Mandiamo il Pil in pensione


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In un articolo su Nature un gruppo di esperti guidato dall’economista ambientale Robert Costanza, e tra i quali spicca anche il nostro ministro del lavoro, Giovannini, delinea la road map per superare il Pil come unità di misura del benessere dei paesi. Ma per farlo serve un’etica della corresponsabilità tra governanti e cittadini

Da tempo si dibatte ormai dell’urgenza di “andare oltre il Prodotto interno lordo” per misurare il grado di sviluppo della società, di costruire sistemi di indicatori condivisi in grado di cogliere al meglio la multi-dimensionalità del benessere e di superare le incongruenze di una misura che conteggia esclusivamente le transazioni di beni e servizi di mercato. Il tema di sostituire il Pil è stato affrontato in ambito accademico, destando, seppur a fasi alterne, l’attenzione della politica e di alcune grandi organizzazioni internazionali come l’Ocse (basti ricordare il Rapporto Sen-Stiglitz-Fitoussi del 2008). In un recente articolo, pubblicato sulla rivista ambientale Nature e firmato dall’economista ambientale statunitense Robert Costanza oltre che da un gruppo d’esperti, tra i quali spicca anche il nostro ministro del Lavoro ed ex Presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, si tenta di delineare una road map (1). Secondo il network “Alliance for Sustainability and Prosperity”, del quale Costanza è uno dei fondatori, gli studi per elaborare nuove misure del progresso porterebbero ormai a una ragionevole convergenza di risultati. Risultato generato dalla positiva e vicendevole integrazione tra più scienze, dall’ecologia alla psicologia, passando per l’economia. C’è chi azzarda persino la possibilità che nel 2015 il Pil possa effettivamente cedere il passo a una serie di nuovi indicatori. L’occasione propizia – affermano gli autori – potrebbe essere offerta dai negoziati già avviati in sede Onu per fissare i “nuovi obiettivi dell’umanità”.

Le alternative

Nel suo articolo Costanza individua tre possibili categorie di suddivisione degli indicatori. Una prima destinata a raccogliere tutte le “misure economiche corrette” per tener conto degli effetti ambientali e di altri fattori come la distribuzione del reddito. È del tutto evidente, come mostrano ormai diversi studi, che l’incremento di un dollaro nel reddito di una persona povera abbia un impatto sul benessere individuale maggiore dell’incremento di un dollaro nel reddito di una persona ricca. Un esempio di indicatore pilota in tal senso è il Genuine Progress Indicator (Gpi), la cui metrica è calcolata a partire dalla spesa per consumi individuale, corretta con una serie di 20 addizioni e sottrazioni al Pil per tener conto ad esempio di altri fattori positivi come il valore del volontariato e negativi come i divorzi, la criminalità e l’inquinamento. Nell’articolo viene riportato uno studio del 2013 che compara l’andamento del Pil pro-capite con quello del Gpi pro capite per 17 paesi comprendenti più della metà della popolazione globale, nel quale emergono le divergenze tra le due metriche. I dati mostrano un’elevata correlazione tra le due misure nel periodo compreso tra il 1950 e il 1978, per poi divergere progressivamente nell’ultimo trentennio quando i costi sociali e ambientali della “crescita” cominciano a mostrare un impatto significativo comprimendo l’andamento del secondo indicatore (2).

Il secondo gruppo di indicatori proposto ricade nella categoria delle “misure soggettive del benessere” e sostanzialmente ripropone il World Values Surveys, che copre 70 paesi e include una vasta e aggiornata batteria di questionari sulle aspettative di vita. Tra queste ad esempio rientra il National Happiness Index del Bhutan, un prodotto di “complesse indagini sulla soddisfazione della popolazione in nove domini del benessere”.

La terza e ultima categoria è quella degli indicatori “compositi” che mirano a integrare informazione soggettive e oggettive: parliamo ad esempio del Better Life Index elaborato dall’Ocse. Un elemento di innovazione ulteriore è dato dalla possibilità di sondare il sentimento degli internauti, lasciando loro la possibilità di poter scegliere in Rete come pesare le variabili.

Una nuova metrica condivisa

L’esigenza di avere uno o più indicatori capaci di misurare con efficacia la qualità della vita è ormai diffusa. Si tratta di un intento nobile che apre tuttavia una serie di interrogativi sul motivo per cui nessun indicatore alternativo sia riuscito finora a sostituire definitivamente il Pil. Innanzitutto bisognerebbe chiedersi se esista o meno un’unica idea di sviluppo e di benessere uguale per tutti, che tenga conto effettivamente delle differenze tra le società e le culture. Ce lo ricorda anche Amartya Sen nei suoi studi sul Capability Approach, laddove diffida apertamente dall’aderire acriticamente a un’idea multi-dimensionale del Benessere, se poi non ci si pone il problema di capire come pesare le singole dimensioni, spesso in conflitto tra loro, di quest’ultimo.

Posto che nessuna delle misure è perfetta e che risulterebbe controproducente imporre una visione standard del progresso, appare evidente come vi sia ancora una tendenza all’autoreferenzialità da parte dei governi, degli studiosi, delle avanguardie più innovative della società civile organizzata nei diversi Paesi. C’è un problema di mancato consenso.

Sarebbe opportuno cominciare a riflettere su ciò che finora non ha funzionato. A cominciare da una diffusa logica di intervento settoriale, una partecipazione insufficiente da parte dei portatori di interesse (stakeholder) più illuminati della società, che ha prodotto di fatto un processo decisionale a-democratico. La conseguenza immediata è stata che le decisioni hanno continuato a esser prese da gruppi di interesse ristretti. Costanza non sembra avere dubbi: “È necessario coinvolgere dal basso le forze sociali ed economiche più vive della società, i governi degli enti locali e delle Regioni, le organizzazioni non governative”. Serve rilanciare l’etica della corresponsabilità tra governanti e governati fondata su uno spazio pubblico, aperto e trasparente di confronto tra le parti. Così come risulta imprescindibile proseguire nella ricerca di una nuova metrica dei risultati, focalizzando l’attenzione non più solo sulle risorse spese per ottenere un risultato fisico (output), ma anche sulla misurazione di quelle variabili rilevanti effettivamente per il benessere dei cittadini, al cui miglioramento dopotutto dovrebbero essere rivolti gli interventi (l’esito atteso o outcome).

(1) Costanza, R.“Time to leave GDP behind”, Nature, 16th January 2014

(2) Kubiszewski,I et al., (2013) “Measuring and achieving a global genuine progress”, Ecological Economics 93, 57-68

Riferimenti bibliografici:

Costanza, R. “Time to leave GDP behind”, Nature, 16th January 2014

Kubiszewski, I et al., (2013) “Measuring and achieving a global genuine progress”, Ecological Economics 93, 57-68,

 

 

 

 

 

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