Abbassare i salari? La retromarcia dell’Fmi


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Buon ultimo, anche il Fondo monetario arriva a riconoscere che la capacità competitiva può basarsi su qualcosa di diverso dal solo costo del lavoro. Un recentissimo rapporto dell’Fmi sulla produttività in Italia

A volte accade che eventi o situazioni eccezionali riescano a smuovere convinzioni radicate e apparentemente indiscutibili. È il caso di un recentissimo rapporto dell’Fmi sulla produttività in Italia – A. Tiffin 2014. European Productivity, Innovation and Competitiveness: The Case of Italy IMF WP # 14/79 – ove si tenta di districare il cosiddetto “Productivity Puzzle” italiano. Si tratta della palese contraddizione tra uno dei principali “mantra” mainstream che hanno guidano le azioni dell’Fmi negli anni recenti, l’imprescindibile necessità di ridurre o moderare i salari per garantire la competitività internazionale di un paese, e la performance dell’economia italiana la quale, a fronte di un costo del lavoro più alto della media UE, è riuscita a mantenere quote sostanziali nel mercato dell’export internazionale.

Il puzzle si fa ancor più intricato per una istituzione di stretta osservanza neoliberista come l’Fmi quando viene sottolineato come l’economia italiana, oltre a sopportare il calo della produttività e la crescita del proprio costo del lavoro, sembrerebbe aver retto bene nel confronto internazionale in una fase in cui gli altri paesi mettevano in atto quelle riforme che vengono decantate come indispensabili per accrescere la produttività stessa.

Per trovare una spiegazione valida a questa presunta contraddizione i ricercatori dell’Fmi hanno esplorato territori a loro perlopiù sconosciuti sino a questo momento. Innanzitutto l’analisi è stata condotta utilizzando degli indicatori di competitività in grado di tenere conto dell’enorme frammentazione della produzione mondiale odierna nella cosiddetta “Catena Globale del Valore”. Si tratta della constatazione del fatto che nei beni finali che si trovano quotidianamente nei mercati mondiali le diverse componenti (e dunque le diverse fonti di costo) possono pervenire da un numero elevatissimo di paesi diversi. Per questa ragione un analisi comparativa della competitività dei paesi basata esclusivamente sulla dinamica del costo del lavoro interno parrebbe perlomeno parziale se non insoddisfacente.

Ma ancor più inaspettatamente il rapporto Fmi si accorge di analisi che datano ormai fine anni ’90 e che già mettevano con chiarezza in luce il ruolo della tecnologia e delle diverse caratteristiche della stessa nel determinare la capacità competitive delle imprese. Pianta (2001) prima e Bogliacino & Pianta (2010) poi recuperano il noto concetto Schumpeteriano (J. Schumpeter 1942) di innovazione di prodotto e di processo (la prima tipologia di innovazione fa riferimento all’introduzione di nuovi prodotti ed è strettamente legata all’attività di ricerca e sviluppo mentre la seconda coincide con l’adozione di processi e macchinari capaci di ridurre il costo del lavoro) identificando due distinte strategie di competitive: competizione di costo e competizione tecnologica. Il Fondo Monetario riconosce non solo che la capacità competitiva può basarsi su qualcosa di diverso dal solo costo del lavoro ma anche che diversi settori industriali sono distinguibili fra loro per differenze profonde in termini di tecnologia materiale e immateriale, tipo di mercato a cui si rivolgono o grado di concorrenza. Per quanto riguarda in particolare il caso italiano, viene riconosciuto dall’istituzione guidata da Christine Lagarde come il famigerato “ritardo italiano” sia meno grave di quanto denunciato e questo grazie alla fondamentale capacità nostrana di incorporare nei nostri prodotti un elevato grado di tecnologia oltre ad un alta qualità complessiva dei prodotti stesso. Tutto ciò rende il report curato da A. Triffin una lettura interessante e, se non latro, dissonante se confrontata con la gran parte delle pubblicazioni curate dalla stessa istituzione negli ultimi venti o trenta anni.

Giunti alla pagina delle conclusioni si è pronti per leggere le raccomandazioni di politica economica che discendono da questo novello e insperato cambio di passo intellettuale dell’Fmi. Sebbene le aspettative non fossero particolarmente elevate la delusione è in ogni caso cocente. Con proverbiale sicurezza l’autore afferma nella pagina finale del rapporto : “..la futura competitività dell’Italia non potrà che passare attraverso la completa implementazione di una completa agenda di riforme strutturali..” (Tiffin, 2014, p. 9). Considerando che ogni volta che in Italia si è fatto ricorso alla locuzione “riforme strutturali” per giustificare una politica il risultato è stato un indebolimento delle tutele dei lavoratori o una riduzione dei diritti acquisiti non sembra essere ci grande spazio per stare sereni. Inoltre, è curioso verificare come sebbene per venti pagine vengano portati aventi argomenti (e dati statistici) sfavorevoli ad una conclusione che vada nella stanca direzione neoliberista che ben conosciamo, l’approdo degli studi delle grandi istituzioni internazionali sia già deciso in partenza a prescindere dalla connessione di questo con dati e fatti della realtà.

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