Nel cervello l’amore romantico si esaurisce dopo appena un anno


(28 novembre 2005)

Per i ricercatori dell’Università di Pavia è la quantità di proteina Ngf scoperta da Rita Levi Montalcini, a determinare il sentimento

ROMA – Mani sudate e sensazione di ‘farfalle’ nello stomaco. Sono le sensazioni tipiche dell’inamoramento. Un sentimento, però, dalla vita breve. Secondo uno studio italiano pubblicato su ‘Psychoneuroendocrinology’, infatti, dura poco più di un anno.

I ricercatori dell’equipe di Pierluigi Politi del Centro Interdipartimentale for Research in Molecular Medicine (CIRMC), presso l’Università di Pavia, hanno individuato nell’Ngf (il Nerve Growth Factor, scoperto da Rita Levi Montalcini) la sostanza chimica molto probabilmente responsabile del ‘turbinio’ tipico delle prime fasi dell’innamoramento. Livelli più elevati del normale di questa proteina ‘degli innamorati’, dunque, sarebbero collegati al sentimento di euforia e alla quasi dipendenza dall’amato.

Ma dopo aver studiato gruppi di persone impegnate in rapporti lunghi, brevi e alcuni single, gli studiosi hanno scoperto anche che i livelli di questa sostanza ‘chiave’ calano nel corso del tempo. In particolare, il team ha analizzato le alterazioni di alcune neurotrofine nel sangue di uomini e donne dai 18 ai 31 anni.

E’ stato necessario esaminare i livelli delle proteine in 58 neo-innamorati (che avevano da poco iniziato una relazione), confrontandoli con quelli di altrettanti soggetti impegnati in rapporti ‘datati’ e di un gruppo di single. Così i ricercatori hanno visto che nei neo-innamorati i livelli di Ngf erano significativamente più alti. Dopo un anno 39 dei nuovi innamorati (rimasti insieme e con un rapporto consolidato alle spalle) mostrano livelli di NGF simili ai single e alle altre coppie stabili, segno che ogni differenza rispetto al culmine iniziale del sentimento è svanita.

Tuttavia, sostengono i ricercatori, se la relazione va avanti, a questi sentimenti segue il consolidamento del rapporto mentre la passione iniziale scema. Ciò sembra corrispondere a cambiamenti consistenti della chimica del cervello (neurochimica), portando a identificare le ‘molecoline’ alla base di un sentimento così prezioso e profondo. I ricercatori pavesi hanno misurato i livelli plasmatici di un gruppo di molecole importanti nella neurochimica, le neurotrofine (NTs). Tra queste ci sono il fattore di crescita Ngf, il Bdnf, NT-3 NT-4.

“Da questi studi – ha dichiarato Pierluigi Politi – sembra che meccanismi biochimici siano coinvolti nei cambiamenti di umore che intercorrono dall’inizio a quando la relazione diviene più consolidata. L’amore diviene più stabile – aggiunge l’esperto – ma il romanticismo iniziale sembra spegnersi”. Insomma un meccanismo simile ad una malattia che dalla prima fase ‘acuta’, passa a quella cronica. “Ma certo – conclude il ricercatore – sono necessari ulteriori studi per far luce pienamente sulla neurobiologia dell’amore”.

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