I figli sono più intelligenti dei genitori (grazie a Internet)


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Credi che smartphone e social network stiano rimbecillendo i ragazzi? Ti sbagli

(Foto: Anett Pòsalaki)(Foto: Anett Pòsalaki)

Una mattina d’estate 52 ragazzini tra i nove e i 16 anni ignorano il sole che splende fuori dalle finestre della classe. Stanno erigendoarchitetture fatte di spaghetti. La sfida proposta da Jill Hodges, che gestisce Fire Tech, un camp tecnologico estivo londinese, è semplice: ogni gruppo deve accontentarsi di spago, nastro adesivo di carta e di dieci spaghetti per costruire la struttura più alta possibile, in grado di reggersi da sola e di reggere il peso di un marshmallow.

Strutture fragili e disordinate prendono forma e crollano. La maggior parte dei marshmallow ha delle facce disegnate sopra. Quando il tempo scade c’è un netto vincitore: una torre traballante, simile a una gru, alta 54 centimetri, tenuta su dallo spago legato in quattro punti. Riesce a reggere il suo marshmallow per dieci secondi. Questo lavoretto di dieci minuti ottiene l’attenzione assoluta dei ragazzini, risultato abbastanza difficile da conseguire nel resto della settimana. Hodges ha chiesto agli allievi di non distrarsi con il mondo digitale, durante il lavoro: «Niente messaggini, niente Minecraft, per questo avrete tempo più tardi». I ragazzini trascorrono il tempo libero proprio come la creatrice di Fire Tech pensava: installano server Minecraft o mandano messaggi agli amici. «Al mattino sono abbastanza concentrati», spiega Hodges. «Al pomeriggio l’attenzione cala».

Gli allievi del camp londinese sono alfabetizzati tecnologici che si sono autoselezionati, ma perfino loro si sentono sopraffatti dal mondo tecnologico presente sui loro schermi. Zena Williams, una tredicenne di Redbridge che aspira a diventare direttrice creativa di un’azienda di videogiochi, confessa: «Le notifiche si accumulano e tu poi le puoi scrollare per dieci minuti». Theo Merten Manser, un sedicenne, racconta di usare contemporaneamente dieci o dodici social network. Ovunque i giovani riferiscono di fenomeni analoghi di iperstimolazione. Una quindicenne li ha sintetizzati così: «È inebriante, ti senti un mito, al centro dell’attenzione. Quello è la fase in cui tutti scrivono, finché non ce la fai più a reggere il passo». Uno studio condotto dallo psicologo Larry Rosen ha seguito negli Stati Uniti 263 studenti delle scuole medie, del liceo e dell’università, scoprendo che la stragrande maggioranza riusciva a concentrarsi su un compito per non più di sei minuti, per poi lasciarsi distrarre da qualche tecnologia. Rosen e i suoi collaboratori ipotizzano che gli studenti si rivolgano ai social network per una gratificazione emotiva, e concludono: «Comunque, la morale della favola è che gli studenti desiderano il multitasking, e la tecnologia li incoraggia a farlo».

L’attenzione dei giovani non è mai stata messa a dura prova come oggi. Due ragazzi inglesi su tre, nell’età compresa tra i 12 e i 15 anni, possiedono uno smartphone, secondo un rapporto di Ofcom, l’authority inglese sulla comunicazione, pubblicato alla fine del 2012. Rispetto al 2011 l’incremento è stato del 50%. Il tempo online dei ragazzi è impiegato sempre più a passare da un sito all’altro, da un’app all’altra, e ogni mese saltano fuori novità imperdibili. Quando leggerete questo articolo ne sarà spuntata un’altra mezza dozzina.

Secondo una ricerca Nielsen del 2012, la maggioranza dei teenager usa i telefonini per 18 attività principali, dagli sms alle foto, saltellando in media tra 41 app. Ma il 65% adopera il telefono per il social networking. I possessori di smartphone controllano l’apparecchio 150 volte al giorno, all’incirca una volta ogni sei minuti: almeno così dice Tomi T. Ahonen, che ha analizzato i dati Nokia.

Aggiungiamo gli schermi presenti in casa e vediamo come i ragazzi concentrino in meno tempo più media. Una ricerca del 2010, condotta dalla Kaiser Family Foundation, mostrava come i teenager Usa dedicassero ai media 7 ore e 38 minuti al giorno. Ma in quelle sette ore consumavano contenuti per 10 ore e 45 minuti, perché potevano seguire simultaneamente più di un tipo di media. E i ragazzi familiarizzano prima con i media digitali: sempre secondo Ofcom, un terzo dei bambini inglesi tra i tre e i quattro anni va regolarmente online. Ed entrano sempre più precocemente in possesso di uno smartphone: la vita media di questi telefoni è di 21 mesi e quelli vecchi vanno ai giovani di famiglia; in Gran Bretagna possiede uno smartphone un milione di bambini tra gli 8 e i 12 anni, secondo le stime di YouGov.

Ma che effetti ha l’iperstimolazione sui cervelli dei ragazzi? Niente di buono, certamente: Manfred Spitzer, neuroscienziato tedesco, la chiama “demenza digitale”. Secondo lui, una generazione si sta lobotomizzando a furia di postare Tumblr fino al sopraggiungere della catatonia. Qualche mese fa Susan Greenfield, una neuroscienziata, ha (ancora una volta) lanciato un allarme sui «ventenni che vivono in casa e passano le giornate vestiti con tutoni tipo pigiami da neonato, a divertirsi con giochi mitologici o sci-fi dai valori semplificati bene-male, e/o cercano famelicamente l’attenzione costante degli altri sui social network. La velocità di reazione richiesta e la riduzione del tempo destinato alla riflessione possono significare che quelle reazioni e valutazioni stanno diventando sempre più superficiali».

Altri sono più prudenti. Nicholas Carr, autore di “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello“, dice: «Il problema non sta in un determinato servizio o in un determinato sito… È il fatto di essere risucchiati in questo mondo pieno di stimolazioni, con informazioni che bombardano da tutte le parti,mentre invece manca il tempo necessario per fermarsi a pensare, e per sviluppare le capacità di attenzione. I primi vent’anni della nostra vita sono quelli in cui il cervello cambia maggiormente e si formano i circuiti fondamentali che funzioneranno per il resto dell’esistenza. Quindi qualsiasi effetto positivo o negativo sarà più pronunciato, nei ragazzi». Nello specifico, il problema è il multitasking. Che in realtà non esiste: gli umani sono in grado di prestare la debita attenzione a un unico compito. “Multitasking” in realtà significa volgere rapidamente l’attenzione da un compito all’altro, con un dispendio di energie mentali superiore a quello necessario per eseguire il compito in sé. «Facendo spesso del multitasking, plasmiamo il nostro cervello in modo da renderlo più pronto a passare velocemente da una cosa all’altra», dice il neuroscienziato cognitivo Jordan Grafman. «Ma i processi cerebrali dedicati al pensiero e alle decisioni più profonde vengono meno rinforzati… Se vostro figlio possiede un iPad, capite quello che sto dicendo».

Ma al di là delle sensazioni viscerali, finora non si sono visti studi che mettano in connessione i pigiamoni dei ventenni con il multitasking. Spiega Pete Etchells, psicologo sperimentale: «Chiunque faccia ricerche nel campo delle neuroscienze o della psicologia sa che qualsiasi evento provoca cambiamenti nel cervello: questi mutamenti sono le fondamenta dell’apprendimento». (Questo articolo vi cambierà il cervello). Sostiene Grafman: «Abbiamo bisogno di studiare le persone esposte fin da bambini a questo tipo di dispositivi, controllandone o misurandone l’uso, con variabili dipendenti legate ai risultati ottenuti nella vita reale. Sono sicuro che questo stia per succedere».

È vero. E per quanto le prove siano frammentarie e comincino a emergere solo ora, un certo numero di ricercatori in tutto il mondo potrebbe arrivare a dimostrare l’esatto opposto: che la tecnologia sta rendendo i bambini più socievoli, espressivi e creativi. Per quanto i giovanissimi siano più distratti che mai da stimoli digitali, sono molto più abili degli adulti nel gestire queste distrazioni. Mizuko Ito, antropologa culturale californiana, sta monitorando oltre 1000 bambini. «Fin da piccoli hanno dovutoaffrontare la realtà della distrazione, e dunque la necessità li ha spinti a sviluppare strategie adattative», spiega. Rebecca Eynon, ricercatrice della Oxford University, dice: «Stanno sviluppando parecchie tecniche, sono molto consapevoli di ciò che ognuno di quegli strumenti fa per loro, di quale sia il più appropriato per ogni occasione e di chi si può contattare usando un determinato medium. I ragazzi sono flessibili, riescono a mescolare gli ingredienti per soddisfare i propri bisogni».

Le prove raccolte fanno pensare che la tecnologia possa distrarre i giovani, ma anche renderli più intelligenti, con l’ambiente e le tecniche giuste. Invece di denunciare la dipendenza digitale dei ragazzi (che tanto non si elimina), un gruppetto di ricercatori e filosofi sta cercando di capirne gli effetti positivi.

Gli scaffali di una stanzetta nell’università del Sussex sono pieni di giocattoli. Uno di questi è un grosso fortino Playmobil, una versione interattiva sperimentale creata in collaborazione con l’Istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo. Una ricercatrice fa ondeggiare un dragone attorno al fortino: quando il chip RFID inserito nel corpo del pupazzo si trova vicino a un altro chip, il dragone ruggisce. La ricercatrice mette un re in cima al castello e lui proclama: «Io sono il re!». Un servitore lì accanto esclama: «Buongiorno, Maestà!».

Il fortino Playmobil è uno strumento di ricerca per Nicola Yuill, capa del Chat Lab, gruppo di ricerca del dipartimento di psicologia specializzato in bambini e tecnologie. Yuill ha scoperto che la tecnologia inserita nel giocattolo non solo non distrae i bambini, ma ne cattura l’attenzione e ottiene la loro collaborazione. E i bambini si sono dimostrati molto più creativi e raffinati quando si è trattato di inventare e raccontare storie legate al castello e ai suoi abitanti. La collaborazione richiede l’attenzione dei collaboranti e Yuill ha notato che la tecnologia aiuta. Un’altra sua ricerca ha scoperto che quando i bambini giocano a “Cadavere squisito” (io disegno una testa mostruosa, piego il foglio in modo da nasconderla, poi tu disegni il tronco, e così via) sono più creativi se usano un iPad al posto di un normale foglio di carta. La ricerca che sta conducendo attualmente studia gli ottimi risultati che i bambini autistici ottengono con l’iPad, quando devono fare qualcosa assieme ai compagni. «Si teme che i bambini diventino dipendenti e troppo distratti», dice Yuill. «Invece loro hanno delle strategie».

Alcune di queste strategie tendono al multitasking, che i bambini adottano in età sempre più tenera. Lydia Plowman insegna didattica e tecnologia all’università di Edimburgo. Per uno studio sul modo in cui i bambini imparano, tra le mura di casa, grazie alla tecnologia e ai giochi, Plowman ha passato del tempo con oltre una cinquantina di piccoletti e con le loro famiglie. «A tre anni Colin era già un ottimo fotografo. Con l’aiuto di sua madre stava imparando ad archiviare e ritrovare foto digitali, e insieme alla sorella di cinque anni comunicava con i parenti in Australia, inviando foto e messaggi contenenti emoticon (nessuno dei due bambini era in grado di scrivere) e usando una webcam per le videochiamate». Colin è un bambino più connesso e socievole, rispetto alle generazioni precedenti. Nota Plowman: «Con il supporto adatto, i media digitali possono offrire affascinanti possibilità di sviluppo delle capacità comunicative dei piccolissimi. Se usata in modo accorto, la tecnologia può favorire le interazioni sociali».

Ma cosa succede quando la tecnologia è usata male, quando i ragazzini – specialmente i teenager, lasciati ai loro smartphone – non godono di un giusto sostegno? Secondo Carr «lo schermo omogeneizza la vita». Michael Rich, pediatra alla Harvard Medical School, dice: «Gli schermi scavalcano l’ampiezza normale dell’attenzione e continuano a riacchiapparla. Ma lo schermo non fornisce ai bambini la capacità di guardare una cosa, di analizzarla a velocità umana e di sintetizzare quello che sta succedendo».

La ricerca fino a oggi ci ha indotti a credere che gli esseri umani non siano bravi a gestire i bombardamenti di dati. Uno studio chiave condotto nel 2009 da tre ricercatori di Stanford, Eyal Ophir, Clifford Nass e Anthony Wagner, ha scoperto che i multitasker accaniti – gruppo che comprende anche i teenager – «sono distratti dai molteplici flussi di media che consumano». Quelli che facevano tanto multitasking, si è visto, non solo avevano problemi nel mantenere la concentrazione, rispetto agli altri, ma erano meno efficienti perfino nel multitasking. I multitasker pesanti non erano bravi nello “sfruttare” le informazioni e manifestavano invece una propensione all’elaborazione esplorativa dei dati. Altri studi hanno dimostrato che i multitasker commettono più errori e ricordano peggio quello che hanno imparato durante il multitasking. Dimitri Christakis del Children’s Hospital di Seattle l’anno scorso ha studiato quello che accade ai topi quando vengono bombardati dai media. I suoi topi iperstimolati soffrivano di deficit cognitivi e di attenzione. Il neuroscienziato Jay Giedd si è chiesto: «La disponibilità di tecnologie che possono mantenere così alti e così a lungo i nostri livelli di dopamina farà innalzare la soglia di ciò che il nostro cervello ritiene gratificante in termini di relazioni, di studio o di fatica, in vista di obiettivi a lungo termine che potrebbero non avere un rinforzo immediato?».

Un altro studio del 2012, opera dei ricercatori di Harvard, ha scoperto che rendere pubbliche informazioni su noi stessi innesca la medesima sensazione di piacere che il cervello sperimenta quando mangiamo o facciamo sesso. Secondo quel paper, oltre l’80% dei social media è fatto di annunci egoriferiti , mentre in un normale discorso di solito questi rappresentano il 30-40% del totale. I teenager, noti narcisisti, non hanno possibilità di scamparla. I topi però non sono bambini, neppure i topi che guardano video YouTube tutto il giorno. La ricerca specifica su come la tecnologia influenzi l’attenzione dei teenager è ancora scarsa. Studi recenti lasciano intravedere la possibilità che la faccenda non sia poi così negativa. E che ci siano addirittura risvolti positivi. Perfino nel mondo multitasking, ipercollegato e digitalmente rimbambito, sembra che i bambini diventino sempre più svegli: e non solo in termini di esercizi creativi, di breve impegno.

I teenager di oggi scrivono molto di più, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, tra sms, instant message e Twitter. Un report pubblicato nel 2012 da Common Sense Media ha scoperto che il 71% dei 685 insegnanti statunitensi coinvolti nell’indagine pensava che le capacità di attenzione degli alunni fossero state “essenzialmente danneggiate” dai media digitali e dalla tecnologia. Nello stesso report, tuttavia, la maggioranza degli insegnanti ammetteva che gli alunni erano più bravi in matematica, scienze, lettura e comunicazione verbale. Gli strumenti digitali consentono ai ragazzini di coltivare, accrescere e sviluppare più precocemente capacità specifiche, come sostiene Clive Thompson.

Nel passato era molto raro che i teenager diventassero campioni di scacchi: quando Bobby Fischer lo fece nel 1958, il mondo lo salutò come un prodigio e il suo record tenne fino al 1991. Da allora, con i computer e le partite in linea, quel primato è stato infranto venti volte. «Se ci sono modi di aiutarli a imparare, ripetere e pensare, puoi aprire la strada a queste notevoli fioriture di pensiero critico nei bambini a un’età che quando ero piccolo io sarebbe stata inconcepibile», dice Thompson.

Ci sono speranze anche per il multitasking. Nel 2009 i tre ricercatori di Stanford avvertivano: «È pur sempre possibile che test cognitivi di alto livello rivelino in futuro benefici del multitasking tra media, diversi da quello del controllo cognitivo», e ora altri ricercatori stanno scoprendo questi benefici. Uno studio del 2010 ha dimostrato che alcune persone sono in grado di fare multitasking in modo efficace: il 2% circa degli inglesi, i cosiddetti supertasker, non ha alcun problema se guida l’auto e contemporaneamente parla al telefono.

L’anno scorso Kelvin Lui, psicologo presso la Chinese University di Hong Kong, ha deciso di cercare di scoprire se il multitasking avesse qualche beneficio. Studi precedenti avevano utilizzato flussi multipli di informazioni simili tra loro. Lo psicologo ha messo in campo sorgenti di informazione audio e visive e ha scoperto che i multitasker più incalliti erano più bravi a gestire queste informazioni multisensoriali: «Situazioni come queste possono essere più rappresentative di quello che avviene nella vita reale», ha scritto. Lui sta cercando di sviluppare un nuovo metodo di misurazione, in grado di differenziare i tipi di multitasking: «Vorrei conoscere la frequenza di passaggio da un medium all’altro, sapere se il multitasker dedica un’attenzione attiva ai media o si limita a ricevere passivamente informazioni, e cose analoghe». Kelvin Lui pensa che i multitasker che devono passare frequentemente da un compito all’altro si troveranno in svantaggio. «Tuttavia, se la situazione richiede di distribuire l’attenzione su più compiti in contemporanea, i multitasker dei media potrebbero trovarsi in vantaggio per via del loro controllo cognitivo tendente all’ampiezza».

È così che i teenager si relazionano al mondo digitale: senza passare da un compito all’altro, ma come cuochi che hanno più pentole sui fornelli e le controllano tutte di tanto in tanto. Usano internet in modo esplorativo, non per sfruttare le conoscenze. I teen­ager hanno maggiori probabilità di essere supertasker. Ma anche se non lo sono, quelli cresciuti con il web sembrano aver sviluppato strategie per ordinare le esigenze di attenzione in un flusso gerarchico. Sono bravissimi nel classificare le priorità, perché le tecnologie asincrone che loro amano – i messaggini, Tumblr – glielo consentono. «Mio figlio gioca online con un libro aperto in grembo», spiega Mizuko Ito. «Sposta l’attenzione sul libro quando il gioco è in un momento di morta o mentre ne sta caricando uno nuovo e la sua attenzione torna allo schermo quando il gioco riparte. Questo genere di spostamento di attenzione è molto diverso dall’essere interrotti da una telefonata, che non controlli e ti spezza la concentrazione. I ragazzini preferiscono i messaggini alle telefonate anche perché è facile scrivere un sms mentre si fanno altre attività e gestire molteplici flussi di attenzione».

Quel che importa non è che i teenager usino gli smartphone, ma come li usano. Uno studio – attualmente sottoposto a review – condotto da Reynol Junco, psicologo presso il laboratorio Youth and Media ad Harvard, ha scoperto che, sebbene le prestazioni accademiche calassero quando gli studenti del primo anno facevano multitasking sui social network, ciò non era vero per gli studenti dal secondo anno in poi. «Stanno sviluppando le capacità necessarie», dice Junco. Danah Boyd, ricercatrice Microsoft, identifica nei “super log-off”, quando i teenager disattivano l’account Facebook invece di limitarsi a uscirne, e nel “whitewalling”, quando gli utenti cancellano un commento o un post Facebook dopo averlo letto, strategie di gestione della vita in network. Clive Thompson riporta una conversazione con un teenager: «Diceva che tutti loro hanno cominciato a disabilitare le continue notifiche sui telefoni e i computer, perché gli piaceva usare quelle forme di conoscenza e connessione, ma non volevano essere becchettati tutto il santo giorno. È un sano aggiustamento, quando ti rendi conto che la pressione è eccessiva». E gli strumenti più popolari tra i teenager – Snapchat, Instagram, Vine – richiedono un certo grado di attenzione, di espressività e creatività meno evidenti nei servizi da cui stanno rifuggendo, come Facebook.

«Se sto facendo qualcosa di davvero importante, mi metto offline dappertutto», spiega la tredicenne Zena Williams. «Parlerò quando avrò finito. È solo un mezzo di comunicazione». L’undicenne Alexander Leonce Weekes dice: «Normalmente non mi distraggo. Se sono al computer e sto facendo qualcosa, e qualcuno mi chiama su Skype, di solito mi sloggo subito». I ragazzi sono consapevoli, sanno dove sta la loro attenzione. «Abbiamo una capacità di infilarci tra le cose e mi pare che qui stia andando il futuro», dice Marley Gibbons-Balfour, 16 anni. «Ma esagerare non va bene: devi fare un passo indietro e pensare a quanto tempo stai trascorrendo in quel modo».

«Tutti ripetono che a scuola i ragazzi non riescono a concentrarsi perché sono stati alzati per metà della notte a scrivere su Facebook o a chattare con gli amici. Io non ci credo. Se il mondo restasse sempre uguale, come sarebbe il futuro? Mica si può tornare all’epoca vittoriana». Il londinese Jamie Holloway, 12 anni, la pensa così.

Un recente rapporto del Pew Internet Project ha raccolto i pareri di 1021 esperti e critici (adulti) di tecnologie sull’adeguatezza delle nuove generazioni al mondo del 2020. «Le capacità essenziali saranno saper cercare, scorrere, valutare qualitativamente e sintetizzare, rapidamente, l’enorme quantità di informazioni», ha risposto Jonathan Grudin, di Microsoft Research. «Mentre la capacità di leggere una cosa e di pensarci su per ore non sarà ininfluente del tutto, ma avrà meno importanza». Il mondo del lavoro premia sempre più la gente fornita di quell’attenzione esplorativa tipica dei teenager.

L’”impostazione predefinita” moderna richiede un’attenzione veloce e mobile. «Non penso che avere un’attenzione frammentata sia per forza un male», sostiene Howard Rheingold della Stanford University. «Penso si tratti di una sorta di adattamento al mondo in cui viviamo. I nostri bisnonni probabilmente non avevano motivo di temere di essere investiti da un’automobile, mentre oggi la gente deve stare attenta al traffico. Via via che il mondo cambia, cambiano le nostre necessità di attenzione… I giovani sono abili nello spostarsi da un oggetto all’altro. Ma questa facilità di movimento non ti dice quando muoverti e dove andare».

Gli adulti sono d’aiuto in questi movimenti. «Bisogna scoprire come incoraggiare i ragazzini a passare del tempo su Facebook, o a scrivere messaggini o quant’altro, ma avendo cura che trovino anche il tempo di esercitare forme di pensiero più concentrate, con gli occhi lontani da uno schermo», dice Nicholas Carr.

Molti degli studiosi che abbiamo sentito ci stanno provando. Michael Rich conduce uno studio su 800 adolescenti e il multitasking, e su come questo influisce sull’attenzione e il controllo degli impulsi. Ognuna delle “cavie” porta con sé uno smartphone e viene bombardata di domande: dove sei? Cosa stai facendo? A cosa stai prestando più attenzione? Il ragazzo poi riprende un panorama a 360° su un video HD «per annotare cose di cui non era nemmeno consapevole», spiega Rich, che ha anche elaborato alcune routine per sviluppare l’attenzione dei teenager: niente schermi durante i pasti, genitori che mettono via i telefoni e lasciano che i ragazzi stilino un programma di attività per le 24 ore, per insegnare a scegliere le priorità in modo più attivo. Il laboratorio di Larry Rosen si concentra «sulla comprensione degli effetti che ha sul cervello questa continua pressione a passare da un’attività all’altra, e su come aiutare le persone a riconoscere i limiti, e a imparare tecniche che favoriscano una migliore concentrazione». A fare del “contemplative computing”, insomma.

Rheingold sta sperimentando sui suoi studenti varie tecniche di attenzione o metacognizione. «I quindici-sedicenni condividono abitudini tecnologiche diverse», sostiene. «Potremmo sfruttare questo fatto a loro vantaggio, aiutandoli a essere un po’ più consapevoli di quello che fanno. La metacognizione è essere consapevoli di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione nella nostra cassetta degli attrezzi mentale, e saper usare quello giusto al momento giusto». Mazuko Ito è d’accordo: «Dovremmo concentrarci sui modi per aiutare i ragazzini a sviluppare strategie di gestione dell’attenzione». A occhio, non sembra un’impresa difficile. «È una cosa che le scuole dovrebbero assolutamente insegnare», dichiara Clive Thompson. «Non è una missione impossibile, si potrebbe tranquillamente inserirla nei programmi… Imparare a gestire i social media: li stanno cacciando fuori dalle scuole e invece è proprio lì che dovresti guidare e indirizzare l’interazione dei ragazzini».

Dobbiamo smettere di fare dell’allarmismo sulla tecnologia, non solo perché è sbagliato, ma perché è nocivo. In un altro studio del 2013, Reynol Junco ha scoperto che negli Stati Uniti i giovani tendevano a sovrastimare il tempo passato online, moltiplicandolo per cinque: in media passavano 26 minuti al giorno su Facebook, ma ne dichiaravano 145. «La società dice che è un male e loro accettano il verdetto. Non è il modo giusto per crescere una generazione. Stiamo colpevolizzando i giovani rispetto a una parte della loro vita che invece è assolutamente normale».

Non dovremmo. E i ragazzini non dovrebbero inventarsi da soli strategie per conservare l’attenzione. Dovremmo invece aiutarli noi a sviluppare quelle capacità. Thompson cita Heidi Siwak, un’insegnante di scuola elementare dell’Ontario. Siwak coinvolge i suoi alunni in progetti su Twitter in cui, per esempio, per un’intera giornata i bambini discutono con gente di tutto il mondo su un libro che parla di Shoah. «E una cosa del genere la puoi fare solo se la scuola ti consente di usare Facebook e Twitter in classe», dice Thompson. «Quel che sta facendo Heidi è fantastico, è un modello di azione. A livello istituzionale c’è una certa inerzia. Ma a livello di singole classi stanno sbocciando mille fiori. Ed è molto divertente osservare quel lo che sta succedendo».

Mettiamo le tecnologie digitali nel cuore dell’istruzione, in modi che sia­no adeguati all’uso che i ragazzini fanno dei media digitali, così i giovanissimi capiranno come sfruttarli al meglio. E per sostenere questa operazione occorrono studi seri.L’iperstimolazione sta modificando lo sviluppo dei ragazzini: dobbiamo scoprire come, e in che modo sfruttare questo fatto per dare loro una carica ulteriore. Con i loro cervelli plastici e adattativi e la loro crescita avvenuta in piena immersione digitale, i bambini di questa generazione potrebbero essere i più brillanti, i più creativi, i più connessi della storia dell’umanità. Aiutiamoli.
Tom Cheshire è associate editor di Wired UK. Ha scritto “The explorer gene”, dedicato alla famiglia Piccard.

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