L’ipocrisia tedesca


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Un recente articolo su Zew, la rivista di un centro tedesco per la ricerca economica in Europa lamenta l’infondatezza dell’accusa rivolta alla Germania di non voler attuare politiche espansive volte a ridurre il suo surplus di bilancia commerciale. Le argomentazioni apportate si riducono essenzialmente alle seguenti: il surplus nei confronti del resto dell’Europa si è ridotto negli ultimi 5 anni dal 65 per cento al 57 per cento. Il contenimento salariale era necessario per ridurre la disoccupazione tedesca. Il surplus commerciale è necessario alla Germania per consentire la riduzione del debito pubblico tedesco e l’investimento del risparmio della popolazione tedesca che invecchia.

Molte osservazioni sarebbero possibili. Ci limitiamo qui a pochissime di esse.

Va chiarito preliminarmente che il funzionamento di un’unione monetaria senza unità fiscale richiede una politica salariale unitaria o almeno concertata. La gran parte dei paesi europei, compresa l’Italia, ha assicurato aumenti dei salari largamente in linea con la produttività, in modo tale che il costo del lavoro per unità di prodotto tendesse ad un aumento medio del 2 per cento, in linea con gli obiettivi di stabilità monetaria imposti dalla Bce. Questo è accaduto anche in Italia, nonostante il bassissimo (anche negativo) profilo della produttività. La Germania, al contrario, ha continuamente non solo contenuto, ma addirittura ridotto, i salari nominali (molto al di sotto degli aumenti di produttività). Negli ultimi 15 anni i salari nominali sono aumentati del 20 per cento in Germania, contro il 45 per cento della Francia e il 30% per cento dell’Italia, a fronte, di un aumento del 10 per cento circa della produttività nei primi due paesi e di una riduzione del 3 per cento in Italia.

È chiaro che l’Italia ha la sua parte, non piccola, di colpe, per l’assenza di una politica volta alla crescita, ivi compresa tutta la gamma di interventi opportuni per l’incremento della produttività. Tuttavia, è necessario essere chiari sul fatto che la “colpa” sta nell’accumulo non soltanto di debito (che per i tedeschi è una colpa in sé), ma anche di crediti, specialmente se questo viene ottenuto attuando una ‘svalutazione competitiva’, quella che in gergo si chiama una politica che ‘impoverisce il vicino’ (beggar-my-neighbour). Questa spiega la fiera opposizione tedesca all’indicazione di valori simmetrici dei saldi commerciali dei vari paesi come indicatori di squilibri macroeconomici. Sotto pressione tedesca la Commissione europea ha alla fine indicato un valore massimo di deficit commerciale del 4 per cento del Pil, contro un 6 per cento per i surplus. Si dà il caso che quest’ultima cifra sia leggermente superiore a quella dell’avanzo tedesco nei confronti del resto dell’Unione monetaria europea.

Si può concedere che ogni paese svolga una politica autonoma, rivolta ai propri interessi nell’ambito dell’Unione, che è attualmente poco più di una moneta comune. Non può essere accettato che quel paese, ipocritamente ma autoritariamente, obblighi gli altri a dati comportamenti che creano un ambiente generale deflazionistico. Anche perché, oltre alla spaventosa riduzione dell’attività economica che deriverebbe da una deflazione salariale, se questa avesse successo, ci sarebbero troppi paesi nell’Unione tendenti ad ottenere un surplus, cosa impossibile per definizione. Keynes, la cui lezione non è mai penetrata in Germania, sapeva bene della necessità che il riequilibrio avvenga con il concorso sia dei paesi ‘debitori’ che di quelli ‘creditori’.

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