Elezioni europee, una crisi di valori


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Ex voto/I risultati elettorali danno un forte segnale alle istituzioni europee, riflettendo la loro crisi di efficacia e di valori. Ma con questa nuova composizione del Parlamento, le critiche da sinistra a una Europa neoliberista possono trovare un nuovo spazio

Pur con diverse nuances interpretative, un’impressione ampiamente condivisa sui risultati elettorali è che essi riflettano una profonda crisi di efficacia, ma ancora di più di valori, delle istituzioni europee nel loro complesso (e non solo del parlamento europeo). L’elettorato ha innanzitutto penalizzato i conservatori del PPE, considerati come principali responsabili delle politiche di austerity. A prescindere dal loro sostanzioso declino in voti e in seggi, i Popolari europei si trovano a gestire un gruppo parlamentare sempre più eterogeneo e, in parte, per loro stessa ammissione, imbarazzante, sia nelle prese di posizione euroscettiche, che in termini di problemi di etica politica. Basti pensare che il partito di Berlusconi, seppure in caduta libera, diventa fondamentale per vantare quella superiorità numerica rispetto ai socialisti che permette a Juncker di vantarsi di essere arrivato primo.

Se il PSE si mantiene complessivamente stabile, i socialisti europei non possono però non preoccuparsi del profondo indebolimento dei loro partiti di riferimento non solo in Grecia o in Spagna, ma anche in Francia, dove Hollande porta il PS al peggiore risultato elettorale di sempre. Non solo il PSE non è riuscito ad avvantaggiarsi della crisi del PPE, ma anch’esso si presenta con un gruppo parlamentare trasformato, con un ruolo rilevante per quei partiti nazionali che, come quelli di Italia e Portogallo, hanno fatto campagne elettorali aggressive rispetto all’Europa che c’è e che chiedono un cambio di rotta.

Con i liberali che stentano, il PSE è anche costretto a riflettere sui successi elettorali di partiti alla sua sinistra che, seppure in modo territorialmente eterogeneo, ottengono clamorose vittorie, come Syriza in Grecia, ma anche significative affermazioni (come in Spagna, dove le varie formazioni della sinistra risultano competitive rispetto al PSOE). Se in generale la sinistra-sinistra ha scontato, in paesi come l’Italia, la forte sfiducia nelle istituzioni europee di almeno una parte del suo bacino elettorale – con oltre la metà dei cittadini europei che hanno scelto un’astensione in buona parte di protesta – essa porta comunque nel Parlamento Europeo un grande potenziale di idee per un’altra Europa. Quando le polemiche si saranno placate, sarà utile anche riflettere sulle domande, spesso di sinistra, che quel sempre consistente 21% di elettori del Movimento 5 Stelle avanza all’Europa.

Infine, a sinistra, e non solo, c’è da riflettere su quell’euroscetticismo populista di destra che esce vincitore da queste elezioni non solo nella periferia dell’Europa, ma anche nei paesi più ricchi e apparentemente meno sconvolti dalla crisi – come in Francia, in Austria o nel Nord Europa. Nella loro eterogeneità, anche gli elettori di questi partiti riflettono l’insoddisfazione diffusa per la politica e le politiche delle istituzioni europee.

Insomma, i risultati elettorali sembrano dare un forte segnale alle istituzioni della UE, che appaiono sempre meno capaci di sostenere sia le loro pretese di legittimazione regolatrice (di efficacia) che quelle di tipo simbolico (di valori e identità). Che prospettive, dunque? Con questa nuova composizione del Parlamento europeo, le critiche a una Europa neoliberista possono diventare più ascoltate e trovare risonanza. Non solo: esse potrebbero anche diventare anche efficaci di fronte agli errori, già manifesti, delle élites europee. In particolare, mentre Juncker, a fronte di una sonora batosta elettorale, del sostegno di un quarto scarso degli elettori (e di meno di un ottavo dei cittadini), con un gruppo parlamentare eterogeneo, già reclama la presidenza della Commissione europea, il PSE sembra consapevole dei rischi profondi che un’alleanza con il partito considerato come responsabile della crisi può portare ai destini del partito. Se non c’è da sperare che questo porti a maggioranze alternative, le richieste di discontinuità rispetto al passato potrebbero però ottenere qualche successo.

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