieg, una costruzione inedita ed inaudita. Ricordiamo qui di seguito in particolare tre episodi sul tema.

I bond argentini

Molti anni fa, nel 2001, l’Argentina, non più in grado di ripagare per intero il capitale e gli interessi sui titoli pubblici già emessi, chiese ai suoi creditori di accettare una ristrutturazione dei pagamenti. Più del 93% degli obbligazionisti aderì a suo tempo all’offerta; ma alcuni vulture fund statunitensi acquistarono allora sul mercato a prezzi molto ridotti un certo numero di titoli e aprirono una procedura legale negli Stati Uniti pretendendo il pagamento dei bond a valore pieno.

Dopo varie vicissitudini che sono durate circa 12 anni, la Corte Suprema Usa ha dato loro ragione ed imposto al governo argentino di pagare per intero i fondi. In caso contrario, gli stessi fondi citati potrebbero far sequestrare i beni dello stato argentino in qualsiasi parte del mondo e le corti Usa potrebbero obbligare gli intermediari finanziari ad aiutare i creditori ad impadronirsene.

La sentenza permetterebbe, tra l’altro, a quelli che avevano a suo tempo accettato la ristrutturazione del loro credito, di pretendere ora l’intero. E le risorse che l’Argentina aveva depositato di recente nelle banche occidentali per far fronte alle scadenze prossime con tali creditori, potrebbero essere sequestrate e potrebbe essere ostacolato l’ordinato pagamento delle stesse. Cosa che sembra accadere oggi: l’Argentina aveva depositato circa 500 milioni di dollari in una banca statunitense per ripagare una rata relativa al vecchio accordo di ristrutturazione, ma l’operazione è stata bloccata da un altro giudice statunitense ed ora il paese apparentemente potrebbe essere costretto a dichiarare il default. Ovviamente tale soluzione del caso potrebbe impedire in futuro qualsiasi ristrutturazione del debito sovrano di qualsiasi paese. Perché i creditori dovrebbero accettarla se possono poi rivalersi per intero sequestrando i beni del debitore? Ne soffriranno evidentemente soprattutto i paesi più poveri, più soggetti a crisi di pagamento, ma anche le ipotesi di ristrutturazione del debito greco, portoghese o italiano diventano ora più remote.

Tra l’altro, si impedisce di fatto agli stati di ristrutturare il proprio debito quando invece tale tipo di operazione è largamente permesso per le imprese private tramite le procedure fallimentari, molto benevole negli Stati Uniti. Gli interessi degli investitori dei vulture funds alla fine contano più di quelli di un paese sovrano e dei suoi cittadini.

L’esempio della Bnp Paribas

La Bnp Paribas, una delle banche più grandi del mondo, è accusata dalle autorità Usa di aver disobbedito all’embargo posto a suo tempo in essere dal governo nei confronti di alcuni paesi, Cuba, Iran, Sudan, avendo effettuato transazioni finanziarie con esse, in particolare nel settore dell’energia. Queste transazioni si sono svolte non coinvolgendo in alcun modo le filiali Usa della banca francese. Ora le autorità di controllo impongono non solo una penalità di circa 9 miliardi di dollari alla banca e il licenziamento di un rilevante numero di dirigenti dell’istituto, ma vietano alla banca di effettuare per un anno transazioni finanziarie in dollari per quanto riguarda certe operazioni, provocandole rilevanti ulteriori difficoltà. Infine, arrivano a mettere la banca sotto tutela dell’Fbi i per cinque anni, essendo l’istituto obbligato in tale periodo a fornire tutti i dati e le informazioni di qualsiasi natura richiesti dai vari enti.

Il caso della Fatca

Di recente il legislatore statunitense, nell’intento di combattere l’evasione fiscale off-shore dei suoi concittadini ha approvato tra l’altro una legge, il Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), che è entrato in vigore ai primi di luglio.

L’obiettivo della legge è quello di assicurare che tutti i redditi ottenuti ogni anno da un cittadino americano, in qualsiasi parte del mondo ed in qualsiasi moneta, vengano dichiarati al fisco americano. Incredibilmente la legge intima a tutte le istituzioni finanziarie del mondo di informare gli Stati uniti su tutte le attività possedute dai cittadini americani o di essere altrimenti sottoposte a pesantissime penalità.

Come commenta sempre l’Economist, gli Stati Uniti usano delle dure minacce per ottenere così una specie di gigantesco outsourcing delle proprie attività di polizia fiscale, tra l’altro con i costi scaricati sulle stesse istituzioni finanziarie.

E, in effetti, più di 77.000 entità operanti nel settore nel mondo si sono già dichiarate disposte a passare le informazioni in materia alle autorità fiscali americane.

Ma, naturalmente, i grandi evasori fiscali e i criminali che dovrebbero essere perseguiti dalla norma troveranno certamente il modo di evaderla.

Basta ricordare che gli Stati Uniti sono invece tra i più solleciti paesi al mondo nel fornire rifugio agli evasori nei paradisi fiscali del Delaware e del Nevada.

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