Il figlio dell’1 per cento


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Il figlio dell'1 per cento

Opportunità

Le affermazioni di John Elkann sui giovani che non sfruttano le opportunità sono smentite non solo dal buon senso ma anche dai numeri. Resta una domanda: perché un gruppo di giovani studenti ha sacrificato parte del suo tempo per ascoltare l’erede?

Secondo John Elkann i giovani italiani non lavorano perché stanno bene a casa. Se stiamo ai dati Istat per la popolazione tra i 15 e 34 anni, il numero di disoccupati scende dal 2004 al 2007, arrivando sotto la soglia degli 800 mila, per poi risalire constantemente fino al 2013 dove la media dei primi tre trimestri era di poco inferiore al milione e 400 mila unità. Rendere consistenti queste tendenze con le suggestioni analitiche del giovane Elkann significa ipotizzare che a partire dal 2008 ci sia stata un’improvvisa (e al momento non segnalata dall’Organizzazione mondiale della sanità) epidemia di “cazzeggio”.

 

Se si guarda ai dati sui non disponibili a lavorare e che non cercano lavoro, anche ammesso (e non concesso) che la motivazione dietro questo comportamento sia quella proposta dal rampollo di casa Agnelli, si scopre che sia il dato per il 2012 che quello medio dei primi tre trimestri dell’anno scorso è addirittura inferiore a quello per gli anni dal 2004 al 2007.

 

Naturalmente l’affermazione è una sciocchezza, la spiegazione di ciò che sta succedendo è che nel 2008 una crisi esplosa nel sistema finanziario ha prodotto una grave recessione economica; tuttavia, nel paese dove si ripetono le falsità per imporle come verità all’opinione pubblica, un pedante esercizio sui dati è necessario. Sempre per amore di verità, risulta essere una sciocchezza anche l’affermazione secondo cui Elkann sfrutterebbe le sue opportunità mentre tutti gli altri mancherebbero di stimoli.

 

Infatti, se guardiamo al rapporto sulla disuguaglianza dell’Ocse “Growing Unequal (che è del 2008) si scopre che l’elasticità intergenerazionale dei redditi – una misura di quanto il reddito dei padri “spieghi” quello dei figli, e che tanto più è alta quanto meno un paese è mobile – è bassissima in paesi come Danimarca, Finlandia, Norvegia e  Svezia ed è massima nei due paesi natali di John Elkann, l’Italia e gli Stati Uniti. Non sorprendentemente, c’è una correlazione fortissima tra quest’indicatore e il coefficiente Gini che misura la disuguaglianza. I paesi egualitari redistribuiscono più “opportunità” e questo consente di avere maggiore mobilità sociale. In Italia (come nei tanto esaltati Stati Uniti) la mobilità sociale è bassa, non perché i figli dell’1% siano più imprenditoriali, ma perché hanno più opportunità.

 

Visto che è meglio non farsi mancare nulla, è bene precisare che anche la tesi implicita di John Elkann – i giovani stanno a casa dei genitori perché non sono motivati abbastanza – è una banalità. In Italia, mentre è alta la disuguaglianza della ricchezza finanziaria, è relativamente bassa quella della ricchezza immobiliare, perché il tasso di famiglie con la casa di proprietà è molto più alto che altrove e perché le nuove generazioni vivono con i genitori. Bamboccioni? Naturalmente no. Un recente volume sulla disuguaglianza (Changing Inequalities in Rich Countries, a cura di Wiemer Salverda, Brian Nolan, Daniele Checchi, Ive Marx, Abigail McKnight, István György Tóth, e Herman van de Werfhorst, Oxford University Press) mostra che per la ricchezza (a differenza del reddito) la disuguaglianza è alta per paesi come Francia, Danimarca e Regno Unito, che spendono quasi l’1% del Pil in spese sociali per la casa, mentre è bassa per l’Italia e i Paesi dell’Est che spendono una cifra molto vicina allo zero.

 

Detto in altre parole, i giovani italiani stanno a casa dei genitori perché non si possono permettere un’alternativa, a differenza dei diciottenni del Nord Europa, dove una casa sociale è facilmente accessibile anche per gli studenti.

 

Rimane una domanda aperta: nell’era della feroce competizione globale e della perenne formazione per affrontare le sfide dei nuovi paesi emergenti, perché è stato sacrificato del prezioso tempo dei giovani studenti di Sondrio, che invece di seguire una lezione, sono stati ad ascoltare un signore di professione “erede, figlio di, sposato con”. Una domanda di fronte alla quale i dati ci lasciano muti.

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